Il personaggio
|Caso Fenice, Venezi si confessa a un podcast: “Atreju? Non ci tornerei. In sette mesi mai sentito il ministro Giuli”
Sul contratto alla Fondazione veneziana è pronta a dare battaglia: “L’intervista solo un pretesto per licenziarmi, ho assunto tre legali”
Un fiume in piena che travolge i vertici della Fenice di Venezia, punta il dito contro il ministero della cultura e segna una rottura drastica e dolorosa con il mondo politico della destra di governo. Beatrice Venezi rompe il silenzio dopo il burrascoso licenziamento dal teatro veneziano e lo fa concedendo una lunga e dettagliata intervista a Hoara Borselli per il podcast Sette Vite, durante la quale non usa giri di parole per descrivere quello che definisce un vero e proprio abbandono istituzionale.
Le dichiarazioni della direttrice d’orchestra lucchese partono da una profonda riflessione sul prezzo pagato per le sue passate e note prese di posizione ideologiche, arrivando a rinnegare la partecipazione alla kermesse del partito di governo. “Non solo ho dichiarato simpatia per la Meloni, ma anche il fatto di non aver dichiarato la mia simpatia per il solito circoletto è sicuramente stato un motivo di svantaggio e, onestamente, non risalirei sul palco di Atreju — confessa apertamente Beatrice Venezi —. Sconsiglierei ad altri di farlo perché ti mettono un cappello e nessuno poi ti difende. Se fossi stata di sinistra sicuramente non sarei stata attaccata dai sindacati della Fenice. La Fondazione aveva bisogno di presentare una faccia nuova, avevano scelto la mia, ma sono stata usata. Quando i lavoratori della Fenice hanno cominciato a manifestare contro di me, una lavoratrice come loro, con ripetute letture di volantini anche sul palco, mi chiedo come mai non ci sia stato nessun richiamo da parte del Sovrintendente, che evidentemente aveva avallato che fossero letti“.
L’atto d’accusa si sposta poi sulla gestione interna del teatro e sui reali motivi che avrebbero portato alla rottura del rapporto, smentendo la ricostruzione ufficiale secondo cui a pesare sarebbero state unicamente alcune sue recenti dichiarazioni pubbliche. “Il Sovrintendente non ha fatto nulla per preparare il terreno circa il mio arrivo alla Fenice, incontrando le varie componenti del teatro — attacca la direttrice d’orchestra, senza mai citare il nome Colabianchi —. C’è stata una mancanza in tal senso, non so se voluta da parte del Sovrintendente. Tutto questo non è stato fatto e tutto ha preso una motivazione politica. La mia intervista è stato solo il pretesto che hanno voluto usare per licenziarmi. Se il problema fosse stato davvero quella mia dichiarazione in quell’intervista mi sarei aspettata una chiamata per dire ‘rettifica, spiega meglio’, invece nessuno lo ha fatto”.
Nel mirino di Venezi finisce anche il ministero guidato da Alessandro Giuli, a cui viene contestata una totale assenza di tutele e interventi nei sette mesi in cui è montata la protesta in laguna, con il sospetto che la regia dell’allontanamento sia nata proprio a Roma. “Da quel che mi riferiscono, ma specifico che non ne ho le prove, pare che il comunicato del mio licenziamento sia partito dal ministero e non direttamente dalla Fenice — rivela Venezi, collegando il mancato appoggio ministeriale al sostegno da lei espresso al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco sul caso del padiglione russo —. Esternazioni che possono non essere piaciute a Giuli, il quale non ha fatto nulla in sette mesi. Non ho avuto alcuna forma di tutela da parte della Fondazione, ma anche il ministero non è mai intervenuto nei miei confronti. Se fossi stato il ministro mi sarei mosso in qualche modo per capire che stava succedendo a Venezia, invece in sette mesi il ministro non ci ha mai messo la faccia e io non l’ho mai sentito”.
La direttrice spiega poi i retroscena dei mesi passati in trincea a Venezia e i motivi che l’hanno spinta a non fare un passo indietro prima del siluramento formale. “Perché non mi sono dimessa prima? Perché tutti mi chiedevano di rimanere, a partire dal sindaco Brugnaro — racconta ancora a Hoara Borselli —. Tutti mi dicevano: no, devi resistere. Salvo poi essere lasciata in mezzo al guado“. Una volta consumato l’addio, la reazione è stata netta: “Non ho più risposto apposta alle telefonate di solidarietà perché era troppo tardi”.
L’ultimo capitolo, pesantissimo, riguarda la battaglia legale che sta per aprirsi attorno alla regolarità del rapporto di lavoro e alla campagna mediatica subita. Venezi smentisce seccamente la versione della Fenice sulla mancanza di un accordo formale: “Se non avesse mai firmato un contratto, sarebbe bastato salire sul palco e dire ai lavoratori della Fenice ‘Ok, non se ne fa più niente’ e invece la mia nomina è stata anche ratificata dal Consiglio di indirizzo e su cosa, su un non contratto?“.
Per far valere le proprie ragioni, la direttrice ha deciso di affidarsi a un pool di legali agguerriti. “Ho assoldato tre avvocati: un giuslavorista, uno per il civile e uno per il penale, perché c’è stato del mobbing mediatico — conclude Beatrice Venezi —. Ho una rassegna stampa di 2000 pagine, 100 pagine al giorno di gogna mediatica per sette mesi filati. E mi sembra giusto che chi si macchia di certe colpe debba pagare, e ciò vale anche per la politica”.


