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Reduce lucchese della campagna di Russia al traguardo dei cento anni: “Mi dimenticarono in una stalla e così mi salvai”

Durante la Seconda guerra mondiale venne spedito a spalare la neve dalle strade, riuscì a fuggire e tornare in Italia a piedi dopo un viaggio lungo 4 mesi. Ci ha raccontato la sua storia

Ci sono delle storie che vale la pena raccontare, delle storie che fanno parte della memoria del nostro territorio che ci arricchiscono e che purtroppo con il tempo, piano piano vanno a perdersi. Questo capita perché molte persone che sono state testimoni di quei giorni, oggi hanno una certa età, sono scomparsi e non sono più con noi.

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Le vicende della Seconda guerra Mondiale, vengono in alcuni casi conservate all’interno delle mura di casa, tra i parenti si ricorda cosa era la guerra e quale tragedie sono state superate. Oggi c’è bisogno di raccogliere queste testimonianze, per non perderne la memoria, anche se narrano fatti terribili, come la guerra. La guerra, un fenomeno così attuale ma allo stesso tempo così lontano alle nostre generazioni, che per fortuna, non hanno mai sofferto di questa immane tragedia e ci stupiamo delle immagini che passano di fronte alle nostre tv.
Purtroppo questo non si può dire per Rino Giorgi, classe 1922, che a pochi giorni dal suo centesimo compleanno, che festeggerà il 23 maggio, ci racconta la sua esperienza della Seconda guerra mondiale durante la campagna in Russia.

Rino oggi vive con i suoi parenti, il nipote Alberto Tomei, la moglie Nicoletta Batoni e il secondo nipote, appena tornato dall’Argentina a Lucca, Alex Matteucci. Rino, ha abitato a Borgo a Mozzano e Anchiano durante quel tempo, quando a 22 anni è stato chiamato alle armi ed è iniziata la sua odissea.

“C’era una legge che diceva che chi era nato nell’anno 1922, veniva richiamato per aiutare i tedeschi – ricorda Rino -, però non armati come militari, ma disarmati, come forza lavoro e per questo allora, ci portarono in Germania. Quel giorno mio padre era nei campi al castagneto e venne mia zia Attilia gridando che dovevo andare a casa subito perché arrivavano i carabinieri. Quando andai a casa e a Borgo a Mozzano il maresciallo mi disse che l’esercito aveva richiamato il mio anno, il 1922, per aiutare i tedeschi, non per combattere”.

Rino Giorgi insieme ad altri ragazzi della sua età, viene chiamato in guerra per svolgere lavori di pulizia delle strade e agevolare lo spostamento dei mezzi verso il fronte. Per svolgere il lavoro viene spedito in Germania.

“Poi dalla Germania – prosegue Rino nel suo racconto -, con altre persone si provò a scappare, ma non ci riuscimmo e ci arrestarono e volevano fucilarci. Si stette una settimana con la paura che ci fucilassero, ci raccomandammo a Dio, alla Madonna di Montenero, dissero che dopo la messa ci sarebbe stata la fucilazione. Si andò alla messa, ma per fortuna, dopo ci dissero che eravamo stati graziati e che se avessimo provato a fuggire di nuovo avevano l’ordine di spararci sul posto. Mi trovai quindi in Germania per lavorare”.

Dalla Germania, Rino viene trasferito in Russia dove c’erano dei lavori da fare perché in inverno le strade sono piene di neve e ci voleva qualcuno per spalarla.

In Russia pulivamo le strade perché c’era la neve molto alta – spiega Rino -, rastrellavamo le strade ma la notte nevicava di nuovo e la mattina ricominciavamo da capo. Nevicava sempre, c’era sempre un cielo grigio, come qua quando nevica. Non ci lavavamo mai perché non c’era l’acqua, era tutta gelata”.

In Russia Rino patisce il freddo, le gambe hanno problemi alla circolazione del sangue tanto che ancora oggi sente molto freddo. Però in Russia Rino e altri suoi compagni riescono a fuggire. Anzi, incredibilmente, vengono dimenticati in una stalla.
“Eravamo in quattro e siamo stati messi a dormire in una stalla con delle vacche che con il respiro ci scaldavano e si stava bene. La mattina continuammo a dormire e quando ci svegliammo tutti, gli altri erano partiti e ci avevano lasciato lì, scordandosi di noi. A quel punto ci mettemmo d’accordo e si decise di tornare a Lucca a piedi, anche se era molto lontano. Partimmo in quattro, ma arrivammo in tre, uno non lo so che fine fece, sparì. Potrebbe essere morto, oppure aver incontrato altri suoi paesani e aver proseguito il viaggio con loro. C’era tanta gente spersa e si trovava anche qualche morto. Avevamo gli scarponi – racconta Rino -, quello che c’è di bello negli scarponi è che l’acqua non passava, perché c’era la neve ed era tutto un ghiaccio, ma per fortuna i piedi erano belli asciutti, l’acqua non c’era”.

“Il viaggio di ritorno è stato triste perché non avevamo da mangiare – prosegue – Però questi russi non sono cattivi, come popolazione. Gli dicevamo se avevano delle patate e loro ce le davano consigliandoci di non tirare via neanche la buccia, perché la buccia contiene qualche cosa che ci sostiene e noi quindi mangiavamo tutto. Ci aiutavano i russi e anche loro non se la passavano di certo bene, anche loro stavano male a quei tempi la”.

Dalla Russia per tornare ad Anchiano, dove abitava al tempo il signor Rino, ci vogliono 4 mesi di cammino, un viaggio lungo e faticoso. “Il viaggio è durato, mi pare, per quattro mesi. Tutto a piedi, non c’erano treni, era tutto a gambe all’aria, non c’era nulla. La guerra è un disastro, è un disastro anche per i civili, ognuno pensa per conto suo a salvare la pelle, la guerra in casa è un pasticcio. Quando siamo arrivati al Brennero molte persone che erano con me si sono messi in ginocchio per baciare la terra, eravamo arrivati in Italia”.

Rino dopo quattro mesi di viaggio a piedi per l’Europa, raggiunge finalmente l’Italia dal Brennero e arriva al suo paese, di fronte alla Madonna dei Balzi, dove si racconta che si fermò il colera senza raggiungere Anchiano.

“Quando arrivai dove hanno fatto il nuovo ponte, pensai di guardare dov’era il campanile ad Anchiano – dice Rino -, saranno morti tutti pensai. A quel punto vidi una bicicletta da lontano, era nuova, ci picchiava il sole dentro e la faceva brillare. Era il mio fratello che stava andando a scuola, aveva gli esami, quando mi vide mi riconobbe, tornò indietro. Ricordo mio padre che tagliava l’erba per fare il fieno, era maggio, avevamo un campo grande all’Italvetro, erano due o tre anni che non ci vedevamo. Quando arrivai in paese mi fecero una festa, suonarono le campane, pensavano tutti che fossi morto e invece ero vivo”.

Il signor Rino dagli Cinquanta agli anni Settanta per 22 anni si è trasferito in Argentina insieme al fratello e al nipote. Ritornato in Italia ha iniziato l’attività di fruttivendolo e alla fine è arrivato alla pensione e tra pochi giorni festeggerà il suo centesimo compleanno.

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