Quantcast

Ristoranti e locali, l’appello di Gambini: “Riaprire prima che sia troppo tardi”

L'imprenditore è per la linea dura: "Certezze o esercizi comunque aperti in tutta sicurezza". Intanto il Blanco si allarga per garantire gli spazi in vista dell'estate

Certezze sui tempi e sul sostegno alle imprese, altrimenti siamo pronti a riaprire in tutta sicurezza”. A parlare è l’imprenditore Brunello Gambini, titolare del Blanco, notissimo locale sul viale Europa a Lucca, praticamente a un anno dalle prime chiusure che hanno messo in ginocchio le attività di ristorazione.

All’indomani della manifestazione di piazza di Confcommercio e Confesercenti Gambini decide di tracciare una rotta sulla quale spera di coinvolgere altri colleghi, quella di alzare la voce con chi prende le decisioni per mettere nel mirino una ripartenza in tutta sicurezza.

La misura, per lui ma anche per molti colleghi con cui si è confrontato, è colma. Il rischio è quello di una serie di fallimenti a catena nell’ambito della ristorazione, che a quel punto sarebbe alla mercé di affaristi con obiettivi poco chiari o di imprenditori stranieri che farebbero perdere l’identità all’offerta enogastronomica cittadina.

La premessa è semplice. Il Blanco, così come molti altri locali, ha chiuso per il primo lockdown lo scorso 12 marzo per riaprire a giugno. Un’estate in attività, fino al 25 di ottobre, data della nuova chiusura fino all’11 di gennaio, con numerose limitazioni. E un nuovo stop alla vigilia di San Valentino.

E si parla di una realtà fatta di 14 dipendenti, attiva dal 2013.

Da quando è iniziata la pandemia il settore è stato martoriato: “Non è certo colpa di Conte – spiega Gambini – perché chiunque si fosse trovato ad affrontare una situazione del genere non avrebbe saputo dove mettere le mani. Di certo, però, si è contornato di persone non all’altezza e, per quanto riguarda il rapporto con il mondo del commercio, non del mestiere. All’inizio tutti siamo stati travolti dalla pandemia, poi occorreva ragionare e ripartire: perché il risultato è che la gente rischi di morire di fame e di fallire”.

“Certamente – prosegue Gambini – il tema della salute deve venire per prima e fra le prime situazioni da affrontare c’è quella della scuola, ma anche la ristorazione non può restare indietro, a maggior ragione laddove non è stato affatto dimostrato che locali e ristoranti siano fonte di contagi”.

Il locale, comunque, già l’anno scorso si era attrezzato: “Dove prima potevo ospitare fino a 200 persone – spiega – ne possono entrare 80. Il servizio prevede l’apericena con servizio al tavolo in piena sicurezza. Per quello che succede fuori, invece, non posso certo essere ritenuto responsabile io, ma occorrono i controlli delle forze dell’ordine. in casa mia, invece, se non sto alle regole è giusto che mi si sanzioni e alla terza volta che si revochi anche la licenza”.

“Ma ora – spiega l’imprenditore – sono 12 mesi di stop e si arriverà a un anno e mezzo di attività chiuse. Il 50 per cento di queste fallirà o rimarrà a lungo indebitato. Perché nel frattempo le utenze e gli affitti si continuano a pagare e i ristori avuti sono stati minimi, con i quali si riesce a pagare circa un terzo delle spese. Al di là del fatturato delle singole aziende io vorrei che chi fa questo mestiere possa ripartire non gravato da debiti pregressi: il governo dovrebbe ripagare le spese dovute alla chiusura certificate da un professionista. Sono diverse, infatti, le situazioni di realtà come la nostra e quelle di un locale di 50 metri quadri in un paese”.

“Intanto – racconta ancora – ci sono proprietari dei fondi che vogliono l’affitto e hanno inviato le lettere di sfratto a chi non ha pagato. E i debiti ogni giorno che passa, senza riaprire, aumentano fino ad arrivare a cifre non indifferenti”.

Nel mirino di Gambini anche l’atteggiamento ritenuto troppo morbido delle associazioni di categoria e dei colleghi imprenditori: “Ho cercato di coinvolgere – dice – altre persone per afferontare questa situazione ma non c’è questa unione di intenti. Se eravamo d’accordo tutti puntavamo alla riapertura di tutti i locali in sicurezza, cosa che va fatto il prima possibile. Ci vorrebbe che una associazione, assieme ad avvocati e commercialisti, buttasse giù alcune richieste perentorie e dicesse: se ci date garanzie entro un certo periodo bene, altrimenti noi riapriamo mantenendo tutte le misure di sicurezza. Sono tante le cose che si possono fare, come un coprifuoco alle 23, la presenza di un responsabile che controlli all’entrata a spese dei locali. Bisognerebbe essere in tanti, riunirsi e decidere in maniera compatta. Altrimenti sarà il disastro e il fallimento per un settore che è stato trainante per decenni”.

L’obiettivo è quello di riuscire a ripartire entro un mese, un mese e mezzo e non nelle modalità dimezzate dell’apertura a pranzo e dell’asporto: “La stessa manifestazione di piazza – spiega – pensavo potesse essere utile, ma ha avuto poco senso, sia perché serviva qualcuno che si imponesse nelle richieste alla politica, sia per la partecipazione: mi aspettavo una piazza piena, invece c’erano poche persone, soprattutto pochissimi dipendenti. Anche la categoria ha sbagliato. Innanzitutto l’errore è stato accettare l’asporto, con cui non si riescono a coprire neanche le spese. Se si fosse lasciato alle sole pizzerie sicuramente qualcuno in più si sarebbe ribellato”.

Le proposte, da Gambini, non mancano: “Sarebbe giusto intanto – dice – chiudere gli spostamenti fra regioni, se si riapre in estate, lasciando tutto aperto e in sicurezza. Certo qualche zona, come la Versilia, sarà in difficoltà, ma se si pensa alla chiusura totale degli impianti di sci in inverno di sicuro il danno sarà minore. Le attività lavorerebbero con la gente del posto, ma il settore ripartirebbe in tranquillità. Poi la questione dei controlli: invece del coprifuoco andrebbero intensificati i controlli mentre i locali devono seguire le regole in casa propria. Se tutti abbiamo buon senso ne possiamo uscire bene. Altrimenti l’onda lunga dei debiti porterà gli effetti della crisi economica al 2022, quando si presenterà la longa manus della burocrazia a riscuotere i debiti fiscali e le tasse rimandate”.

“Ho anche pensato – racconta ancora – a dire basta, ma mi piace questo tipo di lavoro e voglio lavorare tranquillo. Certo mi sto guardando intorno e anche se questo locale rimarrà sicuramente aperto ho diverse idee sempre in questo settore fuori da Lucca, in Italia e all’estero. Sto decidendo se farlo o non farlo, molto dipenderà da cosa accadrà nei prossimi mesi. Nel frattempo ho investito circa 40mila euro per rinnovare l’allestimento del locale e per la sicurezza. Quando ripartiremo lo faremo ‘a bomba’ con apericena serviti al tavolo. Siamo anche pronti a creare cose nuove per ripartire e per accontentare il cliente: novità al prezzo giusto a colazione, pranzo, apericena e cena. Stiamo anche attrezzandoci per utilizzare tutta la zona esterna, parcheggio compreso, per l’estate: 500-600 metri quadri a disposizione per ospitare tutti e per far divertire i clienti”.

Un ultimo pensiero va ai fornitori: “Per loro – conclude Gambini – non è stato previsto alcun ristoro. E anche questo può rappresentare un danno per noi. Cosa succede se chiudono e subentra un grande gruppo che ci aumenta il prezzo delle materie prime? Il tutto si riverserebbe sul consumatore finale. E non capisco come mai il tema non si sia affrontato dal punto di vista della filiera”.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di Lucca in Diretta, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.