Piano operativo, un’occasione per progettare il futuro della città. A partire dall’ex Manifattura

Serve un dibattito ampio e condiviso per evitare scelte imposte dall'alto o condizionate. Ma anche un orizzonte meno asfittico ed autorefenziale

La città che sceglie è una città viva. E per Lucca è arrivato il momento di interrogarsi, di decidere quale vestito indossare per la nuova stagione. Con la consapevolezza che non potrà essere più quello buono della domenica, sempre uguale a se stesso, di generazione in generazione perfetto. Occorre coscienza della velocità con la quale cambia la domanda di città. Pianificare un tessuto elastico e, al tempo stesso, coerente con l’identità dei luoghi.

È questo il tempo: a breve partirà il percorso di partecipazione per il nuovo piano operativo, che l’amministrazione Tambellini intende adottare con la fine dell’anno. Uno strumento che prenderà il posto del regolamento urbanistico del 2004. Dopo 16 anni, quindi, Lucca torna a scegliere, a immaginare le trasformazioni necessarie per migliorare la qualità dell’abitare lo spazio pubblico. Questo il momento per scrivere, nero su bianco, quali funzioni ammettere – tra le possibili – per rigenerare aree strategiche che, nel tempo, sono state dismesse. E per liberare il dibattito pubblico cittadino da un eccesso di autoreferenzialità.

Un momento importante e forse decisivo anche per valutare il secondo quinquennio di mandato dell’amministrazione Tambellini, che sulla riqualificazione del centro storico si gioca gran parte della propria credibilità.

Caso pilota, per posizione e volumetrie, è quello della Manifattura Tabacchi. Mercoledì (12 febbraio) è stata presentata, con una tempistica forse poco opportuna rispetto all’iter da seguire per l’area, la proposta di project financing da parte di Coima Sgr per conto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Un’operazione titanica da 60 milioni di euro che riguarderà due terzi, quelli a sud, dell’ex opificio del centro storico. Si chiama partenariato pubblico privato. Nelle intenzioni il Comune partecipa con immobili di proprietà, la Fondazione Cassa di risparmio di Lucca con il capitale. Semplificando al massimo, due sono gli esiti: reddito per l’investitore, opere pubbliche per la città. Una formula win-win, si direbbe usando il lessico del business.

Questo progetto, che prevede per la nuova Manifattura sud due nuove piazze, l’insediamento di un’azienda da 400 dipendenti, appartamenti residenziali e parcheggi, stando alle prime reazioni è stato avvertito, in parte giustamente vista la scelta comunicativa, come calato dall’alto.

Ma, c’è da ricordare a chi improvvisamente si scandalizza, che le funzioni sono le stesse votate dal consiglio comunale con l’atto di indirizzo e master plan del 2016, concertato con la Soprintendenza. Le stesse che sono divenute poi oggetto della variante al regolamento urbanistico adottata lo scorso 26 novembre, sempre dall’assemblea cittadina. Assise che tornerà a riunirsi – come anticipato dal sindaco e come richiesto anche da minoranza e associazioni ambientaliste – per discutere il progetto della Fondazione.

Un Consiglio che, però, proprio in conseguenza del voto sulla variante, è solo una scelta politica e non un obbligo normativo. Il destino di quella porzione della manifattura, dopo quel voto, potrebbe infatti legittimamente seguire anche una via che non è quella dell’assise pubblica. Questione su cui, nella seduta di novembre, nessuno ebbe nulla da eccepire.

Ben venga, comunque, il confronto ampio e plurale (per questo come per altri immobili dismessi e di proprietà comunale) purché abbia, come esito, una scelta.

Il dibattito sulla nuova Manifattura non può prescindere dalla presa d’atto che il sistema è affaticato. Basti guardare a cosa sta succedendo per la parte nord dell’ex complesso industriale, per la quale sono in campo energie pubbliche (ex Piuss e sue rimodulazioni): un appalto in cui si sono succedute due ditte non troppo in salute, poi fallite, che ha lasciato in dote ad oggi un 70 per cento di lavori ancora da fare. Solo il consolidamento antisismico è completato per l’80 per cento.

Eppure il progetto c’è, i contenuti sono stati condivisi e poi scelti: la Manifattura della cultura, con l’Expo del fumetto, l’università Campus, uffici pubblici e spazi di coworking e partecipazione. Ci sono anche i finanziamenti – circa 13 milioni. Ma non basta: gli iter per arrivare a conclusione, quando la stazione appaltante è un ente pubblico, sono appesantiti da norme rigide. Un’eredità pesante, contraltare di stagioni di corruzione e di sospetti che hanno lasciato, come marchio, un sentimento di sfiducia. Anche nelle leggi.

C’è poi la necessità strutturale, in generale per pensare alla città del futuro, di affrontare i cambiamenti epocali che vive l’Europa e la società globale: l’emergenza climatica, l’attenzione alla sostenibilità ambientale, le trasformazioni demografiche, le nuove famiglie e i fenomeni migratori. Le innovazioni digitali, lo smart working e la necessità, sempre più viva, di qualificare gli spazi di condivisione.

Su questi assi cartesiani è opportuno, oggi, inquadrare la discussione sulla Manifattura. E chiedersi quale via sia realmente percorribile e utile per non lasciare che un luogo così caro alla città rimanga un punto interrogativo, un vulnus nel cuore del centro storico.

Lucca deve dire oggi se vuole che quella città nella città diventi davvero una città per la città, percorribile e permeabile. E farlo guardando in prospettiva, al di là colore dell’amministrazione, con energia. Tenendo conto che la questione Manifattura Tabacchi avrà un orizzonte temporale che andrà ben oltre questa consiliatura la politica si assuma la responsabilità di scegliere, dia un peso specifico alla sua voce nel dialogo col soggetto privato, senza appiattirsi a decisioni che non passano dalle stanze dell’amministrazione, e vada avanti senza temporeggiare.

Il recupero della Manifattura Tabacchi con partenariato pubblico privato potrebbe essere, di fatto, un’occasione salvo che non passi il messaggio che con le amministrazioni pubbliche il privato può fare affari senza assumersi il rischio d’impresa.

Di sicuro il modello-Lucca ha le carte in regola per fare scuola in un paese ricco di beni patrimoniali con vincolo culturale e paesaggistico che hanno urgenza di ripensarsi, soprattutto nelle piccole città. 
E se il progetto economico-finanziario deve essere sostenibile per chi investe, il risultato in termini di spazio pubblico deve essere necessario, bello e fruibile per le persone.

Ci sono le condizioni per tornare a parlare di architettura a Lucca e di farlo, perché no, con un con concorso di respiro internazionale come già avviene, anche per i centri di modeste dimensioni, in tutta Europa. Senza imbrigliare e rendere asfittico il dibattito sulla questione del numero degli stalli dei parcheggi, che sarebbe davvero uno svilimento dell’orizzonte del dibattito e anche delle finalità della partecipazione.

È questo, semmai, il momento di assumere un atteggiamento quanto più possibile laico e di intraprendere una terza via d’opinione. Ponderata, costruttiva, centrata. E, se possibile, informata. Senza fare riferimento a norme e strumenti urbanistici non più esistenti e senza parlare di una città che, nelle parole, a volte risulta essere davvero un orizzonte nostalgico e tutto volto al passato.

Lucca si pensi nel futuro. È questa l’occasione per iniziare a farlo.

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