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Taglio dei boschi, il segretario del Pd di Villa Basilica: “Sentenza della Consulta pleonastica, ad esultare sono solo pseudoambientalisti”

Per Mirco Del Carlo “serve ampliare la conoscenza e le competenze attorno alle foreste e alle filiere forestali e rafforzare il made in Italy”

Sentenza della Corte Costituzionale contro la legge regionale ‘tagliaboschi’. Sul tema interviene il segretario del circolo Pd di Villa Basilica Mirco Del Carlo.

La legge, come ricorda Del Carlo, tentava di equiparare le procedure applicate nelle aree boscate tutelate per legge dal Codice del paesaggio con le aree, eventualmente boscate, tutelate per decreto, esentando la domanda di taglio dalla autorizzazione paesaggistica. Le articolate motivazioni con la quale la suprema Corte italiana ha deliberato in tal senso sono riassumibili nel fatto che non è competenza delle regioni deliberare su un tema di competenza statale.

“Quello che mi lascia basito – dice Del Carlo – sono le dichiarazioni di giubilo e di vittoria contro “il taglio indiscriminato dei boschi” contro il “guadagno di pochi a discapito di tutti” che subito alcuni autodefiniti ambientalisti e alcuni epigoni di partiti in cerca di visibilità hanno esternato. Ecco a costoro, che spero non sappiano e parlino di conseguenza senza sapere, voglio dire alcune cose: come ho detto le aree boscate sono per legge protette, lo stesso codice dell’ambiente permette il taglio in dette aree per scopi di taglio colturale, forestazione, riforestazione, opere di bonifica, antincendio e di conservazione senza l’autorizzazione paesaggistica di competenza dei comuni, con parere delle soprintendenze. Ora se si afferma che l’esigenza della autorizzazione paesaggistica comporti automaticamente la protezione degli alberi, o significa che le commissioni paesaggistiche dei comuni danno tutti pareri negativi, il che vorrebbe dire che sono preconcette, oppure bisognerebbe che qualcuno spiegasse tale automatismo. Inoltre, ribadendo che la sentenza della Corte Costituzionale non c’entra nulla con la tutela degli alberi ma esclusivamente con il paesaggio, faccio presente che nelle aree in cui sarebbe maggiormente necessaria la presenza di alberi come ad esempio le aree industriali, dove gli alberi apporterebbero sostanziali benefici di abbattimento degli inquinanti, ecco proprio lì gli alberi si possono tagliare senza l’autorizzazione paesaggistica, sbandierata come baluardo a difesa della natura. Quindi, questi “ambientalisti” ci sono o ci fanno?”.

“Alcuni dati, fonte report foreste 2022 di Legambiente – dice Del Carlo – “In Italia circa il 31,8% della superficie forestale presenta vincoli di tipo naturalistico (la media europea è del 15%) ed è situata all’interno di aree protette di carattere nazionale e regionale (di cui circa 10.500 ettari costituiscono riserva naturale integrale, INFC 2015), mentre il 22,2% della superficie forestale nazionale rientra nei siti della rete Natura2000; al di fuori delle aree protette il regime di tutela è assicurato da un insieme di norme ambientali e paesaggistiche nazionali e regionali, tra i più stringenti d’Europa: L’Italia, caso unico in Europa, presenta un vincolo di tutela paesaggistica sul 100% della superficie forestale; in Italia, quindi, un proprietario forestale (pubblico o privato) non ha mai la piena disponibilità del proprio bene in quanto l’utilizzo del bosco rimane sempre subordinato all’interesse pubblico”. Mi preme di sottolineare che nell’economia della nostra nazione Italia la filiera del legno, che è la seconda voce come importanza manifatturiera in tema di produzione del Pil (prodotto interno lordo, il sistema di misurazione del reddito creato in una nazione), udite udite, l’80% del legno che viene impiegato proviene da fuori dei nostri confini, quindi oltre a rappresentare una voce negativa nella bilancia commerciale, rappresenta anche una forte fonte di inquinamento, visto che il legname viaggia su strada, trasportato da camion che inquinano, al contrario se fosse prodotta in Italia farebbe meno strada, e contribuirebbe ad accrescere l’economia nazionale. E questo significa pure che questi alberi, necessari ad alimentare una voce così importante della nostra economia, vengono comunque tagliati, e a livello planetario che tali alberi siano tagliati in Italia, o in Austria o in Romania poco cambia; a meno che non si voglia affermare che tale manifattura va fatta chiudere, per non tagliare gli alberi a prescindere”.

“Faccio presente, infine – dice – che il “taglio selvaggio” che secondo costoro avverrebbe in assenza di questa salvifica autorizzazione paesaggistica, in realtà per farlo significa ottenere una serie di permessi e autorizzazioni che vanno dall’indispensabile autorizzazione di taglio rilasciata dall’unione dei comuni; se vi sono corsi d’acqua serve il nulla osta del genio civile regionale; se siamo in un’area protetta “natura 2000” serve il nulla osta della Regione settore ambiente e aree protette; e il taglio è vigilato dai carabinieri forestali. Pertanto mi sembra che il tagliare alberi sia fortemente controllato dagli enti presenti sul territorio, e aumentare con una ulteriore autorizzazione rilasciata da un Ente che risulta già abbastanza oberato di lavoro non sia significativo, se non per aumentare il tempo necessario alla raccolta dei pareri, aumentare il costo professionale dell’ottenimento di tali pareri, che aggravano la povera economia degli artigiani dediti alla custodia delle montagne, perché l’azione delle ditte forestali quasi sempre si riassume in questo, in quanto il presidio di aree fragili come quelle montane è rappresentato ormai solo da costoro, il cui ricavo economico non mi sembra li porti ad arricchirsi, come denunciato nello slogan “guadagno di pochi” dei “pseudo ambientalisti”. Serve ampliare la conoscenza e le competenze attorno alle foreste e alle filiere forestali e dare indicazioni precise per tutelare un patrimonio ambientale da cui dipende anche un sistema produttivo che alimenta la seconda manifattura del paese. Per queste ragioni anche l’Italia dovrà mettere in atto la gestione sostenibile e la valorizzazione responsabile del suo patrimonio verde (interessa 11 milioni di ettari e il 36,7% del territorio), e promuovere una visione comune tra le istituzioni interessate, le parti economiche e sociali, il sistema della cultura e della ricerca per definire per il decennio 2020-2030 una proposta per le foreste italiane bisogna aumentare la pianificazione e la certificazione forestale, incrementare i boschi con popolamenti maturi e senescenti (foreste primarie o vetuste) con l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e destinare a riserva integrale il 10% delle foreste e realizzare hot-spot di biodiversità forestale. Va promossa la nascita di un cluster legno nazionale per rafforzare il made in Italy e aumentare la produzione interna di prodotti forestali di qualità per ridurre la dipendenza dall’estero. Utilizzare i prodotti forestali per sostituire l’uso della plastica e il cemento in edilizia e promuovere un uso a cascata del legno anche per garantire filiere energetiche sostenibili, trasparenti e soprattutto legali. Non sono parole mie, ma riassunte sempre dal report di Legambiente, che mi trovano perfettamente d’accordo. Concludendo, ci sarebbe molto da fare, anziché esultare per una sentenza che è del tutto pleonastica”.