La sentenza
|L’impianto di cogenerazione a biomasse non ha mai funzionato a pieno regime: ingegnere condannato al maxirisarcimento
Secondo la sentenza di primo grado dovrà versare oltre 228mila euro a un imprenditore agricolo titolare di un agriturismo
Il tribunale di Lucca ha condannato un ingegnere a risarcire con oltre 228mila euro un imprenditore agricolo della Garfagnana, titolare di un agriturismo a San Romano in Garfagnana. La sentenza, firmata dal giudice Anna Martelli, chiude il primo grado di una battaglia legale nata attorno alla realizzazione di un impianto di cogenerazione a biomasse che non ha mai funzionato correttamente.
L’imprenditore, assistito dagli avvocati Fabio Antonini ed Eugenio Mattei, aveva deciso nel 2008 di investire nella produzione di energia rinnovabile, affidandosi alle competenze tecniche del professionista per valutare la fattibilità e la convenienza dell’operazione. Secondo quanto emerso nel corso del processo, l’ingegnere avrebbe non solo seguito la progettazione e la direzione dei lavori, ma avrebbe anche suggerito la sostituzione dell’impianto originario con un modello più costoso (oltre 380mila euro), assicurando la bontà del progetto.
Il punto di rottura è avvenuto nel 2011. Nonostante i verbali di pre-collaudo e collaudo avessero dato esito positivo, rassicurando il committente e spingendolo a saldare il fornitore, l’impianto ha iniziato a manifestare gravi vizi strutturali fin dai primi avvii. Le letture dei contatori hanno rivelato una produzione di energia molto inferiore a quella promessa e la macchina, a causa di difetti progettuali, non era in grado di sostenere i cicli di funzionamento previsti, finendo per cessare del tutto l’attività tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013.
Inutili le difese del tecnico, il quale sosteneva di aver svolto un ruolo marginale legato solo alle connessioni elettriche e alle pratiche di finanziamento. Il giudice ha invece ravvisato una piena responsabilità professionale, sottolineando come il professionista non abbia adempiuto correttamente ai propri obblighi di vigilanza e consulenza, omettendo di segnalare tempestivamente i difetti che rendevano l’investimento economicamente insostenibile.
La condanna stabilita dal tribunale ammonta a oltre 228mila euro cifra che comprende il danno patrimoniale subito, le spese per lo smaltimento della centrale ormai inutilizzabile e quelle sostenute per gli accertamenti tecnici.
Per l’imprenditore si tratta di una vittoria significativa, arrivata dopo anni di stallo e dopo aver dovuto affrontare anche il fallimento della società fornitrice del macchinario.


