Voto, odissea per la scienzata lucchese a NY per studiare il Covid

Diritto negato per mancata comunicazione tra uffici del Consolato

Non è un ‘cervello in fuga’ – perché nessuno dall’Italia la insegue, come ironicamente sottolinea spesso Ilaria Russo, scienziata lucchese alla Columbia University di New York impegnata nello studio della patologia cardiaca associata al Covid-19. Ma senz’altro è un cervello pensante, critico e attento a quello che succede in Italia. Tanto da non aver mai mancato un appuntamento elettorale ‘a distanza’ da quando, nel 2014, si è trasferita sulla East Coast per vivere di ricerca. Almeno fino ad oggi.

Sì, perché a questo giro dal Consolato non è arrivato nei tempi il consueto plico che i cittadini italiani che abitano all’estero ricevono a casa per esercitare il proprio diritto di voto. L’inghippo? Una mancanza di comunicazione tra l’ufficio anagrafe e l’ufficio elettorale. Ma procediamo con ordine.

Ilaria Russo è regolarmente iscritta all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero) e a gennaio ha lasciato il suo appartamento di Manhattan per trasferirsi a Brooklyn. Entrambi i distretti afferiscono alla solita sede consolare che, come prassi vuole, deve essere informata ogni volta che il cittadino italiano all’estero cambia la sua residenza. “Ed è esattamente quello che ho fatto – racconta Ilaria – quando il 2 aprile, in pieno lockdown, ho inviato via email al Consolato la dichiarazione insieme a tutti gli allegati richiesti: il mio documento di identità, un form compilato scaricato appositamente dal sito dell’ente e un’attestazione del nuovo indirizzo, quello che viene chiamato ‘proof of address’: io ho inviato la prima pagina del mio estratto conto”.

In risposta, però, Ilaria Russo ha ricevuto soltanto un’email automatica di avvenuta ricezione e di avviso che, dato l’alto numero di domande, ci sarebbero potuti essere ritardi nel processare la pratica. “Ritardi che, col passare dei mesi, sono diventati sospetti. E così a inizio settembre – continua Ilaria – non avendo ancora ricevuto il mio plico, ho chiesto lumi all’ufficio elettorale, specificando di aver comunicato all’anagrafe il cambio di residenza ad aprile”.

ilaria russo

Tutto risolto? Purtroppo no. Prosegue Ilaria: “In un primo momento chi mi ha risposto ha chiesto di nuovo l’invio della documentazione che attestasse il cambio di residenza, come se non avessi mai inviato l’email del 2 aprile. Ho fatto presente che il Consolato aveva già tutto, ma ho comunque rimandato gli allegati richiesti sperando di sbloccare la situazione. Arrivata al 10 settembre, dopo un lungo botta e risposta via email simile al nostro ‘Dove vai? Son cipolle‘, mi viene comunicato che il plico elettorale mi arriverà per posta. L’ufficio specifica tuttavia che i tempi si sono fatti stretti e mi viene offerta, come alternativa, la possibilità di recarmi alla loro sede per ritirare il necessario a esercitare il mio diritto di voto”.

Lieto fine? Ancora una volta, macché. Va avanti Ilaria Russo: “Peccato che l’ufficio elettorale sia aperto solo dalle 11 alle 14: un orario proibitivo per chi lavora, come me, da tutt’altra parte, e non può permettersi pause flessibili perché considerato ‘essential worker‘. Non avendo avuto indicazioni precise su quanto stretti fossero i tempi e confidando nella posta prioritaria, ho scelto di farmi recapitare la scheda elettorale a casa”.

Ma la cassetta è rimasta vuota. “Sono amareggiata – commenta Ilaria Russo – perché non potrò esercitare un diritto costituzionale. E questo nonostante io mi sia attivata fin dal mese di aprile. Purtroppo per noi italiani a New York il termine ultimo era fissato per il 15 settembre alle 16, ma questo l’ho appreso soltanto dopo aver dato il mio assenso a ricevere tutto per posta. Certo, comunque, non avrei potuto immaginare che nello stesso distretto la posta impieghi più di cinque giorni ad arrivare”.

“Sono sempre stata una cittadina informata e consapevole – conclude – grazie anche all’esempio ricevuto dall’esperienza e passione politica di mio padre, Aurelio Russo. È quasi inverosimile che nel 2020, nel pieno dell’era digitale, le pratiche si arenino con questa superficialità andando persino a intaccare il diritto principe di ogni civiltà democratica”.

Una disavventura sintetizzata in un tweet (riportato qua sotto) con tanto di tag al ministro degli affari esteri Di Maio.

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