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Figlia di un pentito ancora in cella: sulle visite al padre decide l’Asl

La madre si era opposta e ora il caso è stato esaminato dalla Corte d'Appello

Il crimine non paga, mai, ma spesso a pagare sono anche gli innocenti per definizione: i bambini. Ci sono sempre conseguenze per ogni cosa che si fa nella vita e questa storia ne è solo l’ennesima dimostrazione. Lei 40enne, che vive a Lucca da tempo, anni fa aveva iniziato una relazione con un boss di camorra, uno dei capi dei cosiddetti scissionisti, un killer che dopo l’ennesimo arresto, un paio di anni fa, ha deciso di saltare il fosso e di diventare un collaboratore di giustizia.

Le sue dichiarazioni si dimostreranno fondamentali in alcuni importanti e recenti processi di camorra, proprio per la sua caratura criminale, ma non c’è solo il conto da pagare con la giustizia, o con la propria coscienza, ma anche con la vita. Da questa relazione nove anni fa è nata una bambina che forse, come detto, sta pagando il prezzo più alto dell’intera vicenda. L’uomo anche se pentito e sotto protezione è ancora in carcere, anche se ha beneficiato degli sconti di pena previsti per legge e di alcuni permessi premio, ma si trova attualmente detenuto in una casa circondariale di un’altra regione del centro Italia.

Fra i due il rapporto sentimentale che li legava, col passare del tempo termina, e lo scorso anno la donna si è rivolta al tribunale di Lucca per regolamentare il mantenimento della bambina e le visite paterne. I giudici lucchesi avevano, ovviamente, concesso l’affido esclusivo della bambina alla madre, stabilito la cifra mensile per il mantenimento da parte del padre, e le visite paterne che erano state concesse nella misura di una volta al mese, presso il carcere, ma dietro sorveglianza di uno psicologo. Ma la bambina sta male e la madre decide di rivolgersi alla corte d’Appello di Firenze impugnando l’ordinanza di primo grado per chiedere le modifiche ritenute necessarie a tutela della figlia minore. Oltre alla pericolosità della frequentazione, secondo la madre, c’è il disagio manifestato dalla bambina che già in alcuni colloqui con i sanitari dell’Usl aveva detto chiaramente di volere bene al padre ma anche di temerlo un po’, e altre circostanze contenute in una relazione dell’Ufsmia (ufficio salute mentale infanzia e adolescenza) di Campo di Marte.

La relazione dell’Usl e la sentenza d’Appello

Si legge infatti in tale relazione agli atti del processo di secondo grado: “Emerge un sentimento ambivalente della bambina verso il padre (desiderato ma anche temuto) e un pesante carico emotivo (dovuto al desiderio di incontrare il padre ma condizionato da un mandato interno il cui obiettivo è proteggere l’incolumità della sua famiglia – madre e nonni materni) che giustifica i riferiti sintomi di difficoltà nell’addormentamento e stati di irritabilità frequenti e “a espone a un rischio di evoluzione psicopatologica”.

Per i giudici d’Appello, dunque,  nessun dubbio sul punto. Scrivono infatti in sentenza: “La condizione psicologica della minore, a parere di questa Corte, non richiede ulteriori approfondimenti diagnostici. Pare invece necessaria la presa in carico della minore da parte dell’Ufsmia di Lucca per l’attivazione di un programma di sostegno psicologico che consenta alla stessa di affrontare con la necessaria serenità e consapevolezza gli incontri con il padre, incontri che potranno riprendere, con la frequenza mensile indicata nel decreto impugnato, solo quando il servizio lo riterrà opportuno. Allo scopo, si rende necessario conferire al servizio sociale di Lucca il compito di monitorare la situazione della minore e di programmare la ripresa della frequentazione padre/figlia raccordandosi con l’Ufsmia di Lucca, da un lato, e con la direzione dell’istituto penitenziario ove il padre si trova ristretto, dall’altro. Resta fermo che, ove sarà ravvisata l’opportunità di riprendere gli incontri, questi dovranno avvenire, fino a quando ciò sarà ritenuto necessario dall’Ufsmia di Lucca, alla presenza di uno psicologo o di altro operatore qualificato, da individuarsi a cura della direzione dell’istituto penitenziario. Dispone che gli incontri tra padre e figlia possano riprendere, con la
frequenza mensile indicata nel decreto impugnato, solo se e quando il suddetto servizio lo riterrà opportuno. Sembra altresì opportuno, attese le difficoltà di comunicazione tra le parti, invitare entrambi i genitori a seguire un autonomo percorso di sostegno alla genitorialità”.

Salomonica decisione dei giudici fiorentini che hanno cercato di dare un indirizzo alla vicenda in esclusivo interesse della bambina, interesse che prevale su tutto il resto. Argomenti così vasti e così delicati tutti quelli legati in qualche modo ai figli minori dei detenuti o dei pentiti, sui quali riflettere e discutere non sarà mai abbastanza, soprattutto dagli addetti ai lavori e da chi ha autorità in materia. L’impressione è che non esista una vera e unica soluzione ma solo strade da percorrere per ridurre i danni il più possibile.

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