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Fatture false per milioni di euro, indagati 22 imprenditori per associazione a delinquere

Sotto la lente società, fra le quali una ritenuta inesistente, nelle province di Pisa, Lucca e Milano. Per la cassazione deve procedere il Gip della città della Torre

Maxi inchiesta della guardia di finanza su una serie di presunte frodi fiscali attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per milioni di euro in un periodo di circa 5 anni.

Iscritti nel registro degli indagati 22 imprenditori e alcune società operanti tra le province di Milano, Pisa e Lucca. Tutte le persone coinvolte sono indagate per il delitto di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una pluralità di frodi fiscali (articolo 416 del codice penale) con l’aggravante della transnazionalità nonché per diversi reati satellite commessi da alcune delle società coinvolte nelle operazioni illecite, consistenti nella emissione di fatture per operazioni inesistenti e nella mancata presentazione delle dichiarazioni iva, con conseguente evasione di imposta ed altri reati in via di verifica.

Una delle ditte finite nel mirino dei giudici addirittura non esisterebbe nemmeno e questo proverebbe, sempre secondo la magistratura inquirente, che le numerose operazioni sarebbero state effettuate al solo fine di evitare le imposte e commettere illeciti.

A gennaio scorso il gip del tribunale di Milano ha proposto ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza dei colleghi di Pisa chiedendo chi dovesse proseguire l’iter processuale. Per gli ermellini visto che i fatti più gravi sarebbero stati commessi tra le province di Pisa e Lucca a procedere giudizialmente dovranno essere i giudici del tribunale di Pisa dove ha sede la società maggiormente coinvolta nelle false fatturazioni e la prima ad iniziare temporalmente le attività ritenute illegali e verosimilmente dove sarebbe stato ideato il tutto.

Scrivono infatti in sentenza i giudici della suprema corte di Cassazione nei giorni scorsi: “Al contrario, avendo sede in Toscana le società coinvolte nelle operazioni illecite, e risiedendo nelle province toscane, già individuate, la maggior parte degli indagati, individuati come amministratori di fatto delle stesse, deve ritenersi, quantomeno allo stato del procedimento, che il luogo in cui era avvenuta la programmazione e l’ideazione delle attività illecite sia proprio quello in cui le società operavano e ove risiedevano. Deve inoltre ritenersi commessa nel luogo in cui la società che per prima aveva annotato una fattura inesistente nei propri registri iva, che aveva il domicilio fiscale, da identificarsi, a sua volta, in quello in cui essa aveva la propria sede legale, da individuarsi in Pisa. Alla luce di quanto precede, deve, quindi, ritenersi che il conflitto negativo di competenza debba essere risolto nel senso di affermare la competenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa, al quale vanno, dunque, trasmessi i relativi atti”.

L’associazione, secondo i giudici, era attiva su un vasto territorio nazionale ed estero, e la competenza territoriale, “in assenza di elementi di certezza processuale, non può che essere individuata sulla base del luogo in cui si siano concretizzate le attività di ideazione e di programmazione dell’organizzazione stessa”.

Le società coinvolte agiscono in diversi ambiti che vanno dalla sanità, ai rifiuti, dai trasporti al commercio all’ingrosso. Sarà quindi il gip di Pisa a proseguire le indagini, delicate e complesse, per cercare di fare piena luce su una vicenda che non mancherà di far parlare di sé nelle prossime settimane.

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