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Torna a casa e trova alla porta l’ex paziente psichiatrico: la testimonianza di una professionista sanitaria

La donna, da poco nella piana di Lucca, ha ricevuto la visita indesiderata di un uomo che aveva dato in escandescenze in corsia

Il professionista sanitario è un lavoro impegnativo che comporta anche una serie di rischi significativi per la propria salute e la propria sicurezza, soprattutto negli ultimi tempi, in cui si segnala un numero sempre più elevato di aggressioni fisiche e verbali nei loro confronti. Nella maggior parte dei casi il fenomeno si limita al luogo di lavoro, ma in altri può avvenire anche in luoghi più intimi, come la propria abitazione. E se ci fossimo trafesferiti appositamente per evitare spiacevoli incontri e nonostante tutto i brutti incontro continuano a bussare alla nostra porta?

È quello che è accaduto ad una professionista sanitaria che da poco si è trasferita sulla Piana di Lucca e che ieri l’altro (16 gennaio) è stata costretta a chiamare le forze dell’ordine perché una persona che aveva assistito all’ospedale di Barga dove lavora e con il quale aveva dato in escandescenze, trattata da protocollo e positivamente dalla professionista con esiti risolutivi, è apparso quasi dal nulla alla porta del suo nuovo appartamento. Un appartamento cui nessuno sapeva vi si fosse trasferita.

Questo è il racconto di cosa significa oggi fare la professionista sanitaria e doversi difendere da persone psichiatriche con seri problemi mentali.

“C’è un momento preciso in cui la realtà si incrina – scrive la professionista sanitaria -. Non fa rumore, non lascia segni visibili. Ma da quell’istante in poi, nulla è più come prima. È il momento in cui ti accorgi che qualcuno ha varcato il confine invisibile tra il mondo esterno e la tua intimità. Quando scopri che la tua casa — il luogo che dovrebbe proteggerti — è diventata accessibile a chi non dovrebbe nemmeno sapere che esisti. È successo a me. Sono una professionista sanitaria. Una donna.Sola. Avevo appena preso in affitto una casa in un paese nuovo, a quaranta chilometri da dove vivevo prima. Un cambiamento importante, forse cercato, forse necessario. Lavoro in un ospedale a un’ora di macchina. Turni lunghi, responsabilità pesanti, dedizione quotidiana. Una vita spesa per gli altri. Poi, l’inimmaginabile. Un paziente psichiatrico, visto una sola volta in reparto, si è presentato alla mia porta. Non ha un’auto. Non ha legami. Ma sapeva dove trovarmi. Conosceva il mio numero civico. Non era solo: con lui c’era un altro uomo, sconosciuto, del quale conservo un identikit mentale. Nessuno, nessuno, sapeva dove abitassi. Eppure erano lì. Davanti a casa mia. Dentro la mia nuova vita. Ho chiamato i carabinieri. Ma sono fuggiti. Nessun fermo. Nessuna tutela immediata. Solo la paura. Solo il vuoto. Il trauma che non si vede. Non ho ferite visibili. Nessun referto medico. Ma il trauma è reale, profondo, persistente. È la sensazione di essere esposta, vulnerabile, violata. È l’ansia che si insinua nei gesti quotidiani: chiudo le finestre, controllo più volte la porta, evito di accendere le luci la sera. Il cuore accelera a ogni rumore. La mente rielabora, cerca spiegazioni, non trova pace”.

La violazione non è solo fisica. È simbolica – prosegue -. È l’invasione di uno spazio che dovrebbe essere sacro.È la perdita del diritto a sentirmi al sicuro. È la consapevolezza che, per alcune donne, la libertà di un uomo può significare la fine della propria serenità”.

La solitudine delle donne che curano

Essere donna. Essere sola. Essere sanitaria. Tre condizioni che, sommate, sembrano oggi rappresentare una fragilità sistemica. Noi donne che lavoriamo nella sanità ci prendiamo cura, ascoltiamo, accogliamo. Ma chi si prende cura di noi? Chi ci protegge quando il confine tra il lavoro e la vita privata viene violato? Non parlo di colpe, né voglio fare polemica. Parlo di realtà. Di una società che fatica a riconoscere la paura delle donne come un fatto, non come un’impressione. Di un sistema che non ha ancora trovato strumenti efficaci per proteggere chi è più esposto. Di un silenzio che pesa quanto una minaccia”.

Il diritto alla sicurezza

La mia storia non è un’eccezione. È una crepa in un muro che si sta sgretolando. È il sintomo di un disagio più ampio, che riguarda tutte le donne che vivono da sole, che lavorano in contesti esposti, che non hanno reti di protezione immediate. È il segnale che qualcosa va ripensato: nella gestione della privacy, nella tutela delle professioniste, nella risposta delle istituzioni. Perché nessuna donna dovrebbe temere di essere trovata. Nessuna sanitaria dovrebbe sentirsi colpevole per aver fatto il proprio lavoro. Nessuna casa dovrebbe trasformarsi in una trappola”.

Un appello silenzioso

“Questo non è un grido. È un sussurro. Ma è un sussurro che pesa. Che chiede ascolto. Che chiede rispetto. Che chiede protezione. Perché dietro ogni camice c’è una persona. E ogni persona ha diritto a sentirsi al sicuro. Anche — e soprattutto — quando torna a casa”.