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Covid e vaccino, uno studio Imt: “La priorità sarebbe dovuta andare ai lavoratori essenziali”

La ricerca ha preso in considerazione la popolazione under 60, sana e attiva, per la quale il piano nazionale non ha fissato criteri di priorità sull’accesso al vaccino

Dal 15 ottobre per oltre 22 milioni di lavoratori scatterà l’obbligo di certificazione verde, ma che cosa sarebbe potuto accadere se, dopo gli anziani e i soggetti fragili, fosse stato stabilito un criterio di priorità di accesso alla campagna vaccinale in base, per esempio, al rischio di perdere il posto di lavoro?

A tracciare uno scenario che per la prima volta tiene conto delle implicazioni socio-economiche della pandemia sulla campagna vaccinale, uno studio della Scuola Imt Alti Studi Lucca pubblicato sulla rivista Scientific Reports, in cui un team di ricercatori costituito da Angelo Facchini, Valentina Pieroni e Massimo Riccaboni ha preso in considerazione la popolazione under 60, sana e attiva, per la quale il piano nazionale non ha fissato criteri di priorità sull’accesso al vaccino. Confrontando i dati relativi alla mortalità in eccesso registrata nel 2020 durante il primo lockdown con quelli riguardanti il ricorso alla cassa integrazione e la mobilità delle persone, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che fra i soggetti non a rischio la priorità vaccinale sarebbe dovuta andare ai lavoratori essenziali e a quelli non idonei al lavoro a distanza.    

Lo studio, dal titolo Covid-19 e rischio di disoccupazione: lezioni per la campagna vaccinale, evidenzia che, mentre le restrizioni alla mobilità applicate dal governo italiano per arginare la pandemia hanno dato i loro frutti sul piano sanitario, contribuendo così a contenere il numero di morti, sul piano economico le stesse misure hanno esposto di più i lavoratori al rischio di marginalizzazione e perdita del lavoro. Infatti i ricercatori hanno osservato che durante il primo lockdown a una riduzione del 10% degli spostamenti all’interno di una stessa provincia ha fatto eco una riduzione media della mortalità in eccesso del 5%, mentre nello stesso periodo il ricorso alla cassa integrazione aumentava mediamente del 50%.

“L’efficacia delle politiche emergenziali di riduzione della mobilità e dei lockdown è tuttora ampiamente dibattuta – spiega il professor Massimo Riccaboni, ordinario di economia alla Scuola Imt – Il nostro studio mostra in modo chiaro che tali politiche hanno sortito gli effetti desiderati nel ridurre la mortalità in eccesso, seppure con elevati costi sul piano socio-economico. Per questo occorre limitare il rischio di ulteriori lockdown in futuro e porre attenzione sulle politiche che possono favorire una più rapida e inclusiva ripresa”.

In un momento storico in cui il blocco dei licenziamenti va verso lo smantellamento definitivo – lo scorso luglio è stato disposto per le grandi imprese, mentre per alcuni settori sarà probabilmente prorogato al 31 dicembre, insieme alla possibilità di ricorrere alla cassa integrazione straordinaria – vaccinare prima i lavoratori a rischio di perdere il posto di lavoro a causa delle restrizioni avrebbe potuto significare contenere le conseguenze socio-economiche della crisi pandemica – quindi la disoccupazione e il ricorso alle misure di welfare straordinarie – allo stesso tempo avrebbe potuto favorire la ripresa dell’economia e un uso più efficiente delle risorse pubbliche.

Lo studio è disponibile qui.

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