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Bulli e inchieste al Carrara, la moglie del preside Lazzari rivive un anno di calvario: “Cesare distrutto da accuse ingiuste”

La donna fonda l'associazione Claret per mettere in luce i rischi del personale scolastico: "Mio marito voleva affrontare a testa alta il processo"

Restituire dignità a insegnanti e dirigenti scolastici, riconoscendone e tutelandone il ruolo di formatori generazionali: era questa la volontà di Cesare Lazzari, il dirigente scomparso dell’Itc Carrara che in seguito alla nota vicenda dei sei bulli che aggredirono il professore di italiano e storia venne accusato di omissione di denuncia.

Minacce e offese al prof riprese in 4 video

Adesso a parlare è la moglie Loredana Bruno, che si sfoga per gli ultimi mesi sotto i riflettori e mette in luce, illumina il ruolo del preside venuto a mancare e di tanti che come lui hanno speso la vita per la scuola. “Mio marito voleva affrontare il processo per fare giurisprudenza – svela la moglie -. Il destino non l’ha permesso, perciò ho fondato l’associazione Claret: per fare luce sui rischi cui è esposto il personale scolastico, e sulla mancanza di adeguate tutele legali. Portando avanti la volontà di Cesare”.

Una persona umile e riservata, che sapeva valutare le priorità anteponendo sempre gli altri a sé stesso: “Era questo l’approccio alla vita di Cesare Lazzari – racconta la moglie Loredana Bruno -. In famiglia era sensibilissimo, attento e amorevole, come del resto a scuola: lo chiamavano il professore ‘buono’. E non c’è da stupirsi: mi diceva che i ragazzi vanno accompagnati alla scoperta della disciplina. Vanno affascinati: e ci credeva davvero”.

Il preside dovette affrontare il caso scoppiato nell’aprile del 2018. Il noto video in cui sei ragazzi dell’Itc Carrara scherniscono e minacciano un professore finisce su tutti i telegiornali nazionali, come ‘atto di bullismo’. Insieme al clamore dei media, anche il sistema giudiziario si attiva: tre di loro saranno bocciati, gli altri rimandati a settembre in più materie, con il sei in condotta.

Ma a finire nella rete della legge è stato anche l’allora dirigente scolastico Cesare Lazzari: “L’accusa di omissione di denuncia lo provò molto a livello psicologico. Fu per lui un vero e proprio colpo basso da parte di un giudice che vedeva reati inesistenti – spiega Loredana-. Perché mio marito non era certo sprovveduto in materia e sapeva di aver agito correttamente”.

Dopo anni dedicati all’insegnamento, Cesare consegue infatti un master in legislazione scolastica dedicandosi alla dirigenza dell’Iis Carrara-Nottolini-Busdraghi e delle scuole medie di Bagni di Lucca: non dettato da ambizioni personali, ma per incidere maggiormente sul bene comune.

“Cesare scelse di fare il professore fin da subito, non fu un ripiego. Al contrario di molti colleghi che lavoravano anche nelle aziende, lui accantonò la carriera universitaria per dedicarsi completamente all’insegnamento, e in seguito alla dirigenza scolastica. Perché sapeva che in questo modo poteva cambiare la società. Aveva capito che per costruire un mondo migliore bisogna partire dall’istruzione”.

Una indagine “vissuta come un affronto da un uomo come lui”, che credeva nel ruolo formativo della scuola, e che di legislazione ne sapeva: “Era davvero provato, distrutto dopo l’accusa per omissione di denuncia – ricorda la moglie -. Però come sempre riuscì a essere molto determinato, e passato il disagio emotivo ha ripercorso tutta la vicenda con scrupolosità e oggettività, rimettendosi in discussione: e capì di trovarsi nel giusto. ‘Non ho niente da temere, anzi: lo voglio affrontare, questo processo’, diceva risoluto. Poteva infatti intraprendere una via più breve e meno dolorosa: ma fece ricorso in cassazione, portando il suo caso davanti alla corte europea per fare giurisprudenza”.

Come è noto, purtroppo il destino non glielo ha permesso. A stroncare la sua fermezza, l’8 agosto 2019, è stato un malore di cui ancora non sono chiare le cause: “Forse un gioco di correnti. Eravamo nella nostra casa al mare, in Sicilia: come capitava spesso, ognuno era impegnato in u0n0a attività diversa: mio marito si allenava con l’apple watch, e non ne è tornato vivo. Il mare è fantastico, ma non bisogna abbassare la guardia. L’acqua a volte non perdona”, osserva Loredana.

Annega e muore il preside Cesare Lazzari

La morte del preside buono blocca le indagini. Nemmeno la persona a lui più cara, la compagna di una vita, può continuare a lottare in sua vece: la legge non lo permette. Ma Loredana non si ferma: “la prima data del processo era prevista il 14 febbraio 2020, ma è decaduta con il decesso dell’imputato. Così funziona la giustizia italiana, purtroppo. Se non posso portare a termine la battaglia di mio marito, voglio comunque riuscire a cambiare qualcosa nel nostro sistema legislativo- spiega Loredana-. Per questo ho fondato l’associazione Claret -Cesare Lazzari Attenzione Per Rischio E Tutela-: perché lui voleva che la sua vicenda giudiziaria diventasse un riferimento per l’ambiente scolastico, migliorando la condizione dei suoi operatori e restituendone valore e dignità”.

Dal latino “fare chiarezza, illuminare”, l’associazione Claret, che verrà presentata domani (16 gennaio) all’Itc Carrara, persegue fermamente la volontà dell’ex dirigente: denunciare i rischi cui s’imbatte ogni giorno il personale scolastico e l’assenza di adeguate tutele legali, proponendo al ministero dell’istruzione un adattamento del sistema normativo alla scuola. Un ambiente da non intendersi come una prigione o un riformatorio, ma una comunità educativa: “Spesso – spiega Loredana, anch’essa professoressa – i ragazzi non hanno comportamenti corretti, ma non per questo sono criminali. Eppure, denunciarli significa etichettarli come tali. Il ragazzo che si sente a disagio fra i banchi lavora d’istinto e si ribella, interrompendo la lezione. Ma non è ammissibile equiparare questo a un’interruzione di pubblico servizio, da denunciare a livello penale. Eppure, la legge italiana funziona così: è inaccettabile. Perché non tutto è ascrivibile a reato, soprattutto per un ragazzo di 14 anni. La scuola-afferma la professoressa- deve tentare tutti i metodi educativi possibili, attivando la giustizia solo quando si tratta davvero di un reato: come nel caso del video al professore di italiano, che mio marito fu risoluto nel denunciare”.

“Educare e includere, non reprimere e punire. Il ministero dell’istruzione chiede questo” a professori, maestri e dirigenti scolastici. Da cui tuttavia, il sistema legislativo pretende denunce: minacciandoli di essere a loro volta denunciati. Una situazione estremamente ambigua, che è al centro della riflessione di Claret, e della sua fondatrice Loredana: “Le manifestazioni di insofferenza fra gli alunni sono ormai una triste normalità nelle nostre scuole, ma non si contrastano denunciando i ragazzi, né gli insegnanti o i dirigenti che non lo fanno. Così gli alunni non migliorano, e si rischia di spostare la delinquenza dalle strade alle scuole, dove non serve reprimere ma educare. Inoltre – conclude – l’impressione è che il nostro sistema giudiziario non riconosca le sanzioni scolastiche: mi riferisco a uno dei bulli dell’Itc Carrara, punito dai professori con la sospensione di un giorno per aver cambiato i voti sul registro. Il giudice non la ritenne sufficiente, definendo l’azione falso in atto pubblico. Come possiamo pretendere che le famiglie e i ragazzi diano valore alle nostre sanzioni, se la giustizia non è la prima a farlo? E che la sanzione, di conseguenza, modifichi il comportamento degli alunni, se ai loro occhi non conta più niente?”.

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