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Vannacci contro la Consulta: “Così si calpesta la natura. I figli hanno diritto a un padre e una madre”

Dalla sentenza al diritto alla cittadinanza, dalla guerra alla sicurezza: il generale eurodeputato risponde senza filtri

Una sentenza storica, una vera e propria svolta, quella della Consulta, dei giorni scorsi, in merito al riconoscimento legale di un figlio da parte di entrambe le madri. Un caso, questo, nato nelle aule del Tribunale di Lucca, dopo che il presidente aveva sollevato un “quesito” di incostituzionalità nella vicenda delle due donne, entrambe avvocato.
Un caso che ha acceso il dibattito, e “diviso” sia l’opinione pubblica che la politica.

Generale Roberto Vannacci, che posizione ha in merito?

“Sulla sentenza della Consulta sono molto chiaro: non c’è alcun gap normativo da colmare, ma solo ideologia. Questa decisione viola la natura biologica, il bene dei bambini e i principi democratici. I figli non si fanno con le “intenzioni” ma, come per tutti i mammiferi, servono un maschio e una femmina. Stiamo parlando di biologia. A quanto pare, la Consulta, si vuole ergere a giudice anche delle leggi della natura. Mi chiedete delle unioni gay? Il primo diritto di un bambino è innanzitutto di vivere e poi di avere un padre e una madre. È curioso che la stessa Consulta, in un’altra sentenza, abbia escluso le donne single dalla procreazione assistita citando l’interesse dei figli ad avere un padre. Contraddizione evidente che fa risaltare ancora di più la connotazione ideologica di questo verdetto. Questa sentenza è un tentativo di sabotare il potere legislativo che ha recentemente dichiarato reato universale la pratica dell’utero in affitto – che qualcuno definisce per cercare di ingentilirne l’abominevole natura “gestazione per altri” – espressione del voto dei cittadini italiani, e adeguare l’Italia ai diktat del globalismo arcobaleno. Non è democrazia”.

Lei si e’ sempre espresso a favore della famiglia tradizionale ( per così dire ) e si è spesso “inimicato” il mondo Lgbt. Come mai trova difficoltà ad ammettere che ormai le famiglie composte da coppie gay sono una realtà? Non crede che sia più importante l’amore che si dà ad un bambino che non il fatto che siano a crescerlo due genitori delle stesso sesso?

“Io non trovo alcuna difficoltà o contrarietà ad ammettere l’esistenza dell’omosessualità e delle unioni omosessuali. Chiunque abbia letto il mio libro sa che io reputo che l’omosessualità faccia parte dei gusti e delle predilezioni e, come tale, è insindacabile (degustibus….) così come lo è la preferenza per una specialità culinaria piuttosto che un’altra. Anzi, molti omosessuali che hanno letto il mio libro ne condividono i contenuti e ne hanno addirittura promosso la diffusione.Ben vengano le unioni omosessuali ma non chiamiamole famiglie perché tale consolidato costrutto sociale ha come primo compito la procreazione, come secondo l’educazione della prole e come terzo il rappresentare la cellula in miniatura della società dove c’è chi guida e insegna (i genitori) e c’è chi segue e impara ( i figli). Le coppie omosessuali, invece, per legge di natura non sindacabile da alcuna consulta o corte di guardiani della morale, non possono procreare. E non esistono interpretazioni giuridiche che possano ribaltare la natura delle cose. La questione non è quanto amore si possa dare, ma il diritto fondamentale di ogni bambino ad avere un padre e una madre. La complementarità maschile e femminile non è un’opinione ideologica, ma un fatto biologico e antropologico. Un bambino ha bisogno di entrambe le figure per il suo sviluppo completo ed armonioso. La natura ha stabilito che per generare la vita servono un uomo e una donna. Su otto miliardi di persone su questo pianeta non ve n’è una che non sia figlia di un uomo e di una donna. Questo non è un pregiudizio, è biologia, è natura. Quando alteriamo questo ordine naturale, creiamo confusione nei bambini e nella società e creiamo disagio, frustrazione e malessere. L’amore è certamente importante, è una condizione necessaria per la formazione di una famiglia ma non sufficiente. Con lo stesso argomento dell’amore potremmo legittimare qualsiasi tipo di unione o relazione. I bambini non sono oggetti da assegnare, da vendere, da cedere o da prestare a chi dimostra di volergli bene, ma persone con diritti specifici, primo fra tutti quello di vivere e di crescere con un padre e una madre che sono gli esseri che biologicamente li hanno creati e che trasmettono loro il patrimonio genetico. La famiglia naturale (non mi piace il termine tradizionale) non è “per così dire”: è la cellula fondamentale della società, riconosciuta dalla nostra Costituzione. Difenderla non significa essere nemici di alcuno, ma proteggere il bene comune e i diritti dei più deboli, ovvero i bambini”.

Se, per caso, un suo figlio, o figlia, le “confessasse” di essere gay, come si comporterebbe?

Se una delle mie figlie mi confessasse di essere gay, la accoglierei con lo stesso smisurato amore che ho sempre avuto per lei. L’amore di un padre non è condizionato dalle scelte o dalle inclinazioni dei figli anzi, ogni genitore ha il dovere di assecondare e incentivare i talenti e le volontà di realizzazione dei figli. Ma visto che non si nasce omosessuali – nonostante il lavaggio del cervello a cui l’ideologia lgbtq ha cercato di sottoporci – anche considerato che il gene dell’omosessualità, nonostante sia stato cercato con spasmodica insistenza, non è stato mai stato scoperto, sono altrettanto persuaso che il condizionamento sociale giochi un ruolo fondamentalenell’orientamento sessuale dei minori. Per il bene di mia figlia, quindi, cercherei di instradare ed indirizzare questo condizionamento sociale e di orientarla verso l’eterosessualità che, nel mondo naturale, rappresenta la normalità. Senza violenza, senza sopraffazione, senza prevaricazione così come ogni genitore cerca di orientare le scelte dei figli verso ciò che ritiene sia meglio per i figli stessi. Non si chiama “educazione” questa pratica?”

Generale cambiamo argomento, siamo vicini al referendum e tra i quesiti posti c’è quello della cittadinanza ci spiega la sua posizione in merito?

Sul tema della cittadinanza la mia posizione è molto chiara: sono fermamente contrario allo ius soli e a qualsiasi forma di concessione facilitata ed automatica della cittadinanza italiana. La cittadinanza italiana, per uno straniero, non è un diritto acquisito alla nascita o dopo un breve periodo di permanenza sul territorio nazionale. È un privilegio che si conquista al termine di un percorso di vera integrazione, che richiede tempo, impegno e la dimostrazione concreta di amore verso la nostra patria e di volontà nell’abbracciare i valori, la cultura, le radici e le tradizioni nazionali. Lo ius sanguinis, il diritto di sangue, è il principio che ha sempre regolato la concessione della cittadinanza in Italia, e in quasi tutti i paesi del mondo (fanno eccezione solo i paesi che basano la loro esistenza sull’immigrazione: Usa, Brasile, Argentina, Canada e pochi altri) ed è quello che meglio tutela la nostra identità nazionale. Perché è dai genitori che a noi vengono tramandati i valori e l’identità nazionale che si è formata non da sola ma proprio grazie al sacrificio, al lavoro, al sudore, alla dedizione e, spesso, anche al sangue dei nostri predecessori. Non si diventa italiani semplicemente nascendo sul suolo italiano o frequentando qualche anno di scuola. Anche perchè chi risiede stabilmente in Italia o chi nasce in Italia da genitori stranieri non è apolide e privo di cittadinanza ma ne ha già una del paese di origine (è marocchino, pakistano, egiziano…), per quale motivo bisognerebbe concedergliene una seconda? Chi lavora in Italia, e quindi paga le tasse nel nostro paese, non ha alcun diritto di ottenere una scorciatoia per la cittadinanza italiana. Il lavoro è un’attività retribuita in cui il lavoratore riceve in cambio un salario, non è un atto di beneficenza nei confronti dello Stato o del datore di lavoro né una scorciatoia per ottenere la cittadinanza del paese ospite,Chi risiede o frequenta la scuola nel nostro Paese non può accampare specifici diritti alla cittadinanza o all’ottenimento della stessa per automatismo. Vivere in un paese non equivale a diventarne cittadino. La cittadinanza non favorisce l’integrazione. L’esperienza di molti paesi europei – Francia e Belgio in testa – dimostra esattamente il contrario. Diventare cittadini significa condividere un destino comune, conoscere la nostra storia, parlare perfettamente la nostra lingua, rispettare le nostre leggi e tradizioni ed essere anche pronti a morire per la propria Patria, così come richiesto dall’articolo 51 della nostra Costituzione che statuisce che la difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino, nessuno escluso! È un processo che richiede tempo e non può essere ridotto a un automatismo burocratico. Il quesito referendario sulla cittadinanza è solamente un bieco espediente della sinistra per fare cassetto elettorale e per cercare di dare il voto a 2,5 milioni di persone che diventerebbero italiane se vincesse il si snaturando la nostra identità e svendendo la nostra cittadinanza per mero calcolo elettorale”.

In passato hanno fatto discutere alcune sue affermazioni sulla identità della razza in particolare quelle sulla pallavolista Egonu, sollevando un vespaio, è stato frainteso? Affermerebbe oggi la stessa idea alla luce di quanto è successo?

“Non sono stato frainteso, sono stato deliberatamente travisato e falsificato per una considerazione ovvia, al limite del banale. Nel mio libro “Il Mondo al Contrario” ho semplicemente constatato un fatto oggettivo: Paola Egonu non rappresenta l’italianità nell’immaginario collettivo dal punto di vista somatico. Questo non significa che non sia di cittadinanza italiana, a tutti gli effetti, e contestualmente di evidenti origini africane. E’ cittadina italiana per cultura, formazione e adozione degli usi e dei costumi nazionali ma i suoi tratti somatici sono quelli che provengono dalle sue origini nigeriane e che non vengono tipicamente associati al fenotipo italiano. È una questione di percezione comune, non di discriminazione. Una questione di realtà che, come tale, non può offendere mai nessuno. Se vedo una persona con tratti somatici africani, tendo naturalmente a pensare che sia africana, così come se vedo una persona con tratti asiatici penso sia asiatica. È un meccanismo cognitivo naturale, non un giudizio di valore. Ciò che è accaduto dopo è stata una strumentalizzazione politica delle mie parole, estrapolate dal contesto e distorte per dipingermi come razzista. Ma io non ho mai messo in discussione la cittadinanza italiana di Egonu né il suo valore come atleta che rappresenta magnificamente il nostro Paese. Oggi, come peraltro ho già fatto recentemente, riaffermerei esattamente lo stesso concetto che rappresenta la cruda e palese realtà. La verità non può essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Dire che esistono differenze somatiche tra etnie diverse non è razzismo, è constatare l’evidenza. Il vero razzismo sarebbe trattare le persone in modo diverso sulla base di queste differenze, cosa che io non ho mai fatto né ho mai suggerito di fare. Paola Egonu è una straordinaria atleta italiana, questo è indiscutibile, e sono orgoglioso che vinca per la squadra azzurra. Ma negare le sue origini africane e, di conseguenza, che il suo aspetto fisico differisca da quello della stragrande maggioranza degli italiani sarebbe negare l’evidenza per paura di offendere qualcuno. Qualcuno dice “ma ha importanza parlarne?” . “No”- io rispondo – “ma non per questo bisogna sottacerne”. Non ho paura della verità, anche quando è scomoda. Le polemiche e le acrobazie filosofiche e linguistiche per cercare di dimostrare il contrario di quanto da me asserito le lascio ai soloni dei talk show”.

Generale parliamo di guerra, Lei è un uomo delle istituzioni, eletto all’Euro Parlamento, ma, soprattutto, un militare, un alto ufficiale dell’Esercito: quale è la sua idea per arrivare alla pace tra Russia e Ucraina? E come giudica il comportamento di Netanyahu nei confronti del popolo palestinese?

“Sulla guerra tra Russia e Ucraina, la mia posizione è chiara: dobbiamo perseguire la pace attraverso il negoziato, non attraverso l’escalation militare. Tre anni di guerra e il continuo supporto all’Ucraina, anche in termini di armi, non hanno portato alla vittoria promessa, ma solo a un prolungamento del conflitto, a un aumento delle vittime e ad un espandersi della crisi economica in tutta Europa. Come militare, conosco bene il valore della deterrenza e della forza, ma so anche che ogni guerra deve concludersi con un vincitore e uno sconfitto. È illusorio pensare che l’Ucraina riesca a ristabilire la propria integrità territoriale e che possa vincere contro un avversario come la Russia a meno che la Nato non entri in guerra. Dobbiamo essere realisti. E tale ultima ipotesi ci porterebbe sull’orlo del baratro della distruzione termonucleare reciproca. L’Europa dovrebbe assumere un ruolo di mediazione attiva, invece di limitarsi a votare per una guerra ad oltranza e di rifiutare qualsiasi esito negoziale del conflitto. Una soluzione di pace duratura dovrà necessariamente tenere conto delle preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti coinvolte, inclusa la Russia. Questo non significa giustificare l’invasione, che resta un atto illegittimo, ma riconoscere che la sicurezza è indivisibile e che l’espansione della Nato verso est ha contribuito all’instabilità della regione. Quanto alla situazione a in Medio Oriente non è una novità ma è figlia delle guerre arabo israeliane del 1948, 1956, 1967, 1973, 1982 e seguenti e di chi non ha mai accettato l’esistenza dello stato di Israele. Condanno fermamente gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre, che hanno provocato la sproporzionata e spesso brutale reazione israeliana. Tuttavia, ricordo che il conflitto in atto è tra Israele e Hamas ed Hezbollah, che sono due organizzazioni terroristiche, e che il popolo palestinese è vittima soprattutto di chi non si fa scrupoli ad usarlo come scudo umano. Hamas continua a nascondersi negli obiettivi civili, negli ospedali, nelle scuole e a detenere più di 50 ostaggi. I suoi componenti sono stati definiti recentemente dal presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen “figli di cane”. Per raggiungere una tregua bisogna che Hamas e Hezbollah depongano le armi e accettino l’esistenza dello stato di Israele. Non si può scendere a patti con chi ha quale fine ultimo il tuo annientamento e continua a intonare “free Palestine from the river to the sea” frase che supporrebbe la cancellazione dello stato di Israele. Il governo Netanyahu, dal canto suo, non può trasformare il sacrosanto diritto di difesa in una sproporzionata reazione che non tiene conto dei terribili e spesso efferati effetti collaterali prodotti”.

Ultimamente si parla molto di criminalità e (in)sicurezza, anche a Viareggio, città dove lei risiede: come pensa sia possibile gestire il disagio che provano i cittadini e i problemi di delinquenza delle nostre città che sono anche alla base del suo programma politico ?

“Il problema della sicurezza nelle nostre città, compresa l’ormai mia Viareggio, è diventato una vera emergenza nazionale e non l’ipotesi di essere invasi dai soldati russi così come ci vorrebbe convincere la Von der Leyen. Non ho ancora visto soldati Cosacchi abbeverare i loro cavalli lungo il Serchio o nel lago di Massaciuccoli, in compenso i cittadini della Versilia  così come di moltissime altre città italiane, vivono nel timore di essere derubati, aggrediti o molestati, e questo è inaccettabile in un Paese civile. La prima cosa da fare è ripristinare il principio della certezza della pena. È inutile che le Forze dell’ordine arrestino i delinquenti se poi questi vengono rimessi in libertà dopo poche ore. Chi commette un reato deve scontare interamente la sua pena, senza sconti o benefici che sviliscono il senso di giustizia e deve risarcire sino all’ultimo centesimo il torto fatto al prossimo. Serve poi un controllo più rigoroso dell’immigrazione. È innegabile che una parte significativa dei reati predatori sia commessa da immigrati, soprattutto irregolari e questo dato confermato dai dati forniti dal ministero dell’interno. Non è questione di razzismo, ma di realismo: chi entra illegalmente nel nostro Paese deve essere rimpatriato, senza se e senza ma. Dobbiamo rimettere le nostre forze dell’ordine in condizione di operare efficacemente con tutti gli strumenti di cui hanno bisogno, compreso quelli che implicano l’uso della forza o della minaccia dell’uso della forza. Troppo spesso i nostri agenti si trovano con le mani legate da normative che sembrano tutelare più i delinquenti che i cittadini onesti. Chi indossa una divisa deve poter operare senza il timore di conseguenze legali per aver fatto semplicemente il proprio dovere. Infine, dobbiamo cambiare mentalità e finirla di avere una sinistra che si schiera sempre dalla parte della criminalità, che per anni ha voluto depotenziare e delegittimare le forze dell’ordine e che oggi si schiera contro i decreti sicurezza.

Un’ultima domanda… L’Italia non cresce, invecchia, abbiamo necessariamente bisogno di forza lavoro giovane, altrimenti il sistema welfare rischia di sparire, in parole povere chi pagherà le pensioni ? Non crede che l’arrivo di immigrati possa essere una risorsa importante per il futuro dello Stivale?

L’Italia ha certamente un problema demografico serio, con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e una popolazione che invecchia rapidamente. Ma l’immigrazione incontrollata non è la soluzione, anzi, rischia di aggravare i problemi. Innanzitutto, dobbiamo distinguere tra immigrazione legale e immigrazione illegale. La prima può essere regolata in base alle reali esigenze del mercato del lavoro italiano e deve essere fatta solo a ragion veduta scegliendo quelle persone le cui qualifiche e professionalità sono utili alla nostra società e alla nostra economia; la seconda va contrastata con fermezza. L’idea che gli immigrati possano “pagare le pensioni degli italiani” è una semplificazione truffaldina che non tiene conto della realtà.Gran parte dell’immigrazione che arriva oggi in Italia è a bassa qualificazione, spesso irregolare, e finisce per gravare sul nostro stato sociale invece di contribuirvi. Un immigrato che lavora percependo un salario al limite della no tax area (8500 euro all’anno) e che percepisce sussidi e benefit del nostro stato sociale (scuola, sanità, alloggio, infrastrutture) non contribuisce al sistema previdenziale neanche con un centesimo. Peggio ancora se, come tanti, lavora in nero. Le rimesse degli stranieri all’estero, in pratica i soldi che gli stranieri inviano a casa loro, inoltre, valutate in 12 miliardi di euro all’anno, sono un altro capitale che non contribuisce alla crescita del nostro paese ma che va a rilanciare solo le economie dei paesi di origine degli immigrati. La vera soluzione al problema demografico italiano passa attraverso la cultura e le politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità. Dobbiamo creare le condizioni affinché gli italiani possano tornare a fare figli: sostegni economici significativi – come ad esempio un reddito di genitorialità – politiche che possano conciliare lavoro e famiglia. Quanto all’immigrazione, dovremmo puntare su quella qualificata, selezionata in base alle reali esigenze del nostro sistema produttivo, come fanno paesi come il Canada o l’Australia. Non possiamo accogliere chiunque arrivi sulle nostre coste, ma solo chi può realmente integrarsi e contribuire alla crescita della nostra società. Infine, non dimentichiamo che abbiamo milioni di italiani disoccupati o sottoccupati. Prima di importare forza lavoro dall’estero, dovremmo preoccuparci di creare opportunità per i nostri cittadini e spingerli a lavorare. L’immigrazione può essere una risorsa, ma solo se gestita con intelligenza e nell’interesse nazionale, non come soluzione emergenziale a problemi strutturali che richiedono ben altre risposte”.