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“Pizzeria fascista a Camaiore”, il sindaco dopo la bufera sui social: non ho alcun potere di intervenire

Del Dotto: "Nutro il fondato timore che tutta questa visibilità dia vita a una inaccettabile meta nazionale di pellegrinaggi"

E’ il sindaco di Camaiore, Alessandro Del Dotto, a fare chiarezza sul caso, sollevato sui social, della pizzeria bollata come “fascista”. Un locale “nostalgico”, pieno di cimeli, che è stato oggetto di vibranti polemiche.

A sollevare il caso, ripreso anche dalla stampa nazionale, è stato Andrea Scanzi, sulla sua pagina social. “Più che una pizzeria – scrive –  il posto è una sorta di museo dedicato al fascismo e a Mussolini. Foto, poster, quadri, effigie inneggianti al duce, immagini di Hitler e celebrazioni della X Mas. Il gestore serve la pizza con l’elmetto ‘aquilato’ in testa insultando donne, neri (“quei neg** in bicicletta che ci rubano il lavoro”), omosessuali (“gli uomini ormai sono tutti fro**”) e, ovviamente, l’immancabile “dittatura sanitaria” del green pass”.

“Partiamo da una premessa – afferma il primo cittadino -: l’antifascismo – inteso come scelta storica, culturale e sociale di antitesi e reazione all’epoca del ventennio e di difesa di valori democratici e fondamentali dell’umanità – è e resta un elemento fondante sia della storia democratica del Paese e anche di Camaiore, che di quell’epoca – fatta di acri scontri fra pezzi di comunità devote al duce e altri attivi contro la dittatura – porta ancora i segni dei trucidati svaniti nel nulla del Palazzo Littorio o dei vari eccidi perpetrati contro i civili, proprio come la vicina Sant’Anna. Io stesso, insieme a molti altri, ho firmato la proposta di legge popolare antifascista, nella consapevolezza che i vuoti del sistema sono troppi e le ambiguità sul tema non fanno onore al paese e minano il futuro della società. Già, perché sono migliaia, in tutta Italia, le attività che in modo più o meno esplicito si contraddistinguono per la commercializzazione di oggetti o ambienti di evocazione “nostalgica”. Il tutti sotto il cappello di un ordinamento che reprime la riorganizzazione dei fasci (disposizioni transitorie e legge Scelba) ma lo fa riferendosi alla società dei primi anni ‘50, lontana anni luce dalla realtà dei mercati, dei social e dei leoni da tastiera, così lasciando maglie larghe fra le quali passano senza censura situazioni come quelle che si leggono. In sostanza, gli strumenti ci sono ma sono insufficienti e inefficaci rispetto alla nostra epoca, e il Parlamento (quello che qualche giornalista ha invocato come “Stato”) non pare troppo attento al tema”.

“Non esiste alcun potere di ordinanza e chiusura a disposizione dei sindaci – precisa Del Dotto – non c’è alcuna specifica attribuzione repressiva, se non quelle – troppo generiche e poco attinenti – della legge 645/1952 che parlano di organi del ministero e di autorità giudiziarie. E sinora, l’unico modo civile e democratico di manifestare dissenso da parte della gente è stato non dare pubblicità ed evidenza (come invece fanno i social), e al più – come fanno molti camaioresi, compresa la mia famiglia -, non andare (al di là dei giudizi gastronomici più o meno buoni). Il tutto, in attesa che il paese faccia i conti col suo passato ed esca dalle secche ambigue di un silenzio che dura da 77 anni, ben prima della nascita della pizzeria Il mulino”.

“In tutto questo – conclude il sindaco di Camaiore –  nutro adesso il fondato timore che – al solito – tutta questa visibilità dia vita a una inaccettabile meta nazionale di pellegrinaggi fascisti da tavola, sgraditi e degradanti, nella solita dinamica – tutta virtuale – che rischia di incentivare l’idea per cui chiudere quella pizzeria significhi aver vinto una battaglia che invece è culturale e che è molto più alta e chiede, a tutti, un impegno che va ben oltre post estemporanei e commenti sguaiati che, fondamentalmente, altro non sono se non pubblicità a gratis”.

 

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