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A 38 anni dal delitto sul Serchio non c’è ancora un colpevole: spunta l’ombra del Mostro di Firenze

L'investigatore privato Davide Cannella: "Nutro sospetti su un possibile collegamento con una persona condannata per detenzione abusiva di arma da fuoco, si dovrebbero approfondire le indagini"

Con oggi, sono passati 38 anni dalla notte tra il 21 e il 22 gennaio 1984, una sera tragica per una coppia lucchese, uccisa nella propria autovettura sulle sponde del fiume Serchio (come si vede dalla foto d’epoca tratta dalle pagine della Nazione di Lucca del 23 gennaio 1984) e di cui ancora non si conosce il colpevole.
Le indagini condotte al tempo dalle forze dell’ordine hanno seguito numerose piste, dalla rapina andata male, al gesto di un tossicodipendente o addirittura di un maniaco. Una triste storia di cronaca nera, diventata con il passare degli anni una mistero di Lucca in un periodo molto particolare, in cui la Toscana veniva insanguinata dai delitti del così detto, mostro di Firenze.

Bendetti Riggio

Le due vicende sono forse collegate? Ci sono molti elementi in comune tra il duplice delitto avvenuto sulle rive del Serchio e quelli perpetrati tra le colline fiorentine.
Già nel 1984 quando furono rinvenuti i corpi dei due giovani, Graziella Benedetti e Paolo Riggio, l’assonanza tra gli omicidi seriali del mostro era balzata agli occhi della Sam (acronimo per Squadra anti mostro), diretta allora dal commissario Franco Federico, che aveva l’obiettivo di indagare sui delitti delle coppiette avvenute in Toscana tra il 1968 e gli anni 80, attribuibili ad una sola mano, poiché perpetrati con la medesima arma, una Beretta calibro 22 e proiettili Winchester con la lettera “H” stampata sul fondello.

La Beretta calibro 22 è la stessa arma che ha freddato Graziella e Paolo nel 1984, potrebbe essere la stessa che ha colpito anche nei delitti del mostro?
Dal punto di vista geografico, la distanza da Lucca e i luoghi in cui colpiva il mostro è meno di 100 chilometri, ed anche per la vittimologia c’è assonanza: i delitti riguardano in tutti i casi coppiette appartate in auto, che sono generalmente più rari rispetto ad altre figure considerate più a rischio.

Lo stesso deve aver pensato anche il capo della Sam Franco Federico, che il 22 gennaio fu già sul posto per indagare sui proiettili sparati ai ragazzi ed effettuare le analisi balistiche utili per identificare il genere di arma utilizzata, comparandola con i proiettili esplosi da quella del mostro di Firenze. I risultati arrivano a stretto giro, forse a Firenze sono intenzionati a chiudere rapidamente l’episodio lucchese per concentrarsi di nuovo sui delitti fiorentini. Le risultanze evidenziano che la pistola che ha ucciso i due lucchesi è sì una Beretta calibro 22, ma i proiettili utilizzati non sono Winchester serie H, ma Lapua, una marca svedese da poco sul mercato italiano. Inoltre, evidenziano gli investigatori di Firenze, manca il cosiddetto overkilling sulla vittima femminile, con l’asportazione del feticcio, da considerarsi un immancabile trofeo del mostro. Le ultime risultanze, confermate dalle indagini balistiche, fanno si che la pista del mostro sia abbandonata completamente e pochi giorni dopo con l’accusa di essere i colpevoli dei delitti delle colline fiorentine, finiscono dietro le sbarre due sardi. Successivamente scarcerati, dopo che il vero mostro colpirà nel settembre del 1985.

Le forze dell’ordine lucchesi riprendono in mano le indagini e si concentrano sulla pista della rapina finita male. Anche questa pista è supportata da alcuni indizi rivenuti dagli inquirenti la mattina del 22 gennaio, tra le quali la borsetta di Graziella ritrovata fuori dall’autovettura e la sparizione del portafoglio di Paolo, mai rinvenuto.
Come succede spesso, quando la prima pista finisce nel vuoto, le altre si raffreddano più rapidamente, riunire i pezzi del puzzle diventa difficile e complicato e piano piano l’attenzione dei lucchesi si concentra su altre vicende. Il caso finisce in archivio senza un colpevole.

Oggi, 38 anni dopo, c’è ancora chi, su questo delitto ha dei dubbi, non c’è ancora un colpevole e forse la prima pista scandagliata poteva essere quella giusta, a dirlo è uno che di indagini se ne intende veramente ed ha partecipato a quelle sul mostro di Firenze, prima nell’arma dei carabinieri e poi come investigatore privato, il direttore della Falco Investigazioni di Lucca, Davide Cannella: “Il delitto è avvenuto nella zona di Sant’Alessio ai danni di due brave persone, Graziella Benedetti e Paolo Riggio, la notte del 21 gennaio 1984, sulle rive del Serchio in una notte di tempesta. Dopo aver preso una pizza alla cantina di Alfredo, i due decidono di appartarsi sugli argini del fiume Serchio con l’autovettura, intestata al padre di Paolo. Un po’ come farebbe all’epoca ogni coppietta lucchese, che erano soliti cercare in quel luogo un po’ di intimità. I due ragazzi si destano dalla passione probabilmente nel momento in cui sentono andare in frantumi il vetro al lato del passeggero. Qualcuno punta la pistola al volto di Paolo introducendo la mano all’interno dell’abitacolo e apre il fuoco. Il primo colpo raggiunge la vittima maschile al collo e probabilmente lo uccide sul colpo, a quel punto Graziella avrà iniziato a gridare e l’assassino a puntato l’arma anche verso di lei per farla tacere”.

Un modus operandi che ricorda i delitti del mostro di Firenze ed in particolare la dinamica immaginata dall’avvocato Filastò, celebre difensore dei così detti “Compagni di merende”, in cui l’assassino prima di aprire il fuoco sulle vittime, manda in frantumi il finestrino delle macchine.
“Si è parlato di una rapina finita male – prosegue il detective –. In realtà il povero Paolo aveva nel portafoglio soltanto pochi spiccioli, se fosse stata una rapina sarebbe stata una rapina veramente miserabile. Non sono proprio convinto che si sia trattato di un rapinatore, perché sarebbe una cosa anomala per tutta la dinamica. Un rapinatore non va in un posto del genere per rapinare una coppietta, quanto potrebbe rubare?”

Secondo l’investigatore Cannella, dalla dinamica dell’evento non pare di essere di fronte ad una rapina finita male: “Le modalità del delitto suggeriscono altri moventi: è vero che la pistola calibro 22 che ha colpito a Lucca non è la stessa dei delitti del mostro di Firenze, è vero che i proiettili sparati erano di marca Lapua e non Winchester serie H, quindi è stato detto che con gli altri delitti non c’entrava niente. Io ritengo invece che questo duplice omicidio sia stato propedeutico all’attività del mostro di Firenze o chi lo avrebbe dovuto emulare. In quello stesso periodo c’era un personaggio accusato di essere stato il mostro e si trovava in carcere. Probabilmente il delitto di Lucca doveva servire a scagionarlo, simulando lo stesso identico modo di operare. Ha utilizzato un’altra arma, forse pensando che fosse la stessa cosa, ma così non è stato”.

Molte delle persone che sono state accusate negli anni ’80 di essere il serial killer fiorentino, sono state poi rilasciate a seguito di un nuovo delitto. In particolare a tutti coloro che facevano parte della così detta pista sarda.
“Per poter escludere la pista del mostro c’erano bisogno di indagini più attente e precise, invece sembra che ci sia stata fretta di chiudere questa storia”.

Ha parlato di una persona all’interno del carcere con l’accusa di essere il mostro di Firenze, qualcuno libero che si macchia di questo delitto per scagionarlo, allora siamo di fronte all’ipotesi che il mostro di Firenze non sia un’unica persona?
Sì, stiamo parlando di almeno due persone. Anche se l’arma non è la stessa, è possibile che avesse con sé un’altra pistola, si parla di un soggetto particolare e di questa persona sono assolutamente certo. Perché questa persona fa parte della storia del Mostro di Firenze e girava per la piana lucchese già da diverso tempo prima del delitto. Era una persona che conosceva bene la zona e che ha fatto numerosi furti in lucchesia”, sostiene Cannella.

E’ mai saltato fuori il nome di questa persona in qualche indagine delle forze dell’ordine di Lucca? “No, ma posso dire che la persona che si trovava in galera durante il delitto Benedetti-Riggio, era stato fermato a Lucca e denunciato per detenzione di una pistola. Fu proprio la Procura di Lucca a denunciare questa persona per detenzione di arma da fuoco. E’ una storia abbastanza strana, passata un po’ nel dimenticatoio e ci vorrebbe una rivisitazione profonda dietro questo fermo. Colui che a mio avviso è venuta a Lucca per compiere il delitto di Paolo e Graziella, era strettamente legato alla persona che si trovava in carcere. Insomma, un suo complice”.

Ad oggi, dopo 38 anni, con l’avvento delle nuove tecnologie di indagine e una nuova pista da seguire, potrebbe essere il momento giusto per poter mettere finalmente la parola fine a questa storia.

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