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Coinvolto in procedimento della Dda e poi assolto: maxirisarcimento per demansionamento per un dipendente di un istituto di credito

L'uomo era stato trasferito dal Principato di Monaco a una filiale di Lucca con incarichi di scarso rilievo

Un brillante manager di un importante istituto bancario italiano finisce suo malgrado in un procedimento penale della Dda di Firenze ma nonostante la piena assoluzione viene letteralmente “spedito” dal Principato di Monaco, dove lavorava per conto della banca, a una filiale di Lucca “a passar carte”.

Ora l’uomo, difeso dall’avvocato lucchese Mario Andreucci, dopo aver provato la sua totale estraneità ai gravi fatti penali ha ottenuto dal giudice del lavoro del tribunale di Lucca il risarcimento per il pesante demansionamento subito sul posto di lavoro. L’istituto di credito dovrà pagargli, infatti, danni per 160mila euro, oltre rivalutazione monetaria ed interessi sulla somma mensilmente rivalutata.

La vicenda trae origini da un’inchiesta della Dda fiorentina che nel 2014 aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati ben 22 persone e l’anno successivo, il 2015, al rinvio a giudizio e poi al processo in abbreviato dieci imputati per associazione a delinquere, con l’aggravante mafiosa contestata non per l’agevolazione dell’attività illecita dei clan ma solo per i metodi utilizzati nella commissione dei reati; cinque proscioglimenti e una condanna a 5 anni e 5 mesi con il rito abbreviato, due prescrizioni e un patteggiamento a un anno e dieci mesi di reclusione.

Il procedimento penale indagava sul clan camorristico che in Toscana, da anni, usando violenza, minacce e spedizioni punitive, per la Dda, si appropriava di aziende in difficoltà per arricchirsi enormemente. Al centro dell’inchiesta, condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Firenze, persone ritenute dagli inquirenti legate ai clan camorristici campani (Ligato, Russo, Bardellino) che agivano nel Pratese e dintorni. Fra gli assolti, invece, alcuni dipendenti della banca indicati come consulenti finanziari di uno degli imputati principali e che erano accusati di riciclaggio.

Tra questi l’uomo che ha vinto la causa contro l’istituto bancario che dopo questa vicenda lo aveva demansionato. Il manager aveva contestato anche i danni morali e biologici “derivanti dallo stato depressivo e di malattia come documentate in conseguenza della serie di comportamenti subiti ad opera del datore di lavoro consistiti essenzialmente: nel mancato rinnovo del distacco, nel completo abbandono sia nella fase delle indagini preliminari sia nella fase successiva al rinvio a giudizio, nelle vicende legate all’accredito dello stipendio in pendenza del sequestro del conto corrente, nell’espropriazione della postazione di lavoro, nella mancata attribuzione di tutti i fringe benefits di cui godeva in precedenza (vettura e alloggio), nella sua classificazione come persona soggetta a rafforzata verifica ai fini della normativa antiriciclaggio”.

L’uomo aveva eccepito nel processo per i risarcimento dei danni, davanti al giudice Antonella De Luca del tribunale di Lucca, la violazione da parte della società resistente, la banca, dei doveri di protezione sanciti dall’articolo 2087 del codice civile in particolare allorquando la banca stessa gli presentava il cliente, che aveva poi depositato a Monaco nella filiale dove lavorava un ingente quantitativo di denaro, senza effettuare i controlli imposti dalla legge, determinando così il coinvolgimento del medesimo nella vicenda penale e il conseguente discredito pubblico che ne seguiva nonostante la successiva sentenza di assoluzione emessa nei suoi confronti.

Contestava, nello specifico alla banca di aver omesso i dovuti controlli in materia di antiriciclaggio nei confronti del cliente, poi condannato a seguito delle indagini della Dda di Firenze, che laddove svolti non avrebbero consentito allo stesso di aprire un conto presso la filiale di Monaco. A ciò seguirono poi da parte della banca una serie di comportamenti innanzi indicati dal ricorrente che secondo la sua ricostruzione avrebbero determinato il proprio crollo psicologico e i conseguenti problemi di salute che ne sono derivati. Il giudice gli ha riconosciuto solo i danni da demansionamento.

Si legge infatti in sentenza: “Ne consegue che al ricorrente va riconosciuto il risarcimento del danno da demansionamento come indicato nella parte motiva, va invece rigettata la richiesta dei danni biologici e non patrimoniali ex articolo 2087 del codice civile; per le suddette ragioni le spese di Ctu medica sono posto a carico di entrambe le parti in egual misura”.

La vicenda personale del manager attualmente in pensione da un punto di vista giuridico è ampiamente chiusa e risolta sia da un punto di vista penale sia dal punto di vista del risarcimento dei danni subiti sul posto di lavoro, ma sul comportamento della banca, in generale, durante le intere vicende, sono tante le domande che attendono ancora risposte chiare e certe.

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