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Ha sgozzato Elena Raluca, poi ha ripulito la casa: inchiodato dai telefoni e dalle telecamere foto

Per gli inquirenti l'omicidio di Aosta è stato compiuto in meno di 40 minuti nel pomeriggio di sabato scorso

Trentasette minuti per uccidere Elena Raluca Serban a sangue freddo e con “accanimento”, ripulire l’appartamento e uscirne con l’arma del delitto. E’ questa la moviola del dramma che si è consumato, secondo gli inquirenti, nell’alloggio di via dei Partigiani ad Aosta, fra le 18,19 e le 18,57 di sabato pomeriggio (17 aprile). Il gip, nel firmare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Gabriel Falloni, il 36enne sardo accusato del delitto, accoglie in pieno la ricostruzione della squadra mobile della questura di Aosta che incrociando i dati dei tabulati delle utenze telefoniche intestate alla 32enne di Lucca, con le immagini riprese dalle 4 telecamere condominiali, è riuscita a dare un nome e un volto al presunto killer. Ad inchiodarlo, non ci sono soltanto le due telefonate fatte poco prima di entrare nell’appartamento alla giovane donna, ma anche il giubbino nero immortalato nei video indosso ad un uomo con la mascherina, entrato in casa nel lasso di tempo in cui si ipotizza sia stato compiuto il delitto.

La vittima, Elena Raluca Serban
Elena Serban Radula

Quel giubbino riappare in un selfie scattato da Gabriel e postato su Facebook il giorno prima del delitto. Indizi e prove che per gli inquirenti sarebbero schiaccianti, insieme al riscontro del numero di cellulare che alle 18,07 e alle 18,20 di quel sabato pomeriggio chiamò l’utenza di Elena: le ultime due telefonate a cui la giovane donna ha potuto rispondere. Soltanto dieci  minuti prima si era interrotta la videochiamata con la sorella Aleksandra, da Lucca. Le due si erano viste attraverso la cam del cellulare e avevano parlato per alcuni minuti prima che cadesse la linea. Così la sorella le aveva mandato un cuore su Whatsapp e Elena aveva risposto con la stessa emoticon.

Nulla che facesse temere la sorella. Ma già alle 18,37 Elena non era più reperibile. In quell’istante le arriva infatti la telefonata di un cugino che vive in Romania ma la donna non risponde. Lui si rivolge così ad Aleksandra e le spiega l’accaduto. Sulle prime la sorella non dà peso alla cosa, ma quando poi alle 21 scrive un messaggio alla sorella senza ricevere più alcuna risposta si allarma. Prova ancora a chiamare, ma niente. Così parte per Aosta e l’indomani mattina contatta la polizia che si reca all’alloggia di Elena e con l’aiuto dei vigili del fuoco scopre il cadavere della donna riverso in bagno.

Il killer, ricostruisce la polizia, ha tentato di ripulire la scena prima di allontanarsi. Lasciando Elena priva di sensi a terra, ha preso una borsa da ginnastica e vi ha nascosto l’arma del delitto, uscendo di casa. Secondo gli inquirenti quell’uomo immortalato una seconda volta dalle telecamere sarebbe Gabriel Falloni.

Le indagini fin da subito si sono mosse nell’ambiente degli incontri erotici. Una volta acquisite le utenze della donna, gli investigatori le hanno inserite su internet e hanno scoperto che erano legate a profili di escort e siti di annunci. Hanno così acquisito i tabulati, scoprendo a chi appartenesse il numero telefonico da cui erano giunte le ultime due telefonate ad Elena. Ed è risultato proprio quello di Falloni.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, il 36enne avrebbe chiamato Elena alle 18,07: quella, secondo la polizia, era la telefonata per concordare l’incontro. Appena 40 secondi al telefono, poi il killer riagghiancia. Poco dopo, alle 18,19 le telecamere riprendono un uomo con un giubbino con il cappuccio avvicinarsi all’ingresso del condominio dove viveva Elena. E’ qui che fa la seconda telefonata, ancora più breve, entrando nel palazzo. Poi trascorrono quei lunghissimi minuti: la polizia ipotizza che l’uomo sia entrato, sia sorto un litigio (o forse tra i due sia proseguita una discussione iniziata precedentemente) poi degenerato nel sangue.

Il gip nel giustificare la misura detentiva sostiene nell’ordinanza che Falloni potrebbe uccidere ancora. Parole cui l’avvocato difensore Marco Palmieri, del foro di Sassari, risponde indirettamente dettando alle agenzie non soltanto che Gabriel “non è un ragazzo violento” ma che i reati per i quali lo aveva già assistito in passato erano relativi a fatti “di natura completamente diversa”.

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