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Identikit del counselor: né psicologo né psichiatra

articolo1 foto Elisa PietriniCosa si intende per counseling? Ne hai mai sentito parlare? Un percorso di counseling può essere adatto ai tuoi bisogni attuali? Cerchiamo di vedere insieme, più brevemente e chiaramente possibile, di cosa si parla quando si dice 'counseling'. Il counseling, già ampiamente diffuso nei paesi anglosassoni ed in via di diffusione in Europa, si configura come un intervento di sostegno di breve durata. Con il counseling si aiuta il cliente ad attingere alle proprie risorse per affrontare il momento critico che lo ha indotto a chiedere aiuto.


Il sostantivo counseling deriva dal verbo to counsel che risale al latino consulo-ĕre, traducibile in 'consolare', 'confortare', 'venire in aiuto', si compone di cum e solĕre, 'alzarsi insieme', sia propriamente come atto, sia nell’accezione di 'aiuto a sollevarsi'. Carl Rogers (1902-1987), uno tra i più importanti esponenti della psicologia umanistica americana, usa il termine counseling per indicare una relazione nella quale il cliente è assistito nelle proprie difficoltà senza rinunciare alla libertà di scelta e alla propria responsabilità.
Il counselor, dunque, è un professionista dell’ascolto e della relazione d’aiuto, che sa indirizzare il cliente verso il superamento del momento critico in modo autonomo.
A dispetto del nome che evoca la parola consiglio, di conseguenza, il counselor non dà consigli ("se una persona si trova in difficoltà - dice Rogers - il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle cosa fare […] quanto piuttosto quello di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema prendendo da sola e pienamente le responsabilità delle scelte eventuali"). Il counselor non fornisce soluzioni ma aiuta piuttosto il cliente a capire che ha tutte le capacità necessarie per la risoluzione del suo disagio, non si sostituisce al cliente nel prendere decisioni, non si prende carico delle responsabilità del cliente stesso. "La funzione del counselor è quella di portare il cliente ad accettare la responsabilità della propria condotta e degli esiti della propria vita" (Rollo May). Chi si trova nel disagio, di qualunque entità esso sia, ha spesso la tendenza a scaricarne la responsabilità a terzi (il destino o un’altra persona, per esempio). Uno dei principali compiti del counselor è dunque quello di riportare l’attenzione del cliente sulle proprie responsabilità, e sulla consapevolezza che nessuno possa prendere il suo posto nel decidere della propria vita, che non può esimersi dallo scegliere. Fino a che ciò non accade non si può sperare che il cliente prenda in mano la sua esistenza, che prenda coscientemente le proprie decisioni, che viva perciò una vita piena e consapevole. Strumento fondamentale per ottenere questo risultato è l’empatia, che risulta essere una delle più importanti caratteristiche professionali del counselor. Con il termine empatia si intende la capacità di condividere il disagio dell’altro e di percepirlo come se fosse il proprio. Importante per la buona riuscita di un percorso di counseling è che il counselor resti nella dimensione del come se, ovvero che non si lasci invadere dall’ansia del cliente “sentire la sua (del cliente) confusione, o la sua timidezza, o la sua ira o il suo sentimento di essere trattato ingiustamente come se fossero propri, senza tuttavia che la propria insicurezza, o la propria paura, o il proprio sospetto si confondano con i suoi, questa è la condizione che sto cercando di descrivere e che ritengo essenziale per instaurare un rapporto produttivo” (Rogers). Fondamentale, inoltre, per una buona riuscita del processo è la capacità da parte del counselor di sospendere il giudizio. Questo sta a significare che il counselor deve riuscire a guardare al cliente ed al suo disagio senza preconcetti e pregiudizi, senza che le sue idee o le sue esperienze personali intervengano in alcun modo nel suo trattare il problema. “La valutazione degli altri non mi serve da guida”; e ancora “il terapeuta accetta, rispetta, apprezza il cliente in modo incondizionato” per citare nuovamente Rogers. Il counselor deve infine essere autentico e ben integrato, afferma Rogers, deve, cioè essere interamente se stesso ed aver ben chiara la propria esperienza e la sua rappresentazione. Importante sottolineare, infine, che il counselor non è uno psicoterapeuta, né tantomeno uno psichiatra (che è un medico). Di conseguenza un percorso di counseling non sostituisce in alcun modo la psicoterapia o il trattamento psichiatrico. Il counseling, a differenza della psicoterapia e della psichiatria, va a sostenere persone che stanno attraversando un momento di difficoltà, si agisce solo su quel momento in particolare, senza andare a cercare motivazioni antiche o, meno che mai, di tipo medico. Un bravo counselor saprà discernere cosa si trovi nel suo ambito di azione, in caso contrario saprà indirizzare il cliente verso il professionista più adatto al suo caso.

dottoressa Elisa Pietrini
counselor a indirizzo olistico e operatrice reiki di II livello

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