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Assalti a mano armata nelle banche della Lucchesia, una maxi condanna per il rapinatore seriale

La Cassazione conferma i 18 anni di reclusione senza riconoscere benefici all'imputato

Nessun beneficio per Antonio Verdicchio, un 62enne originario del Lazio, che insieme ad alcuni complici era accusato di aver compiuto diverse rapine e per cui il giudice dell’esecuzione aveva stabilito un totale di pena pari a 18 anni di reclusione.

Associazione a delinquere, rapine aggravate plurime e diversi reati contro il patrimonio le contestazioni. La suprema corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, con il quale chiedeva alcuni benefici di legge, perché ha giudicato eccessiva la distanza temporale tra i fatti della prima sentenza di condanna e l’ultima, per la disomogeneità territoriale, Lucca, Pistoia, Firenze, Varese, Frosinone, e per essersi avvalso di complici diversi nelle differenti occasioni.

In Toscana, a cavallo tra del 2000, aveva assaltato uffici postali e banche a mano armata, con la sua banda, tra i quali: l’ufficio postale di Monsummano Terme, in provincia di Pistoia; la Cassa di risparmio di Firenze; l’ufficio postale di Lucca e la Banca Toscana di Lucca, che furono i colpi messi a segno dal bottino più sostanzioso. Negli anni successivi, addirittura insieme alla famiglia si era trasferito in Versilia, per le vacanze estive, dove a detta dei giudici aveva messo a segno altri 5 colpi in altrettanti istituti di credito. Una lunga carriera criminale ricostruita poi dagli investigatori che poi sono riusciti ad arrestarlo, dai giudici nelle varie sentenze definitive e infine dal giudice dell’esecuzione che ha stabilito la condanna definitiva dopo aver calcolato le differenti pene comminate in diversi tribunali italiani.

Si legge nella sentenza della Cassazione che ha respinto il suo ricorso: “In sostanza, perché possa configurarsi la continuazione è necessaria la prova che i reati siano stati concepiti e portati ad esecuzione nell’ambito di un unico programma criminoso, che non va confuso con la sussistenza di una concezione di vita improntata al crimine e dipendente dagli illeciti guadagni che da esso possono scaturire”. A nulla è valso anche il ragionamento difensivo dei suoi legali che chiedevano pure il riconoscimento dello stato di tossicodipendenza estremo, all’epoca dei fatti, da parte dell’uomo per giustificare le numerose rapine compiute, commesse in stato alterato, per sostenere alcuni benefici richiesti.

Ma per gli ermellini “la corte ha ritenuto correttamente scrutinato il profilo della possibile incidenza della condizione di tossicodipendenza ai fini della ravvisabilità del medesimo disegno criminoso, reputando il discorso giustificativo utilizzato sul punto, coerente con i parametri elaborati dalla giurisprudenza giacché la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza non è condizione necessaria o sufficiente ai fini del riconoscimento della continuazione in carenza di ulteriori elementi concordanti, piuttosto costituendone un indice rivelatore che deve formare specifico esame da parte del giudice dell’esecuzione”.

E infine: “Nel rammentare che la corte di Cassazione è giudice della motivazione, non già della decisione, ed esclusa l’ammissibilità di una rivalutazione del compendio probatorio, va al contrario evidenziato che il provvedimento impugnato ha fornito logica e coerente motivazione alla propria decisione, con argomentazioni prive di illogicità (tantomeno manifeste) e di contraddittorietà”. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso è seguita la  condanna dell’uomo al pagamento delle spese processuali fissate in 3mila euro. Il caso del rapinatore seriale è chiuso. All’uomo restano da scontare altri 5 anni di condanna, tenendo conto della carcerazione già maturata, tra carcere e detenzione domiciliare.

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