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Imprenditore ucciso davanti al cancello dell’azienda: l’omicida avrebbe avuto una ossessione per la moglie

In Corte d’Assise sfilano i testimoni: il rapporto fra Marjan Pepa e Artan Kaja si era deteriorato da tempo. Dubbi su provenienza fucile

Al via oggi (1 luglio) la fase dibattimentale del processo a Marjan Pepa, accusato dell’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dell’imprenditore di origini albanese Artan Kaja di 52 anni, soprannominato Tony perché titolare della ditta di trasporti Tony Service.

Secondo le testimonianze che si sono succedute in aula da parte degli operai della cartiera dove è avvenuto il delitto, la motivazione che avrebber portato all’assassinio dell’imprenditore di origini albanese sarebbe stata l’ossessione di Pepa per la moglie di Tony che, dopo aver inaridito i rapporti lavorativi tra i due, è culminata con l’omicidio. La vicenda ha ancora dei contorni non molto chiari, poiché l’arma del delitto, un fucile, e il cellulare dell’indagato non sono mai stati trovati.

La vicenda giudiziaria prese il via il 7 gennaio 2025, quando la vittima venne attinta alla testa da un colpo di arma da fuoco esploso da un fucile calibro 20, mentre stava chiudendo il cancello di un magazzino dell’azienda Smurfit Kappa a Lunata, realtà con la quale collaborava. Inizialmente la morte dell’uomo, essendo accaduta nel piazzale della cartiera, assunse i contorni di una morte sul lavoro. Il giorno seguente però Pepa si presentò alla caserma dei carabinieri in Cortile degli Svizzeri accusandosi del delitto. Su questa vicenda, molte questioni rimangono ancora ignote e il processo servirà anche per capirle meglio in particolare dove è stata reperita l’arma che ha ucciso Tony e quali sono le motivazioni di un gesto così efferato.

A difendere l’indagato Marjan Pepa l’avvocato Francesco Vetere del foro di La Spezia, le parti civili sono invece rappresentate da Federica Maffei per la moglie e i due figli di Artan Kaja, per il fratello l’avvocato Gianluca Franchi e per l’azienda Smurfit Kappa, costituitasi anch’essa parte civile, l’avvocato Marco Treggi. L’udienza si è tenuta in Corte d’assise presieduta dalla giudice, dottoressa Alessia Solombrino con l’accusa rappresentata dal pubblico ministero, dottor Alberto Dello Iacono. Presente anche l’imputato, che durante il procedimento è rimasto in silenzio scuotendo più volte il capo durante l’escussione dei testimoni.

A presentare testimonianza per primo è il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri di Lucca, tenente Claudio Ceccarelli. Il militare ha raccontato alla corte come la mattina dell’8 gennaio 2025, l’indagato si sia recato a piedi alla caserma in Cortile degli Svizzeri in centro storico ripetendo questa frase: “Quello che è successo ieri è colpa mia”. L’uomo in evidente stato di stress svenne durante l’interrogatorio e venne portato all’ospedale dove gli esami per evidenziare eventuali stati di alterazione risultarono tutti negativi e gli venne diagnosticato una forte ansia. Il giorno successivo i risultati del medico legale stabilirono che Artan Kaja, soprannominato Tony, era stato colpito alla testa da un’arma da fuoco.

Ceccarelli ricostruisce le indagini delle forze dell’ordine che, dalle telecamere, individuano il furgone Kangoo in uso del Pepa sulla Pesciatina in un orario intorno alle 17,40, il cellulare da lui utilizzato si spegnerà intorno alle 18,05, la richiesta di intervento avviene alle 19,05- Ad accorgersi della morte di Tony è la moglie che avverte immediatamente gli operai e poi la chiamata alle forze dell’ordine. L’omicidio è quindi avvenuto in un orario tra le 18,05 e le 19 del 7 gennaio 2025.

Con tutta probabilità, dalle parole del carabinieri si capisce che Kaja è stato colpito da un proiettile di fucile calibro 20 sparato a distanza ravvicinata nel mentre chiudeva un cancello, il proiettile l’ha colpito nella zona occipitale del cranio, provocandone la morte.

Dall’escussione del comandante del nucleo di indagine si intuisce che a fornire l’arma sarebbe essere un uomo di origini campane amico da tempo dell’indagato. Nonostante le indagini dei carabinieri e le perquisizioni, però, l’arma utilizzata non è mai stata rinvenuta, così come il celluare dell’indagato.

Sul banco dei testimoni sfilano dopo gli operai della Smurfit Kappa, la cartiera di Lunata che si è anche costituita parte civile, difesa dall’avvocato Treggi. A loro viene chiesto di ricostruire il rapporto che intercorreva tra la vittima e il Pepa.

Tutti i lavoratori sono d’accordo che il rapporto tra i due, nel tempo, si era deteriorato ed erano nati dei conflitti. Conflitti che hanno raggiunto l’apice in un litigio aperto tra i due nel reparto del peso, accanto alla portineria dell’azienda Smurfit Kappa. A quanto riportato dagli operai sul banco dei testimoni, forse Pepa si era invaghito della moglie di Tony ed era ossessionato dalla sua famiglia, tanto che ne parlava spesso con i lavoratori, non utilizzando belle parole. Nel tempo la tensione si era accresciuta, secondo i testimoni, tanto che ogni persona che Pepa vedeva parlare con la moglie di Tony veniva offesa. A fine luglio, Pepa e Tony hanno un forte litigio che crea ancora più tensioni tra di loro, alcuni operai si mettono in mezzo per evitare che si scateni una lite più violenta, ma da allora l’atteggiamento del Pepa nei confronti di Tony e anche degli operai della Smurfit, diventa sempre più distaccato e taciturno. A inizio agosto lo stesso si licenzia dalla ditta Agostini trasporti dove lavorava.

Fin da subito gli operai si accorgono che la situazione tra i due non è normale, qualcuno dice a Tony di lasciare perdere i dissidi, altri però si immaginano che qualcosa sta per accadere. Quando avviene la morte di Artan, già qualcuno di loro ha dei sospetti su Pepa, poi confermati il giorno successivo quando si presenta alla caserma dei carabinieri.

Ma sono ancora molti i dettagli della vicenda non ancora emersi o chiari, il movente e i rapporti tra l’indagato e la vittima, l’arma del delitto e il suo munizionamento. La successiva udienza del processo è prevista il prossimo 7 ottobre, dove sarà ascoltato il perito del tribunale incaricato di trascrivere le intercettazioni telefoniche del Pepa. Forse in quel modo alcune vicende si potranno appurare.

In foto Artan Kaja