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Covid, quando il no vax è un immigrato ospite dei centri di accoglienza: ma non ci sono norme per chi si astiene dal vaccino

Due sentenze del Tar sottolineano un vuoto legislativo sul tema. E anche chi si vaccina, spesso, non può comunque scaricare il green pass

La pandemia non è ancora finita, le cose vano meglio ma ancora siamo costretti a confrontarci ogni giorno con il virus, i vaccini, i no vax, le misure di sicurezza, le cure, i rimedi e tutte le precauzioni da adottare, senza dimenticare la vita, soprattutto quella lavorativa e sociale. Un delicato equilibrio dalle mille variabili da tenere insieme e non è facile né per i cittadini né per chi deve prendere decisioni.

A differenza dell’inizio della pandemia, però, si sono affacciati sempre più “complottisti” e persone che hanno semplicemente paura o che non hanno compreso bene alcuni aspetti visto il mare magnum di informazione, e altri ancora o non sono convinti appieno o addirittura non intendono aderire a nessun tipo di campagna vaccinale e non solo.

E se il “no vax” è un immigrato ospite in un centro di accoglienza italiano in attesa degli esiti sulla richiesta di protezione umanitaria o di asilo politico? Se è difficile “gestire” gli italiani nel rispetto della libertà di opinione ma da contemperare sempre con il diritto alla salute, sembra ancora più complicato quando il cittadino è straniero e fa parte di quella migliaia di persone in fuga dal paese di origine. Un flusso migratorio che è diminuito negli ultimi mesi a causa del coronavirus ma che rappresenta una realtà da affrontare anche alla luce del coronavirus. Alcune vicende legate a queste problematiche sono finite anche sul tavolo dei giudici toscani.

L’allarme dell’Istituto superiore della sanità.

Il 4 novembre scorso l’ultimo report dell’Iss è proprio su vaccinazione anti sars-cov-2 per persone ospiti di centri di accoglienza o in condizioni di marginalità sociale, che riprendendo un dossier dell’Oms ha ripercorso l’intero iter di dati e analisi da maggio scorso ad oggi in Italia.

“Quasi il 60 per cento delle persone ospitate nelle strutture di accoglienza (migranti, ma anche italiani senza dimora) non sono inclini ad aderire alla vaccinazione anti-covid-19 – vi si legge – L’indagine è stata condotta a maggio 2021 con l’obiettivo di intercettare eventuali sacche di resistenza o perplessità tra gli ospiti delle strutture di accoglienza e cercare di migliorare la comunicazione verso queste persone, migliorando la loro conoscenza sui benefici della vaccinazione”.

“Come nelle precedenti rilevazioni, le organizzazioni parte del Tai e del Tis hanno diffuso il questionario fra le reti di accoglienza sparse su tutto il territorio nazionale, chiedendo ai referenti di ciascuna struttura di sottoporre il questionario agli ospiti. Alla rilevazione ha contribuito anche l’Istituto superiore di sanità, supportando tai e tis nella preparazione della scheda di rilevazione delle informazioni e nell’elaborazione dei dati. Una percentuale importante di persone ospiti (circa il 37%) ha manifestato una indisponibilità a essere vaccinata e un’altra percentuale non trascurabile (circa il 20%) ha espresso dubbi ed esitazioni al riguardo (la cosiddetta esitazione vaccinale), arrivando a quasi un 60% di persone non inclini ad aderire a un‘eventuale offerta vaccinale. Dall’analisi delle risposte fornite emergono alcune piste di riflessione e intervento”.

I pregiudizi rispetto al vaccino sono piuttosto trasversali a una serie di variabili e attraversano caratteristiche, come la durata del soggiorno in Italia o il livello di istruzione, senza particolari distinzioni. La propensione alla vaccinazione sembra polarizzata fra chi è appena (o quasi) arrivato e chi si trova in Italia da più tempo. Allo stesso modo c’è maggiore inclinazione fra chi ha un livello medio – basso di istruzione rispetto a chi non ne ha nessuno e a chi ha un’istruzione di livello secondario/universitario.

“Questo sembra attestare la duplice necessità di semplificare e diffondere il più possibile una corretta informazione rivolta alle persone senza alcun livello d’istruzione e affinare gli strumenti informativi rivolti a diplomati/laureati. Una variabile significativa è quella rappresentata dalla provenienza geografica: c’è più resistenza fra chi proviene dai paesi dell’Africa subsahariana (prevalentemente dalla Nigeria) – e questo è un dato che era stato già riportato dagli operatori della rete dell’accoglienza e che ha trovato conferma nelle interviste del presente monitoraggio – piuttosto che fra i cittadini asiatici (prevalentemente pakistani e del Bangladesh), che sono più inclini a farsi vaccinare. Si tratta di un dato importante, che richiede uno sforzo comunicativo mirato e l’uso di un linguaggio e strumenti specificamente rafforzati attraverso l’ausilio della mediazione interculturale, così da veicolare meglio l’importanza dell’obbligo vaccinale”.

La mancanza di una campagna informativa specifica e mirata, quindi, secondo il dossier, crea una bassa propensione ad aderire all’eventuale offerta vaccinale. Il dialogo resta la forma primaria per spiegare e far comprendere.

“Per questo motivo, le organizzazioni che hanno lavorato al dossier ritengono necessario intervenire quanto prima per limitare i contagi, le sintomatologie gravi, le ospedalizzazioni, e favorire in tutte le persone socialmente più fragili – italiane e straniere – l’acquisizione del grado di consapevolezza necessario ad accettare la vaccinazione come strumento di tutela della salute individuale e collettiva”.

Le ultime sentenze del Tar di Firenze

Due casi recenti, gli ultimi in ordine cronologico, che si riferiscono ad alcune vicende accadute in un centro di accoglienza della Lucchesia e in un altro della provincia fiorentina, lo scorso anno, vedono al centro alcuni comportamenti non in linea con quelli consigliati dal governo italiano in materia di coronavirus.

Ma le sentenze rimarcano anche indirettamente un vulnus normativo o in termini di accordi con immigrati che in attesa di risposta alle loro richieste di protezione umanitaria o asilo risultano difficili da coordinare e gestire da questo punto di vista. In entrambi i casi finiti sul tavolo dei giudici amministrativi del Tar toscano, i due immigrati ospiti in centri di accoglienza regionale non avevano rispettato le direttive comportamentali per la tutela della salute, propria e degli altri.

Non avevano usato mascherina, non avevano rispettato in alcune occasioni il distanziamento, e non avevano nemmeno voluto eseguire il tampone. Inoltre durante gli ultimi “coprifuoco” si erano allontanati dalle strutture di accoglienza senza motivazione. A quel punto era intervenuto il ministero dell’interno che aveva revocato loro le misure di accoglienza. Ma in entrambi i casi i due immigrati, accedendo al gratuito patrocinio, avevano impugnato i provvedimenti del Viminale. I giudici amministrativi non hanno potuto far altro che annullare i provvedimenti ministeriali perché la normativa europea di riferimento non prevede questo tipo di sanzione per comportamenti del genere, seppur importanti, ma solo per reiterati episodi di violenza o mancato rispetto continuativo delle regole della struttura.

Si legge infatti nelle sentenze del Tar: “Detta norma fonda un potere sanzionatorio degli stati membri dell’Unione nei confronti dei richiedenti protezione internazionale i quali compiano i fatti ivi descritti, potere che tuttavia non può estendersi fino a comprendere la revoca delle misure di accoglienza”. Gli stessi giudici hanno sottolineato la “novità assoluta” di casi del genere nella giurisprudenza italiana”, visto che si tratta di comportamenti legati al virus apparso nella nostre vite solo lo scorso anno. Di fatto, si può poi richiedere la revoca delle misure di accoglienza o della protezione umanitaria o asilo politico ma bisogna seguire un iter ben preciso che passa dalla commissione territoriale per i rifugiati, al tribunale ordinario di primo grado fino alla Cassazione.

Solo nel caso in cui vengano revocate o respinte le richieste dell’immigrato si possono poi mettere in atto sanzioni che vanno fino al rimpatrio, ma solo se non è a rischio l’incolumità fisica della persona nel suo paese, altrimenti non può essere rimpatriato.

E per chi si vaccina niente green pass

Oltre al danno, la beffa, verrebbe da dire. I migranti, così come i senza fissa dimora italiani, che si recano all’hub per la vaccinazione libera non possono scaricare il green pass.

La Regione, infatti, così lamentano alcuni volontari, non ha creato un sistema che consenta agli stranieri ‘non censiti’ così come ai senzatetto, che pur sono in possesso del certificato vaccinale, di scaricare il Qr code che permette di partecipare ad eventi e iniziative pubbliche. Un’altra questione che merita attenzione da parte del sistema di emergenza e controllo.

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