Giocatore d’azzardo compulsivo chiede a Snaitech e ministero dell’economia di essere risarcito per la sua patologia

I giudici della Corte d'Appello di Firenze hanno respinto la richiesta ma compreso le motivazioni: "La questione va ricondotta all’interno di un dibattito sociale e politico, anziché giudiziale"

Azzardopatia, o Gap, ormai riconosciuta dai Sert nazionali come una grave dipendenza alla pari di droga e alcol, una piaga deleteria per molti, troppi, cittadini, e che non accenna a diminuire, anzi.

I numeri totali legati al gioco legale in Italia sono in aumento. E un 41enne ha portato Snaitech (che ha sedi a Milano, Roma e Porcari) e il ministero dell’economia in giudizio fino alla corte d’Appello di Firenze chiedendo la condanna al risarcimento del danno, in solido, patrimoniale e non, subito per essere affetto dalla patologia nota nelle letteratura medico/scientifica come Gap (gioco d’azzardo patologico) ed aver perso consistenti somme al gioco, rovinandosi così la vita.

Anche la corte d’Appello fiorentina ha respinto le sue istanze, e anche quelle di Snaitech che chiedeva un contro risarcimento, e lo ha condannato a circa 4mila euro di spese di giudizio. Ma nelle motivazioni della sentenza pubblicata nei giorni scorsi la corte d’Appello, formata dai giudici Covini, Conte e Caporali, ha espressamente empatizzato con l’uomo e il suo dramma auspicando un dibattito politico e sociale sul tema, perché mancano norme che consentono ai giudici di intervenire in questi casi. L’uomo a sostegno della sua impugnazione, ha dedotto che la sentenza di primo grado aveva errato nel respingere la domanda di risarcimento dei danni da lui subiti in conseguenza della sua propensione al gioco d’azzardo, in quanto emergevano profili di responsabilità in capo ai singoli enti convenuti, a suo dire.

In pratica il 41enne e i suoi legali “al momento del compimento degli atti giuridici consistenti nell’introduzione del denaro nelle slot e nelle video lottery per consumare le prestazioni di gioco, nelle modalità, quantità e periodi descritti nella premessa, era affetto dalla sindrome del gioco compulsivo patologico e che tale stato era facilmente identificabile dall’osservazione del suo stesso comportamento attuato nel gioco medesimo da parte di chi era preposto alla gestione dell’esercizio Snaitech. Sempre secondo i legali dell’uomo la società per mezzo del proprio personale preposto all’esercizio, avendo preso contezza dello stato patologico in cui versava al momento del compimento degli atti oggetto del contenzioso, non aveva impedito o dissuaso che lo stesso consumasse quelle prestazioni di gioco “viziate dall’assenza di un consenso libero e consapevole presso i propri esercizi, a causa della sua evidente ludopatia,  ma anzi utilizzando altresì apparecchiature elettroniche che sfruttano principi e meccanismi di psico-induzione, in grado di influenzare e/o piegare i meccanismi volitivi del soggetto, attraverso il bombardamento di luci, di messaggi sonori diretti e/o subliminali, di ritmi e quant’altro predisposto dal costruttore a tale scopo, implementando il problema psichiatrico del propri cliente attore l fine di trarne i conseguenti illeciti profitti”.

La sentenza d’Appello e le motivazioni che rilanciano il dibattito sulla azzardopatia in sede politica e a livello sociale

Scrivono infatti i giudici fiorentini: “Con ciò non si vuole, ovviamente, negare né il dramma personale del 41enne né il più generale problema delle dipendenze, ma solo ricondurli all’interno di un dibattito sociale e politico, anziché giudiziale, prendendo atto che l’attuale normativa esclude l’illiceità delle condotte addebitate alle appellate. Invero, non si può non rilevare che il sostenere che le amministrazioni convenute “avrebbero percorso le vie del mero utilitarismo economico, a discapito dell’etica e della tutela dei soggetti più giovani, speculando sulle miserie di tanti poveri malcapitati”, è circostanza che, come già premesso, attiene alle politiche adottate dal governo in materia di giochi e scommesse, in quanto tali insindacabili dall’autorità giudiziaria, e chiama in causa un giudizio non tanto giuridico, quanto morale e politico, non proprio di questa sede. L’insindacabilità in sede giurisdizionale delle politiche adottate dal Governo è infatti uno dei pilastri della separazione dei poteri; quanto, poi, alle scelte del legislatore, esse sono sindacabili solo nella misura in cui violino la Costituzione, e nel caso in esame l’appellante non ha affatto dedotto l’illegittimità costituzionale di una qualche norma”.

Parole chiare e precise quelle dei giudici fiorentini, salomoniche, che pur rigettando l’appello aprono a diversi quanto auspicabili scenari futuri a livello legislativo. Sarà molto interessante sapere, se ci sarà ricorso in Cassazione, cosa ne pensano i giudici di piazza Cavour. Si vedrà. Il dibattito politico e sociale, infatti, resta più che aperto su un argomento che ormai è diventato un vero e proprio problema per milioni di italiani.

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