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Blackout di otto ore rende inservibili gli alimenti surgelati stoccati in azienda: il gestore elettrico condannato al risarcimento

Il tribunale civile di Lucca ha dato ragione ad un’azienda della zona industriale delle Bocchette: “Non si è trattato di caso fortuito”

Un blackout di otto ore può costare carissimo, specialmente se a subirlo è un’azienda che commercia prodotti surgelati. Lo ha stabilito il tribunale di Lucca che, con la sentenza firmata dal giudice Antonio Mondini, ha condannato un colosso della fornitura energetica a risarcire con oltre 43mila euro una ditta alimentare della Versilia.

I fatti risalgono al 18 agosto 2022. Siamo nella zona industriale Le Bocchette a Camaiore, in località Capezzano Pianore. È una delle giornate più calde dell’anno e il termometro non concede tregua. Intorno alle 11 la fornitura elettrica nella sede della società subisce un brusco stop. Nonostante i solleciti inviati via Pec dai dipendenti dell’azienda, il servizio viene ripristinato solo intorno alle 19. 

Per otto ore, le celle frigorifere rimangono spente. Il risultato è disastroso: tonnellate di generi alimentari, tra cui surgelati e congelati, subiscono uno sbalzo termico tale da renderli non più commerciabili. La ditta è costretta a chiamare una ditta specializzata per lo smaltimento forzato dell’intera scorta.

Davanti al giudice, la società elettrica ha tentato di difendersi invocando il “caso fortuito”. Secondo i legali della difesa, in quelle ore la Toscana era stata colpita da violenti temporali e raffiche di vento che avevano causato danni diffusi alle linee pubbliche. A supporto di questa tesi sono stati prodotti diversi articoli di giornale dell’epoca. Tuttavia, il giudice Mondini ha ritenuto insufficiente questa prova: la difesa non è riuscita a dimostrare che il maltempo avesse colpito specificamente la linea che serviva l’azienda o che l’interruzione fosse inevitabile. In assenza di una prova schiacciante sull’imprevedibilità dell’evento, la responsabilità ricade sul fornitore che non ha garantito la continuità del servizio promessa da contratto.

Il fornitore ha tentato un’ultima carta difensiva, citando le delibere dell’Autorità per l’Energia (Arera). Secondo questa tesi, brevi abbassamenti di tensione (se la tensione non scende sotto il 5 per cento del valore nominale) non costituirebbero tecnicamente un’interruzione risarcibile. La sentenza ha però smontato questa interpretazione: le delibere amministrative dell’Arera non possono limitare il diritto di un cittadino o di un’impresa a chiedere il risarcimento dei danni in sede civile. Se l’energia erogata è insufficiente a far funzionare i macchinari, si configura comunque un inadempimento contrattuale.

Il tribunale ha quindi condannato il fornitore al pagamento di quasi 44mila euro, somma corrispondente al valore esatto della merce deperita (certificata dai documenti di trasporto verso lo smaltimento). Sono state invece rigettate le richieste per danno d’immagine e lucro cessante, ritenute troppo generiche e non provate.

Oltre al risarcimento, la società elettrica dovrà pagare 8mila euro di spese legali, aggravati dal fatto di non aver accettato di partecipare alla negoziazione assistita proposta inizialmente dall’azienda per risolvere la questione fuori dalle aule di giustizia.