La sentenza
|Maxifrode al fisco con le fatture false, ma il tribunale ‘dimentica’ la confisca dei beni
La Corte di Cassazione ha accolto un ricordo del procuratore generale presso la Corte d’Appello di Firenze: patteggiamento confermato
Si chiude davanti ai giudici della Corte di Cassazione il capitolo giudiziario a carico di un 49enne di origini napoletane finito sotto accusa a Lucca per una maxi frode fiscale a base di fatture false e per aver intascato indebitamente finanziamenti pubblici. Gli ermellini della terza sezione penale, presieduta da Gastone Andreazza, hanno parzialmente accolto il ricorso presentato dal Procuratore generale di Firenze, annullando la sentenza di patteggiamento emessa dal tribunale di Lucca il 3 dicembre del 2025 limitatamente a un punto cruciale: l’omessa applicazione della confisca dei beni.
La vicenda giudiziaria ruota attorno alle spregiudicate manovre finanziarie messe in atto dall’uomo in qualità di legale rappresentante di una società con sede nel territorio lucchese. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, l’imprenditore aveva emesso, nelle tre annualità d’imposta comprese tra il 2019 e il 2021, la bellezza di 193 fatture per operazioni inesistenti, mettendo in piedi un colossale giro di cartiere per evadere il fisco. Non solo: sfruttando sempre lo schermo della società, l’uomo era riuscito a raggirare un ente pubblico ottenendo l’erogazione di un prestito agevolato da 16.500 euro. Quei soldi, anziché essere impiegati per il pagamento dei fornitori e per dare ossigeno all’azienda come previsto dal bando, erano stati immediatamente dirottati per remunerare le altre imprese compiacenti coinvolte nel giro delle fatture false, integrando così i reati di truffa aggravata e malversazione di erogazioni pubbliche.
Per questi fatti, il tribunale di Lucca aveva validato l’accordo tra le parti applicando all’imprenditore la pena di un anno di reclusione in continuazione con una precedente condanna del Gup. Contro questa decisione ha però alzato le barricate la Procura generale di Firenze, impugnando il patteggiamento in Cassazione con due distinti motivi. Il primo mirava a far saltare l’intero accordo, sostenendo che l’imputato non avrebbe potuto patteggiare per i reati fiscali senza aver prima saldato integralmente il debito con l’erario. Una tesi che i giudici di legittimità hanno respinto, confermando che il reato di emissione di fatture false si consuma a prescindere da un’effettiva evasione diretta da parte di chi le emette e che il fisco non aveva formalizzato un debito specifico a carico dell’imputato.
È sul secondo motivo, invece, che la Procura generale ha incassato il pieno accoglimento. I magistrati fiorentini hanno infatti contestato l’illegalità della sentenza nella parte in cui il giudice lucchese si era ‘dimenticato’ di disporre la misura di sicurezza della confisca, diretta o per equivalente, del profitto dei reati legati al finto prestito pubblico da 16.500 euro. La Cassazione ha ricordato che per reati gravi come la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e la malversazione, la legge impone sempre e tassativamente il sequestro e la successiva confisca dei beni o del denaro accumulato illecitamente, anche in caso di patteggiamento.
Non potendo quantificare direttamente a Roma la consistenza dei beni da bloccare all’imprenditore, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla confisca omessa, rimandando gli atti al tribunale di Lucca.
Ora un nuovo giudice, in diversa composizione fisica, dovrà riaprire il fascicolo per calcolare l’ammontare esatto del profitto da sottrarre definitivamente al’imprenditore.


