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Firma falsa su decreto radiazione, le verità di Ciancarella

IMG 7080Impossibile pentirsi. Di fronte all’ingiustizia, che travolge le vite e si intreccia anche con le vicende della nostra democrazia e, in qualche modo, con la storia.
E’ il credo di Mario Ciancarella, ufficiale dell’Aeronautica Militare, illegalmente radiato con infamia e che ha visto riconoscere in un’aula di tribunale a Firenze le sue ragioni. Era falsa la firma del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, apposta sul decreto presidenziale che ratificava la sua radiazione. Una luce dopo 33 anni di umiliazioni umane e personali, di dolori familiari e difficoltà economiche. Un racconto, quello di Mario Ciancarella nella “sua” LuccaLibri che commuove tutti. Chi lo conosce, gli amici di sempre, ma anche chi per la prima volta ha sentito raccontare di una vicenda fatta di dignità e di volontà di non abbassare la testa contro tutto e contro tutti.


“33 anni fa – racconta Ciancarella – l’11 ottobre del 1983 fui convocato dal generale Tonini che mi consegnò un telex in cui mi si comunicava la radiazione con infamia dall’Aeronautica secondo un decreto mnisteriale in via di perfezionamento. Cercai di replicare che mi competeva un decreto presidenziale, fatto sta che fui allontanato dall’Arma e iniziò una nuova storia. Il decreto, poi, mi fu consegnato solo nove anni dopo, in seguito alle polemiche sorte dopo la morte, a Campo Cecina, di Sandro Marcucci per cui è riaperto il fascicolo processuale, grazie alla associazione antimafia Rita Atria, in cui si fa l’ipotesi di omicidio e non di incidente aereo”. “La radiazione – prosegue Ciancarella – rappresenta la fine di un personale calvario che era iniziato il 30 settembre del 1980 con l’arresto per insubordinazione e la violenza fisica subita nella prima notte di carcere, cui seguirono due processi farsa e un procedimento disciplinare che grida vendetta davanti a Dio e alla giustizia”. Procedimento che culminò nel decreto di radiazione che, come detto, è risultato essere un clamoroso falso: “Un decreto – spiega Ciancarella – che fu usato in seguito ed in ogni occasione per delegittimarmi. Ma fu subito chiaro che quella firma non poteva essere autentica. Sono serviti però 17 anni perché un legale accettasse di patrocinarmi, dopo rifiuti di grandi studi legali, anche di Lucca. Adesso, in forza della sentenza, si può dire che quel decreto non è mai esistito perché la firma è stata falsificata 33 anni fa dai vertici delle forze armate forse indispettiti dal diniego, palese o presunto, che sarebbe servito a radiare un antagonista”. “Ma io – spiega Ciancarella – ho venduto cara la pelle come ogni buon militare sa di dover fare. Ho resistito solo perché la mia formazione mi dice che chi rinuncia a combattere a già perso in partenza”.
“Adesso – prosegue – non cerchiamo una vendetta, né riteniamo di dover celebrare una vittoria, ma sottolineiamo l’ignobiltà di quanto fu commesso e la giustizia resa a un cittadino ufficiale cui è stata restituita la dignità personale e l’onore umiliato. Non solo a me, ma anche ai miei familiari sottoposti a un lento logoramento della serenità. Con un figlio, Sasha, massacrato psicologicamente tanto da diventare poi delatore delle mie attività successive. Leonardo, a cui sono grato di aver espresso per iscritto la sua solidarietà per la battaglia che continuavo a portare avanti. E Talitha, che non ha mai visto il suo papà in divisa ma che ha vissuto la situazione di disgregazione dell’alveo familiare e che ha vissuto direttamente, nel 2000, il mio arresto per le vicende legate allla morte di Emanuele Scieri (parà morto nel 1999 in caserma a Pisa dopo un volo di 12 metri, ndr). Tutti loro hanno vissuto terribili sofferenze e difficoltà materiali, fatte anche di ricerca di cibo fra gli scarti dei venditori, e con me condividono il riconoscimento di dignità che mi è stato dato, così come i miei 3 nipotini, che forse un giorno saranno orgogliosi del nonno. Non così i miei genitori e i miei suoceri, che sono morti con un figlio e un marito della figlia radiato dalle forze armate. Tutti i miei familiari, adesso, saranno soggetti attivi nelle mie future richieste di risarcimento”.
“Non rinnego – prosegue il racconto – la mia scelta di essere un ufficiale dell’Aeronautica militare. E lo faccio ora che torno ad essere un capitano pilota. Ringrazio chi mi è stato vicino come il vescovo Agresti, il presbitero don Pietro Raffaelli e la comunità di Gesù di Firenze. E il presidente Pertini che con tutte evidenza rifiutò la firma di un decreto che sapeva di ignobiltà. Senza il suo rifiuto, anche solo potenziale, la mia storia di ufficiale sarebbe finita definitivamente. Ma Pertini aveva voluto accertarsi, accettando di ricevere me in delegazione con una rappresentanza dei Militari Democratici, di cosa stava accadendo nelle forze armate fra spinte di democratizzazione e tentativi di restaurazione di chi ci ha voluto definire “nipotini delle Br”. Il collegamento con lui diventò il senatore Boldrini con cui per due anni collaborammo alla salvaguardia dello Stato. E ritengo che siamo stati in grado, in questo senso, si sventare tre possibili colpi di stato, uno dei quali avrebbe previsto anche l’assassinio del presidente, come ebbi a dire anche al giudice Rosin. Come da patto fra gentiluomini, però, non sono mai ricorso all’aiuto del presidente ma ho giocato tutto sul piano del diritto positivo”.
“Ma in un paese dove è stata possibile una cosa del genere – commenta Ciancarella – non parrebbe forse possibile realizzare una strage di stato con gli stessi meccanismi con cui la Cia tentò di abbattere il regime castrista con la forma dell’”attacco alla fattoria”? In quel clima degli anni Settanta e Ottanta in cui si respiravano spinte di antidemocrazia si capisce anche la mia umiliazione, anche fisica”. “Ci ho impiegato 20 anni – spiega – a metabolizzare quella violenza nel carcere di Forte Boccea e l’ho fatto scrivendolo nel primo capitolo di un libro che forse ora, dopo tanti dinieghi, ha trovato un editore disposto a pubblicarlo e che si intitola proprio con la mia ultima frase durante la difesa davanti al collegio di disciplina: impossibile pentirsi”.
“Ora – entra nel vivo dei tanti misteri collegati alla sua vicenda – sarà necessario ascoltare le parole di Ciancarella senza il paraocchi della delegittimazione, a partire dalle “puttanate”. Le parole di Mario Alberto Dettori che, dopo Ustica, ebbe a dire: “Dopo quella puttanata del Mig...”. Se si perdono sei missili a testata inerte e si è nella impossibilità di capirne le cause, se sui rottami dell’aereo si trovano delle sferule metalliche del tutto simili a quelle dei missili in dotazione ma non si effettua nessuna perizia c’è evidentemente un disegno di depistaggio sui cui spero magistrati e politici vorranno tornare a indagare. Ma è una questione di pura volontà politica”. “Sono tanti – conclude – gli interrogativi doverosi e necessari, perché ci sono altri morti cui deve essere resa giustizia. Servirebbe, come è avvenuto nel Sudafrica post-apartheid, un momento di riconciliazione in cambio di verità, tutta la verità. Senza un simile processo resta solo un’insana aspirazione alla vendetta. Invece serve verità, prima di tutto per la morte di Marcucci e Lorenzini”.
La mattinata era cominciata con un video, realizzato dall’attrice e regista Stefania Morea, che ha ripercorso la vicenda umana e processuale di Mario Ciancarella fino alla recente sentenza. In sala il sindaco, Alessandro Tambellini, il vicesindaco Ilaria Vietina, l’assessore Serena Mammini, gli ex assessori provinciali Carmassi Giorgi e Simonetti, l’ex assessore comunale di Capannori, Alessio Ciacci e la consigliera comunale del Pd  Carla Reggiannini e la segretaria del Pd Lucca Centro Federica Pierotti.
Al tavolo dei relatori gli esponenti dell’associazione antimafia Rita Atria, con la vicepresidente Nadia Furnari, la rappresentante locale Laura Picchi e l’avvocato Goffredo D’Antona. Con loro anche l’avvocato Mauro Casella, che ha ripercorso la recente vicenda processuale di Ciancarella, che ha portato al riconoscimento della firma falsa e la perita del tribunale Susanna Bernabei che ha raccontato la ricerca “investigativa oltre che grafologica” che ha portato alla relazione per il giudice.
A Luciano Luciani, invece, è stata affidata una lettera dei figli Leonardo e Talitha: “Gli altri – hanno scritto – i traditori, oggi hanno perso, perché pensavano che avresti perso anche noi. Oggi sei ancora un punto di unione. E ci siamo sempre chiesti con quale forza sei riuscito fin qui a non “pentirti””.
La sentenza è stata depositata il 30 luglio e notificata alle parti il 2 settembre, anche al ministero della difesa. L’amministrazione dello Stato non ha presentato ricorso e la sentenza è diventata per questo esecutiva. “Ho inviato – spiega l’avvocato Casella – lo scorso 7 ottobre una diffida a pagare le spese legali e a restituire il grado con tutti gli accessori a Ciancarella. C’è tempo fino al 7 novembre per ottemperare alla diffida. Dopo di che si prepareranno gli atti per una causa al Tar di Firenze, in caso di inottemperanza, per recuperare il grado o per nominare un commissario ad acta affinché ciò avvenga”.
Va oltre l’associazione Rita Atria che auspica che il presidente della Repubblica, quello della Camera e quello del Senato chiamino Ciancarella e la sua famiglia per approfondire la questione: “Questo paese – dicono – deve fare i conti con le stragi di stato. L’associazione non può chiederlo direttamente, ma può farlo qualche rappresentante della politica. Nel 1997 il sottosegretario alla difesa Massimo Brutti affermò, in un incontro organizzato da Il silenzio degli innocenti, che il suo ruolo istituzionale non gli permetteva di incontrare un comandante radiato. Ora le cose cambiano, ma la responsabilità diventa politica e non personale”. “Comunque – è la richiesta finale – Mario deve essere reintegrato e promosso con medaglia al valor civile”. Per il legale Goffredo D’Antona, inoltre, è necessario riaprire il caso Ustica anche alla luce della recente sentenza Ciancarella.
A chiudere anche il parlamentare Davide Mattiello della commissione antimafia: “Questa legislatura – ha detto – passerà alla storia come quella della pacificazione Letta-Alfano. Dal 2013 si è detto basta, pietra sopra, rimozione per essere un paese migliore. Rimozione, dunque, e non verità. Io mi farò carico di contrastare questo, per quel che posso. Ma intanto, da parlamentare della Repubblica Italiana, dico: bentornato, capitano!”.
Chiude l’editore Romanini, che pubblicherà il libro-verità di Ciancarella auspicando che i proventi possano andare all’associazione antimafia Rita Atria.
Finisce così la lunga mattinata in cui si sono rievocati fatti di 33 anni fa ma che ancora fanno male, non solo alle persone ma a un intero Paese. “Sono sollevato – dice Ciancarella in chiusura -  ma anche amareggiato, perche sono troppi i compagni che mancano”. Che rispondono al nome di Mario Alberto Dettori, Sandro Marcucci, Emanuele Scieri, fra gli altri. Tutti morti che attendono verità e giustizia. Persone che non ci sono più e per cui Ciancarella continuerà a lottare “finché – dice citando parole proprio di Marcucci – il sangue dei nostri figli varrà meno del sangue di quello degli altri”.
Perché, a maggior ragione oggi, nessun pentimento è possibile.

Enrico Pace

Ultima modifica ilDomenica, 23 Ottobre 2016 10:59

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