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Chiede l’eredità della madre morta e condannata per usura

Il figlio a sua volta accusato di usura era finito vittima di estorsioni. I giudici respingono la sua richiesta

Scontata la pena prova a chiedere il dissequestro dei beni confiscati alla madre, deceduta tempo fa e coimputata nel processo per usura, ma la Cassazione rigetta il suo primo ricorso dichiarandolo inammissibile e il secondo perché considerato mera duplicazione del precedente.

La rocambolesca vicenda dei un 70enne della provincia ha le sue origine in una maxi inchiesta della Procura di Lucca su un vasto giro di usura addirittura, sempre secondo i giudici, praticato soprattutto da donne. L’indagine aveva infatti preso il nome di Cravatte rosa per sottolineare l’attività usuraia delle donne coinvolte, due delle quali ritenute ai vertici dell’organizzazione. Diciannove le condanne inflitte dal tribunale cittadino poi confermate nei vari gradi di giudizio, con risarcimento per le parti civili e interdizione dai pubblici uffici. La madre del ricorrente era stata condannata a 6 anni di reclusione e l’uomo a 5 anni e mezzo.

La madre era poi deceduta alcuni anni fa. L’uomo dopo aver scontato il suo debito con la giustizia ha provato per ben due volte a rientrare in possesso dei beni sequestrati e confiscati alla madre dal tribunale lucchese, in qualità di unico erede. Ma gli ermellini hanno posto fine a ogni sua speranza. Si trattava in gran parte di conti correnti. Tali somme sono state devolute al Fug (fondo unico di giustizia) nel 2016 dai giudici cittadini.

L’uomo in un altro procedimento penale, terminato di recente con la sentenza della Cassazione, risulta invece vittima di estorsione da parte di alcuni appartenenti alla criminalità organizzata stavolta che agivano ed operavano in Versilia in quegli stessi anni. L’usuraio diventa vittima di estorsione ad opera di chi, evidentemente, si era accorto di quel giro di affari e di quel “goloso” business che avevano creato e aveva taglieggiato il “cravattaro” e altre persone a lui vicine, tra cui un commerciante, che a fronte di un prestito di circa 50mila euro era stato poi costretto dalla criminalità organizzata a cedere la sua attività che di euro però ne valeva 500mila, sempre secondo i giudici della Cassazione, all’interno di un gioco perverso tra delinquenti che spesso usano scambiarsi i ruoli e le vittime e gli affari e in genere il più “forte” da un punto di vista criminale vince. Ma qui alla fine hanno perso tutti, perché sono stati tutti condannati in entrambi i processi e hanno perso i loro beni. Il quadro che emerge da queste sentenze, per quanto riguarda la Versilia testimonia per l’ennesima volta un panorama criminale in fermento che ha prodotto e produce inchieste e processi da parte delle forze dell’ordine e degli inquirenti all’interno dell’eterna battaglia tra “guardie e ladri”. Il caso è chiuso.

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