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Cinzia Dal Pino sulla morte di Nourredine Mezgui: “Dopo la rapina volevo fermare l’aggressore, mai pensato di averlo ucciso”

La donna ha deposto in tribunale: “Ho avuto la percezione che si stesse rialzando mentre me ne andavo e non ho chiamato i soccorsi”

Alla sbarra degli imputati questa mattina (5 dicembre) al tribunale di Lucca l’imprenditrice balneare Cinzia Dal Pino accusata di omicidio volontario pluriaggravato.

La vicenda che la riguarda si svolse la notte dell’8 settembre, quando la signora dopo essere stata, a suo dire, rapinata della borsetta da Noureddine Mezgui, 52 anni, originario del Marocco, lo travolse con la propria autovettura a poche decine di metri da dove aveva parcheggiato.

Oggi è salita sul banco dei testimoni è salita proprio Cinzia Dal Pino, per spiegare la vicenda che l’ha coinvolta e come sono andate le cose secondo lei. La testimonianza è stata farcita di molti “non ricordo”, ma l’imprenditrice ha ribadito più volte che la sua intenzione non era quella di uccidere ma di far cadere l’uomo per riprendere la borsetta.

Durante la prima parte della testimonianza la signora ha spiegato i diversi problemi di salute che ha avuto durante la sua vita, tra cui  tumore al seno, osteoporosi e problemi di long Covid. All’epoca dei fatti assumeva anche dei farmaci, antibiotici e ansiolitici, in particolare lo Xanax, prescritto dal medico di base. La notte dell’omicidio di Noureddine Mezgui la signora ricorda, però, di non aver assunto l’ansiolitico. 

Questo è il suo racconto di quella tragica notte: “Con i miei amici, io e mio marito abbiamo deciso di andare a cena fuori, mio marito purtroppo non si sentiva bene e sono andata da sola – spiega nella sua lunga testimonianza -. Avevo dato la mia macchina a mia figlia perché pensavo di uscire con mio marito e utilizzare la sua, trovandomi da sola l’ho convito a prestarmela, un Mercedes Suv. Un’auto che mio marito non cede volentieri a terzi perché è molto pignolo con le sue autovetture. Ricordo che ha il cambio automatico accanto al volante, ed è più grande e più alta rispetto alla mia. È dotata di optional ed infatti a mio marito è arrivato sul cellulare un messaggio di allarme quando ha subito un urto. Ho la patente da quando ho 18 anni e ho sempre guidato. Si, ho avuto alcuni incidenti stradali anni prima e sono stata multata per divieto di sosta, ho avuto anche un incidente con cui sono rimasta ferita e mi sono rotta tre costole”.

La signora Dal Pino a quel punto si concentra sulla notte in cui è morto Noureddine Mezgui e ricorda che tutto è iniziato con una cena assieme a degli amici in un locale di via Coppino  a Viareggio: “Parto da casa intorno alle 20,30 e parcheggio più avanti rispetto al ristorante, davanti al negozio Tomei che si trova sempre in via Coppino dalla parte del marciapiede del ristorante, a circa 50 metri. I miei amici avevano parcheggiato in zone limitrofe ma nessuno vicino alla mia auto. Sono arrivata per prima, e sono entrata subito nel ristorante e quasi immediatamente è arrivata un’altra coppia di amici. Abbiamo finito di cenare intorno alle 23,30, quando sono entrata nel ristorante non pioveva, ma quando sono uscita pioveva forte e siamo rimasti in attesa fuori sotto la pensilina. Eravamo uno degli ultimi tavoli ad uscire. Alcuni amici si sono offerti di accompagnarmi perché non avevo l’ombrello, ma ho accettato un ombrello dal personale del locale e mi sono diretta verso la macchina”.

“Entrata a bordo dell’auto e mi sono seduta dalla parte del guidatore, ho buttato la borsetta sul sedile del passeggero – prosegue la Dal Pino nel racconto -. Nel momento in cui ho posato l’ombrello e ho fatto per chiudere la portiera, una persona è entrata e mi è venuta addosso. Io ho pensato ad un’aggressione e ho cercato di respingerlo. Ho urlato forte e lui ha detto: “Dammi la borsa o tiro fuori il coltell”‘. Io non ricordo se gli ho dato la borsa o l’ha presa lui“.

Il magistrato cerca di approfondire il ricordo della signora: “Appena ho tolto l’ombrello dallo sportello, questa persona è entrata e mi e venuta addosso. Io ho urlato e lui mi ha detto di dargli la borsa altrimenti avrebbe tirato fuori il coltello. Non conoscevo e non avevo mai visto questa persona. Non mi ricordo se ho dato io la borsa, forse l’ho data io, ma non ricordo. Lui con le mani con forza mi ha spinto contro il sedile (fa il gesto). Io non ho visto il coltello, non aveva niente in mano. In quel momento ero fuori di me e non mi sono accorta se l’uomo avesse un odore di alcol. Lui dopo aver preso la borsa è uscito e a quel punto ho potuto chiudere lo sportello. Ero in uno stato di panico, avevo le palpitazioni e ho pensato che dentro la borsa c’erano le chiavi di casa, il telefono e l’allarme, per questo ho pensato di seguirlo per vedere se buttava via la borsa. L’ho visto che camminava sul marciapiede e ho tentato di fermarlo e farlo cadere e mai avrei pensato di causargli la morte. L’ho seguito nel mentre andava verso il mare. Andavo piano e dopo un po’ l’ho visto e ho cercato di girare verso di lui per fermarlo, per farlo cadere e cercare di recuperare la borsa”. 

Il magistrato le chiede se ha mai pensato di andare al ristorante per chiamare le forze dell’ordine.

No, non ci ho pensato, non volevo perderlo di vista – spiega la signora -. L’ho seguito fino a che non c’erano macchine più macchine parcheggiate, ero sicura che fosse lui, camminava sul marciapiede tenendo la borsa in mano. Ho cercato di fermarlo e farlo cadere per recuperare la borsa, prendendolo con la macchina per spingerlo fino a buttarlo per terra. Lungi da me l’intenzione di ucciderlo, non avrei mai potuto uccidere una persona che mi ruba una borsa, volevo creare una situazione per riprenderla“.

“Gli vado incontro con la macchina cercando di colpirlo – aggiunge Cinzia Dal Pino -. Io non mi sono resa conto di niente in quel momento, volevo farlo cadere e non mi sono resa conto di quello che è successo, di averlo colpito e trasportato me ne sono accorta, non mi sono accorta del vetro che ho infranto nell’urto. Ho sentito l’auto fermarsi contro la colonnina, lui a quel punto è caduto all’ indietro, ha mollato la borsa e si è rialzato e l’ho visto venire in avanti e ho cercato di nuovo di bloccarlo perché ho avuto sensazione che potesse venire a farmi di nuovo del male“.

La signora, secondo il suo racconto vede l’uomo rialzarsi e andare verso la sua macchina, ma il racconto al magistrato non torna e le chiede se fosse voltato verso la colonnina. “Io l’ho visto venire verso la macchina – insiste la Dal Pino -. Quello che ricordo è che  cadeva all’indietro e buttava la borsa, poi si rialzava e lo vedevo venirmi incontro. Ho cercato di fermarlo di nuovo. Lui si è girato verso la colonnina nel momento in cui ha visto la macchina andargli addosso. Ricordo che cercavo di prenderlo alla gambe per farlo cadere, ma non riuscivo a prenderlo perché si era spostato. Quando ho visto che era caduto ho cercato di avvicinarmi piano piano con la macchina, per farmi da scudo. Sono scesa per riprendere la borsa, quando sono tornata alla macchina mi sono accorta che si stava rialzando e sono scappata“.

Il pubblico ministero contesta la  ricostruzione, ma la signora prosegue: “Nei miei ricordi non ho tutta la dinamica, tutti i passaggi. Penso di averlo preso perché lui cadde seduto una seconda volta. L’assicurazione ha rilevato l’urto con la colonnina ed infatti la macchina ha un dispositivo dell’assicurazione e quando stavo per tornare a casa, mio marito mi ha chiamato perché è stato avvisato dell’incidente da un messaggio del cellulare. A quel punto gli ho raccontato ciò che mi è accaduto e gli ho detto che alla macchina non è successo niente”.

Sono molti i “non ricordo” che ripete la signora, giustificandosi a causa dello stato d’animo di agitazione in cui si trovava, un’agitazione a suo dire, dovuta all’aggressione e alla rapina. Il magistrato vuole che si concentri sull’uscita dalla macchina per riprendere la borsetta.

“Ho messo il parking e la macchina si è fermata, dopo ho preso la borsa e ho pensato a scappare, ero in stato di terrore per tutta situazione – ripete la Dal Pino -. La mia intenzione era creare una barriera con la macchina. Quando sono rientrata nell’abitacolo ho fatto retromarcia e sono riuscita a vedere l’uomo che si stava appoggiando con il braccio e si stava rialzando. Si stava tirando su appoggiato al braccio destro. Non ho percepito un danno così grave, non ho mai avuto intenzione di provocare un danno così grave. Io pensavo che potesse avere un coltello in tasca. Del resto mi aveva minacciato di estrarlo ed ero sicura che ne fosse in possesso. Di conseguenza quando sono scesa mi sono assicurata che la macchina mi facesse da scudo ad una sua eventuale reazione”.

A quel punto la signora torna al ristorante e pur agitata, ricorda di aver restituito l’ombrello che le aveva prestato il personale.

“Ho cercato di porgere l’ombrello dall’autovettura, ma il vetro era su e per due volte non ci sono riuscita – continua la Dal Pino -. La signora mi fa notare che il vetro era alzato, l’ho abbassato e l’ho restituito, non ero lucida. Nella mia percezione l’uomo si era rialzato e non aveva danni tali da fare intervenire altri soggetti né per chiamare i soccorsi, non ho notato la gravità della cosa. Io ho percepito fosse in piedi. Non ho avuto dubbi e non ho pensato che avesse bisogno di aiuto, ho pensato che potesse chiamare i soccorsi per conto proprio, forse poteva avere ferite alle gambe. Ho sminuito la gravità della cosa ed ero in uno stato di panico ed agitazione. Avevo solo voglia di uscire da quell’incubo. Ho pensato che lui, una persona che ruba una borsa anche se si fosse fatto male, non mi avrebbe denunciata. Quando sono tornata a casa, assieme a mio marito abbiamo visto i danni all’autovettura. A quel punto mio marito ha preso lo stemma Mercedes ed era penzoloni e l’ha messo dentro l’abitacolo. A casa c’era mio marito. Io ho pensato che dal contenuto della borsa lui potesse sapere dove abitavo”.

La mattina successiva il marito controlla le notizie e si accorge che l’uomo investito è deceduto per arresto cardiaco.

Ho pensato che fosse morto dallo spavento perché lo avevo investito – prosegue nel racconto la Dal Pino -. Mai avrei pensato di causargli un danno così da ucciderlo, ho anche frenato prima di investirlo, volevo solo renderlo innocuo e inoffensivo. Nell’uomo poi, ho sempre visto delle reazioni vitali. Ho sempre pensato che avesse un coltello e che lo potesse usare contro di me (il coltello però non è stato mai rinvenuto, ndr)”.

Quando la notizia della morte dell’uomo la raggiunge, la Dal Pino racconta di esserne rimasta sconvolta.

Mi è crollato il mondo addosso, ho pensato che l’infarto fosse dovuto alla paura di essere investito e non dall’urto, mai avrei pensato una cosa del genere. Questa cosa mi ha distrutto l’esistenza, aver causato la morte di una persona. Non sono stata capace di esternare questa cosa ai parenti della vittima. La mia forma di pentimento verso i familiari è stata quella di andare in chiesa a pregare, a pregare per questa persona e per quello che avevo fatto perché mai avrei voluto causare una cosa di questa genere – dice la signora Dal Pino con la voce tremante dall’emozione – Ho avuto il fuoco di Sant’Antonio e altre forme di stress e non ho esternato ai giornali, né chiesto scusa, a causa della pressione mediatica subita. La mattina dopo sono andata da mia figlia, che non sapeva niente e gliel’ho comunicato e poi sono andata in chiesa dove è avvenuto l’arresto”.

Il giudice interviene e chiede alla testimone se avesse mai pensato di avvertire le forze dell’ordine: “No, ci sarei andata dopo la messa”.

Su intervento degli avvocati della difesa di Cinzia Dal Pino si apprende che i parenti della vittima hanno ricevuto una liquidazione da parte dell’assicurazioni Generali di 288mila euro, non ancora bonificati, ma in attesa dei tempi previsti di sette giorni per la liquidazione.

Il processo è proseguito con l’escussione di altri testimoni nominati dalla difesa.