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Folla per i funerali di Kety e Mirko alla Pieve di Camaiore. Il parroco: “Avremmo potuto fare di più?”

Il momento più drammatico, quando Jessica, sorella di Kety, si è inginocchiata davanti alle bare gridando: “Perché, perché?”

Il silenzio opprimente di una comunità ferita, interrotto soltanto dal sommesso movimento dei ventagli per lenire il caldo soffocante e dalle urla strazianti di una sorella a cui è stato strappato l’affetto più caro.

Nella chiesa di San Giovanni Battista e Santo Stefano, a Pieve di Camaiore, il dolore si è fatto carne e lacrime per l’ultimo, commovente saluto a Kety Andreoni, 51 anni, e al figlio Mirko Moriconi, di appena 24, strappati alla vita mercoledì scorso in un bosco, uccisi a colpi di fucile da chi avrebbe dovuto proteggerli: Piero Moriconi, 63 anni, marito e padre delle due vittime, oggi rinchiuso nel carcere di Lucca con l’accusa di duplice omicidio volontario premeditato.

Un dramma che lascia sullo sfondo i contorni amari dell’omofobia e del pregiudizio, evocati sul sagrato e dentro le navate, nonostante le affermazioni dell’omocida su presunte storie di tossicodipendenza e liti per denaro. Prima che i feretri arrivassero alla Pieve, le colleghe di Kety hanno voluto che le salme sostassero nella cappella della Rsa Santa Caterina, il luogo dove la donna lavorava dedicando la propria vita alla cura degli anziani, un gesto che la cugina di Mirko, Rebecca, nipote di Kety ha definito in chiesa come l’essenza stessa del suo essere piena di umanità. Poi l’arrivo davanti alla parrocchia, tra palloncini bianchi, foto e un cartoncino appoggiato alla bara: “Cara la mia Kety, eri una donna piena di dolore e piena di umanità”. Lì si è consumato il momento più drammatico, quando Jessica, sorella di Kety, si è inginocchiata davanti alle bare gridando ripetutamente quel “Perché, perché?” che ha scosso fin nel profondo la folla presente.

A officiare i funerali è stato il priore don Silvio Righi, che ha tracciato l’immagine di una comunità dal cuore fermo e sconvolto di fronte a un fatto ingiustificato. Il parroco ha ricordato come la famiglia sia il luogo in cui la vita deve essere protetta, e che quando la violenza vi entra, la ferita colpisce l’intera società. Un’omelia sobria, un invito a non avere paura di chiedere aiuto, a riscoprire il dialogo prima che il cuore diventi terreno fertile per il male, chiusa con un interrogativo che pesa su tutti: “Avremmo potuto fare di più?”. Un invito alla preghiera esteso dal sacerdote anche per l’anima di chi ha commesso questa atrocità.

In prima fila c’erano le istituzioni, con il sindaco di Camaiore Marcello Pierucci e l’assessora regionale Alessandra Nardini. Il primo cittadino ha parlato apertamente di un problema culturale, di un Paese in cui il patriarcato ha radici profonde e dove è necessario fare un passo avanti per fermare i femminicidi, invitando a riflettere sulla necessità di non lasciare indietro le fasce più deboli. Tra la folla, gli amici di Mirko hanno voluto smentire con forza la ricostruzione fornita dal padre agli inquirenti: “Era un lavoratore incredibile, guadagnava bene, alla storia dei soldi non ci crede nessuno”, dicono Giuseppe e Samuele, sottolineando come sia ancora difficile parlare apertamente di omofobia, una tragedia di cui tutta la società dovrebbe farsi carico. Anche Diego Mecchi, insegnante di musica del ragazzo, lo ha ricordato come una persona eccezionale: “L’ho convinto io a fare coming out, lui voleva bene al padre”.

L’accenno più toccante alla realtà intima di Mirko è arrivato dalla cugina Rebecca, che con lui condivideva balli su TikTok e confidenze tenute nascoste al padre. Le sue parole, pronunciate in lacrime dall’altare, sono risuonate come un manifesto di libertà e verità: “Mirko non ti dimenticherò, mi hai insegnato ad essere me stessa, tu lo sei sempre stato con coraggio. In te non c’era niente di sbagliato, nell’amore non c’è nulla di sbagliato”.

Mentre i feretri lasciavano la chiesa accompagnati da un lungo e scrosciante applauso, l’attenzione si sposta ora sulle aule di giustizia. Il fulcro sarà la dimostrazione, da parte della procura, dell’ipotesi premeditazione.