Si fa pagare dalla Farnesina come inviato nella missione in Cina ma risiede già là: consulente di Lucca condannato a sborsare 110 mila euro

Era stato prosciolto dall'accusa di truffa ma per la Cassazione deve restituire i rimborsi avuti dal ministero degli Esteri

Professionista lucchese deve restituire alla Farnesina 110mila euro che aveva ricevuto come rimborso, negli anni passati, quale inviato in missione in Cina, ma l’uomo risiedeva a Pechino all’epoca ed era finito insieme ad altre 28 persone, che erano riuscite a beffare il ministero, in una maxi inchiesta. Penalmente era stato prosciolto dal gup del Tribunale di Lucca ma ora per la Cassazione deve pagare il conto e restituire le somme percepite indebitamente

Professionista di Lucca che aveva incassato soldi dalla Farnesina per missioni in Cina, deve restituire le somme ricevute perché percepite indebitamente. Così ha stabilito la suprema corte di Cassazione nella sentenza che ha scritto la parola fine al contenzioso. Insieme ad altre 28 persone era finito nell’inchiesta della Procura di Roma ribattezzata Mi certifico italiano, del 2012, e coordinata dal pm di Roma Maria Cordova e nasceva da una denuncia del direttore del dipartimento della cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni.

Secondo quanto riferito all’epoca dallo stesso ministro plenipotenziario, nel maggio 2010 la Farnesina, nel corso di controlli amministrativi, si era resa conto che qualcosa non tornava nelle autocertificazioni e nelle note spese di alcuni consulenti. I successivi controlli della guardia di finanza su circa 4.500 missioni all’estero tra il 2006 e il 2010 avevano poi accertato che un centinaio erano viziate da false autocertificazioni da parte di 29 esperti: 23 di loro erano stati denunciati per truffa aggravata allo Stato e 6 per falso in atto pubblico, per un totale di 1,6 milioni di euro non dovuti. Una segnalazione era stata fatta anche alla corte dei Conti.

Non si era andati più indietro nel tempo perché eventuali reati penali e contabili erano andati in prescrizione. Tra questi il professionista lucchese che ora dovrà restituire 110mila euro al ministero degli esteri. L’uomo, nato in Lucchesia, aveva dichiarato alla Farnesina, sempre secondo i giudici, di risiedere in Italia, mentre all’epoca risiedeva in Cina, ma la condizione di legge per ricevere i rimborsi per missioni all’estero è ovviamente quella di non risiedere nel Paese dove la Farnesina invia in missione.

L’uomo era stato poi processato penalmente ma il gup di Lucca lo aveva prosciolto durante l’udienza preliminare, anche se restavano da “chiarire” gli aspetti civili della vicenda e il rimborso delle somme alla Farnesina, contenzioso civile che ora è arrivato al termine con la sentenza della Cassazione.

Scrivono gli ermellini in sentenza: “Secondo il ricorrente, la sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste emessa dal gup del Tribunale di Lucca avrebbe meritato, proprio per l’ampia formula liberatoria che la sorreggeva, ben diversa considerazione e avrebbe dovuto condurre ad accertare anche nel giudizio civile la piena legittimità del comportamento dell’uomo e la dovutezza degli emolumenti alla stessa corrisposti in virtù del contratto stipulato.  I motivi, come appresso si dirà, non sono fondati. È tuttavia evidente che allorquando la legge nr. 49/1987 prevede, agli articoli 17 e 27, che il personale venga inviato in missione all’estero presuppone che l’inviato abbia la propria residenza nonché il domicilio effettivo nel territorio nazionale. L’applicazione dell’articolo 652 del codice di procedura penale presuppone (come noto) una sentenza penale irrevocabile pronunciata in seguito a dibattimento, evento non equiparabile alla sentenza emessa dal gup al termine dell’udienza preliminare. Il ricorso deve essere conclusivamente  respinto”. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento, in favore del ministero degli Esteri, di 5mila euro di spese di giudizio più la restituzione dei 110mila euro non dovuti perché annullati dalla stessa Farnesina quando all’epoca si era resa conto dell’errore commesso nei confronti del professionista lucchese e degli altri 28 consulenti che non avevano diritto al rimborso previsto per chi viene inviato in missioni all’estero.

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