‘Ndrangheta ad Altopascio, condanne definitive per due

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Taglieggiavano gli imprenditori e li tenevano in scacco, minacciandoli a mano armata o con attentati incendiari alle loro attività o case. Altri, invece, erano stati accusati di gestire un giro di spaccio per portare denaro nelle casse della gang.  Tutti agli ordini, secondo gli inquirenti, di Giuseppe Lombardo, esponente del clan dei Facchineri, che viveva ad Altopascio dall’età di 22 anni, quando aveva lasciato la Calabria insieme al padre Antonino, arrestato per mafia nel 1997 e condannato definitivamente nel 2003 dopo essere sfuggito nel 1987 ad un agguato mafioso. Continuando, però – aveva sostenuto l’accusa -, a mantenere i contatti con il clan della ’ndrangheta.

Per due dei tredici che nell’ottobre del 2013 furono colpiti dalle ordinanze della Dda di Firenze, al culmine di una indagine curata dal nucleo investigativo dei carabinieri di Lucca e dal Gico della Guardia di Finanza di Firenze, la Cassazione ha confermato le condanne, che dal 2 maggio scorso sono dunque definitive: otto anni a Salvatore Varsalona, palermitano di 51 anni residente ad Altopascio, e cinque a Alessio Macchia, 29 anni, pesciatino anche lui abitante ad Altopascio. Gli stessi anni che aveva confermato l’8 ottobre 2015 la Corte d’appello di Firenze dopo la sentenza di primo grado dal gup di Lucca con il rito abbreviato. Contro la conferma delle condanne in secondo grado i due avevano fatto ricorso in Cassazione, rispettivamente assistiti dagli avvocati Chiara Bonaguidi e Giulio Guernieri ma i giudici non hanno ritenuto fondate le motivazioni accogliendo in pieno la linea della Corte d’Appello.
Stando alle accuse, Salvatore Varsalona, con alle spalle una condanna per omicidio nell’organizzazione, per gli inquirenti, avrebbe il ruolo di spacciatore e “esattore” del pizzo agli imprenditori locali. Secondo i carabinieri, avrebbe minacciato alcune delle vittime finite nella rete anche con armi da fuoco. Stando ancora all’accusa, sarebbe anche coinvolto nell’incendio del magazzino della ditta Emac di Santa Croce sull’Arno, nel 2012. Per lui la condanna è anche per tentata estorsione e usura continuata. Alessio Mecca, lo stesso che era già finito nei guai per l’aggressione ad un ex imprenditore di fronte al bar H24 sulla via Bientinese, era stato invece accusato di detenzione e cessione di cocaina e marijuana e detenzione e porto in luogo pubblico di armi, aggravati dall’agevolazione mafiosa. Un’inchiesta che fece molto scalpore all’epoca, per gli arresti eccellenti di personaggi ritenuti dagli inquirenti in diretto contatto con la cosca dei Facchineri e attraverso cui, per l’accusa, si gestivano interessi nella Piana ma soprattutto ad Altopascio.

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