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Farmaco contro il covid, il primario di medicina del Versilia: “Da noi usato su 152 pazienti prima dell’ok di Aifa” foto

Il dottor Plinio Fabiani: "I pazienti debitamente informati hanno avvertito la nostra fiducia e pressoché tutti hanno accettato il trattamento"

E’ di poche ora fa l’ok di Aifa al farmaco anti Covid Baricitinib, la cui sperimentazione è stata fatta all’ospedale di Grosseto.

dottor Plinio Fabiani

In merito al medicinale la redazione di Lucca in Diretta ha posto alcune domande al primario di medicina interna dell’ospedale Versilia, il dottor Plinio Fabiani, che già dall’inizio della terza ondata di epidemia, ossia ad autunno dello scorso anno, ha utlizzato il medicinale, previo consenso informato del paziente sottoposto alla terapia.

Vero?
“È vero. Siamo stati fra gli antesignani dell’impiego di questo tipo di farmaci nella Sars Cov-2. Già durante la prima ondata del Covid-19 nel 2020 abbiamo utilizzato fra i primi il tocilizumab, un anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide, che impedisce all’interleuchina-6 di legarsi ai suoi recettori, per i pazienti con malattia polmonare caratterizzata da alti livelli di indici infiammatori, insufficienza respiratoria è un certo coinvolgimento del tessuto polmonare alla Tac cosiddetto a ground glass (vetro smerigliato). Fra l’altro questo farmaco è stato approvato quest’anno da Aifa per i pazienti coin Sars-Cov-2. A partire dalla fine 2020 la seconda e terza ondata del covid19 ci siamo rivolti all’impiego di un altro farmaco, proprio il baricitinib, primo caso il 28 dicembre, e siamo arrivati a trattare 152 pazienti al 27 maggio 2021. La tipologia è quello di un paziente in cui ci sono i segni di un viraggio verso la forma grave, non troppo precoce nè tardiva”.

Il farmaco era già conosciuto utilizzato per altre patologie?
“Anche il baricitinib, come il tocilizumab, è registrato per il trattamento dell’artrite reumatoide in fase attiva ed agisce bloccando l’azione di enzimi noti come Janus chinasi. Ci si chiederà come mai farmaci attivi su una malattia infiammatoria come l’artrite reumatoide possano essere d’aiuto nella malattia da coronavirus-19, in particolare nella Sars Cov-2. Ebbene il coronavirus-19 può dare una varietà di sintomi che vanno da forme asintomatiche, con sintomi lievi, fino a forme gravi e perfino mortali, come è ormai ben noto. Nelle forme più gravi è prevalentemente il tipo di risposta dell’organismo infettato che causa i danni in quella che viene definita la tempesta citochinica, ovvero una risposta infiammatoria non più controllabile”.

Qual è la sua reale efficacia ?
“È proprio inserendosi con questo tipo di farmaci che siamo riusciti a contenere il danno che riconosce il virus come primum movens, ma che successivamente è dovuto all’esagerata risposta dell’organismo in quanto il sistema immunitario viene massicciamente mobilitato”.

Che risultato ha dato sulla riduzione della malattia?
Sia durante la prima ondata che la seconda e terza, noi vedevamo che, nei pazienti che dimostravano i segni dell’eccessiva infiammazione, l’iniziale coinvolgimento polmonare alla Tac (aspetto a vetro smerigliato) l’impiego di questi farmaci modificava la storia naturale della malattia determinando un evidente miglioramento e riducendo la necessità di passare dalla ventilazione non invasiva all’intubazione oro-trachelae ovvero il passaggio dal nostro reparto a quello della terapia intensiva”.

È efficace anche nelle forme avanzate della malattia?
“Se la malattia è troppo avanzata, ovvero l’insufficienza respiratoria è molto grave e alla Tac polmonare le lesioni a vetro smerigliato si sono trasformate in veri e propri consolidamenti, le chaces di successo si riducono drasticamente. Ne consegue dunque l’importanza del suo impiego nella giusta fase”.

Ha presentato degli effetti collaterali?
Selezionando bene i pazienti non abbiamo riscontrato particolari effetti collaterali. Dal momento che questi farmaci sono immunomodulatori, determinano una riduzione della risposta immunitaria. Per questo non vanno somministrati nella prima fase della malattia in cui l’infezione virale è preponderante, ma nella fase successiva quando la carica virale è fortemente ridotta e in questi soggetti, la fase infiammatoria aumenta in maniera esponenziale. Per questo vengono ricercati i segni di eventuali sovrapposizioni batteriche che contrindicherebbero il trattamento con questi farmaci. Questo spiega bene perché siamo passati dal tocilizumab al baricitinib: il primo ha effetti molto prolungati nel paziente a cui viene somministrato, per cui il rischio che una successiva infezione possa trivare un organismo indifeso esite. Il Baricitinib invece funziona con somministrazioni giornaliere e quando viene cessata la somministrazione cessa anche il suo effetto sul sistema immunitario, ovvero è molto più maneggevole perché il suo effetto è rapidamente reversibile in caso di necessità”.

dottor Plinio Fabiani

Quando lei, come primario, entrava in reparto e lo proponeva ai ricoverati per Covid, che reazione hanno avuto i pazienti? Fiducia, paura del farmaco?
Dato che la tempestività di inizio di questa terapia è fondamentale in pazienti selezionati, sono stati i miei collaboratori che, a ogni ora del giorno e della notte, festivi o feriali, si sono tenuti in contatto con me descrivendomi le condizioni dei pazienti, i loro parametri vitali, la loro Tac, i loro indici di infiammazione, sulla cui base mi prendevo la responsabilità di prescrivere un farmaco ”off-label”, ovvero al di fuori delle sue indicazioni approvate dalle agenzie del farmaco, sia italiana che europea, perché ritenevamo di fare il bene dei pazienti. I pazienti debitamente informati, coglievano la nostra fiducia e pressoché tutti hanno accettato il trattamento. Devo ringraziare i direttori del dipartimento delle specialistiche mediche e della farmacia dell’azienda sanitaria nordovest che ci hanno facilitato nell’ottenimento del farmaco, rendendo fluidi tutti i passaggi burocratici, e per la fiducia che ci hanno dato. Abbiamo dovuto prendere decisioni importanti come l’impiego off-label di farmaci, assumendoci delle responsabilità considerevoli, come fossimo in tempo di guerra, e forse il paragone non è poi così fuori luogo. Direi che in tutto non più di 3-4, la grande maggioranza ha aderito al trattamento”

Questo farmaco potrà in qualche modo ridurre l’utilizzo del vaccino?
“Vaccino e baricitinib si inseriscono in fasi completamente diverse. Il vaccino si prefigge di prevenire la malattia, il baricitinib di curare.
E come si dice sempre prevenire è sempre meglio che curare. Mi spiego meglio: non avere la malattia significa che la persona (non si può parlare di paziente perché non è ancora ammalato) non contrarrà la malattia e continuerà a condurre la sua vita normalmente (ovviamente nella grande percentuale dei casi in cui il vaccino è efficace). Quando la percentuale dei vaccinati supera una certa soglia la malattia non potrà diffondersi nella popolazione. Quindi la protezione non è solo individuale ma di popolazione, con chiare ricadute sociali. Il baricitinib migliora la prognosi di una certa percentuale di pazienti (non di tutti) che andrebbero incontro al trattamento intensivo. Contiene i danni in chi risponde alla terapia, ma non li elimina. Certamente è un’arma in più al nostro attivo, ma il nemico è pur sempre temibile”.

È efficace anche contro le possibili varianti?
“Dato che agisce contenendo l’infiammazione eccessiva, concettualmente si può usare nel singolo paziente indipendentemente dalla causa scatenante. Sarebbe sempre meglio però non doverci arrivare. E su questo solo i vaccini possono aiutarci. Il Covid-19 ha consentito di affinare le tecniche per la produzione di vaccini efficaci”.

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