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“Un bambino non può avere due madri”. La sentenza del tribunale di Pisa sul ricorso di una coppia di donne

Le due 'mamme' avevano chiesto l'iscrizione di entrambi i nomi all'ufficiale di stato civile nell'atto di nascita. La vicenda ha chiamato in causa la Consulta

Una vicenda che in passato aveva già fatto parlare di sé e che ora dopo il pronunciamento del tribunale di Pisa torna ad essere di estrema attualità. La storia è semplice. Alcuni anni fa una coppia di donne gay chiede l’iscrizione di entrambi i nomi sul certificato di nascita del figlio, nato in Italia dopo una fecondazione eterologa fatta all’estero. Iscrizione che fu rifiutata dall’ufficiale di stato civile del Comune di Pisa, ma il tribunale di Pisa dopo aver chiesto un parere di rango costituzionale alla Consulta rigetta la richiesta. A novembre sarà celebrato il processo d’Appello.

Due donne gay e la loro dura battaglia giudiziaria per il riconoscimento di alcuni diritti del figlio nato con la tecnica della procreazione assistita. Un tema complesso che al momento registra una sentenza di primo grado contro le loro tesi.

Denise e Giulia sono due donne, regolarmente sposate negli Stati Uniti, che hanno deciso di mettere su famiglia. Da questa unione a seguito di fecondazione eterologa è nato un bambino. Giulia è nata a Pisa ed è una nota sociologa e scrittrice e negli anni passati aveva portato sua moglie Denise in Italia dove avevano deciso di vivere e dove vivono tuttora a Venezia.

Il 20 gennaio del 2016 era nato il piccolo Paolo (nome di fantasia) a Pontedera in una clinica privata. A quel punto le due donne erano andate al Comune di Pisa per la trascrizione nell’atto di nascita del bambino dei due nomi come genitori ma a quel punto era iniziata la loro avventura nel sistema giudiziario italiano.

Il loro caso, uno dei primi due in Italia, era rimbalzato su tutte le principali testate giornalistiche italiane, e non solo, perché a seguito del diniego dell’ufficiale di stato civile del Comune di Pisa, originaria di Castelfranco di Sotto, a trascrivere entrambe le “mamme” come genitori del bambino, ne era venuto fuori un contenzioso che è passato addirittura attraverso il vaglio della corte Costituzionale. Le due donne decidono infatti di rivolgersi al Tribunale di Pisa per ottenere la trascrizione di entrambe sul certificato di nascita, che inoltre consentirebbe al bambino di diventare cittadino italiano, e quindi europeo, e non solo americano.

Ma il Tribunale non trova gli strumenti legali e nel dubbio per dirimere la controversia tra l’ufficiale di stato civile del comune di Pisa e le due mamme, chiede lumi alla corte Costituzionale. La Consulta nel 2019 emette sentenza dichiarando apertamente che esiste un vuoto normativo in merito alla vicenda.

Muovendo da tali premesse la Consulta ha dichiarato la questione di legittimità inammissibile, rilevando che il riconoscimento del diritto all’omogenitorialità non è costituzionalmente imposto ma nemmeno precluso,tuttavia è perseguibile soltanto per via normativa”. Nonostante la richiesta, anche in altre due sentenze simili, al legislatore di legiferare in maniera chiara in materia di bi-genitorialità, al momento il governo e il Parlamento non hanno messo mano alla questione, tanto che Palazzo Chigi non si è nemmeno costituito durante le udienze davanti alla Consulta. La materia è complessa e delicata. Attualmente in Italia è vietato alle coppie omosessuali ed anche alle donne single di accedere alle tecniche di fecondazione eterologa, consentita invece in Francia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Regno Unito, Grecia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia. Il Tribunale di Pisa lo scorso 6 maggio ha emesso sentenza dopo il pronunciamento della Consulta esprimendo di fatto parere contrario all’impugnazione delle due donne.

Scrivono, alcune settimane fa, i giudici pisani rigettando il ricorso delle due mamme contro il diniego dell’ufficiale di stato civile del Comune di Pisa alla trascrizione di entrambi i nominativi quali genitori del bambino: “Confermata la piena legittimità del rifiuto di iscrizione, è solo il legislatore che, nella sua discrezionalità, può introdurre nell’ordinamento la relativa disciplina, scegliendo la forma di tutela che ritenga più idonea (iscrizione o adozione). Quanto alla pretesa discriminazione che si creerebbe tra la situazione di chi nasce all’estero e qui vede formato l’atto di nascita con conseguente trascrizione in Italia e quella di chi nasce in Italia e tale atto di nascita non può conseguire, trattasi di discriminazione solo apparente. Infatti, ben diverso è per lo Stato riconoscere una situazione che di fatto già esiste nel mondo naturalistico e ha trovato assetto formale in un altro ordinamento (limitandosi ad accettarne le conseguenze) e dare disciplina e possibilità di creazione della stessa situazione nell’ordinamento interno. Per tutto quanto sovra detto, il ricorso non può pertanto trovare accoglimento”.

L’avvocato Alexander Schuster che ha difeso insieme ad altri colleghi le due donne nel dichiarare in anteprima al network “In diretta” che è stato presentato ricorso avverso la sentenza di primo grado del Tribunale di Pisa, e che a novembre prossimo si svolgerà quindi il secondo grado del processo in corte d’Appello a Firenze, ha anche inteso sottolineare che: “Il Tribunale di Pisa ha ignorato la legge dello Stato del Wisconsin e ha negato ad un bambino nato da una donna statunitense il diritto, pacifico negli Stati uniti, di avere due madri sin dalla nascita. Le famiglie gay e lesbiche che vengono a vivere qui in Italia devono essere al corrente dell’arretratezza in cui versa il Paese, a mio parere, e della carenza di riconoscimento giuridico a cui si espongono”. In autunno dunque il secondo round di un procedimento giudiziario a dir poco spinoso e rovente che non mancherà di continuare a far parlare di sé e che rischi di gettare uno dei fondamenti della futura giurisprudenza italiana.

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