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Le recidono le arterie durante l’intervento e muore dopo l’agonia: risarcimento dalla clinica

La donna di Lucca si era sottoposta ad un'operazione per una protesi alla spalla

Tutto quello che poteva andare storto è andato storto fino al suo decesso. La donna, 60 anni della Lucchesia, si era ricoverata in una clinica privata a Forte dei Marmi per sottoporsi a un intervento chirurgico alla spalla. Soffriva di artrosi e i medici le avevano consigliato di installare una protesi per risolvere i dolorosi problemi che la affliggevano da anni ormai.

Il 20 aprile del 2011 entra in clinica dove nel pomeriggio subisce l’operazione, ma da quel giorno inizierà il suo calvario fino al 7 giugno, quando poi morirà. Da questo tragico evento vengono fuori due procedimenti giudiziari, uno penale nei confronti dei medici, che il tribunale di Lucca assolve, uno civile di risarcimento danni proposto dagli eredi che invece nei giorni scorsi ha portato alla condanna della struttura sanitaria.

Il marito della donna, i due figli e un nipote sono stati risarciti in sentenza per un totale di circa 800mila euro. Questo perché in sede penale non è stata riconosciuta la colpevolezza dei sanitari ma ciò non ha niente a che fare col giudizio civile che non deve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità di chi viene chiamata in causa. Il complesso e delicato processo civile dopo ben due perizie medico-legali ha stabilito quella che viene definita la responsabilità contrattuale della clinica privata nei confronti della donna e del fatto che, a seguito di eventi che potevano essere evitati, si è successivamente arrivati al suo decesso.

Tanto è bastato alla giustizia civile per condannare la struttura sanitaria a risarcire gli eredi. Durante l’intervento, secondo i giudici, erano state lesionate due arterie che avevano poi prodotto in fase post operatoria a un’emorragia interna, non ravvisata dai sanitari, che a sua volta ha prodotto una serie di eventi a cascata sullo stato di salute della donna fino alla morte per insufficienza multi-organo. Solo due giorni dopo, quando però l’emorragia non riscontrata aveva già fatto danni che se presi in tempo avrebbero potuto evitare l’esito fatale sempre secondo i giudici, la donna era stata trasferita in ospedale dove hanno tentato per 48 giorni di fila a salvarle la vita ma ormai non c’era più niente da fare.

La causa della morte, per i giudici lucchesi, è attribuita a una cascata di eventi che si sono susseguiti in seguito a complicanze insorte nel post operatorio e dovute all’apertura di due rami arteriosi, non immediatamente diagnosticata e trattata, che ha “comportato grave anemizzazione e progressiva compromissione multiorgano con complicanze emorragiche, settiche e polmonari in paziente con patologie preesistenti. Si ritiene che la complicanza emorragica post operatoria abbia comportato la cascata di eventi che ha condotto la paziente al decesso. Un attento monitoraggio della paziente fragile (ad alto rischio emorragico) avrebbe consentito una diagnosi precoce della causa di anemizzazione e una tempestiva gestione della lesione vascolare evitando verosimilmente lo shock emorragico e gli eventi successivi con compromissione multiorgano.

Si sottolinea un ritardo circa l’invio della paziente presso il pronto soccorso dell’ospedale Versilia, trasferimento che doveva essere disposto senza ritardo dai sanitari della casa di cura dove si era svolto l’intervento”. Da queste conclusioni derivanti soprattutto dalle perizie mediche disposte in giudizio, il giudice Giampaolo Fabbrizzi del tribunale di Lucca ha emesso sentenza di condanna nei confronti della clinica. Si legge infatti nelle motivazioni del dispositivo di condanna: “Appurata la responsabilità della struttura sanitaria convenuta, occorre ora procedere alla quantificazione del danno risarcibile. Accoglie la domanda attorea per quanto di ragione e, per l’effetto, condanna la casa di cura a risarcire il danno arrecato agli attori per i fatti di cui in narrativa e liquidato, alla data del fatto: n euro 266.454,00, in favore del marito; in euro 220.618,99, in favore della figlia; in euro 184.094,97, in favore del figlio; in euro 118.703,10, in favore del nipote”. La clinica è stata condannata anche a pagare circa 40mila euro di spese legali.

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