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Da ‘Bellissime’ all’Ilva di Taranto, Piccinni si racconta foto

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Bambine costrette per ore sul set senza acqua, senza genitori e senza poter fare pause. Make up in grado di trasformare in donne bambine piccole. Casting, concorsi di bellezza fra minigonne e rossetti. E’ questo il ritratto di un mondo inquietante che traccia Flavia Piccinni, autrice originaria di Taranto ma lucchese d’adozione. Flavia, con il suo ultimo romanzo Bellissime, accompagna il lettore in un universo popolato da madri ossessionate dalla bellezza, da bambini che sognano di diventare famosi e bambine che imparano presto a essere maliziose.

Lei, anche se adesso vive in un’altra città, è lucchese d’adozione. Che rapporto ha con Lucca? Ci torna spesso?
Una manciata di anni fa ho scelto, per questioni familiari, di trascorrere metà della mia settimana a Lucca e metà nella Capitale. Ne è nata fuori una vita con la valigia in mano che è un po’ stancante, un po’ comica, un po’ tragica. Ogni settimana succede qualcosa: l’autobus perso per dieci minuti, il treno che resta bloccato nel nulla per due ore, la coda interminabile sul raccordo. Lucca, vista da chi è costretto a muoversi per lavoro, spesso è irraggiungibile. Però mi va bene così. Non rinuncerei per niente al mondo al momento in cui torno a casa, la sera, stanca, con il borsone che mi tira sul fianco, e attraverso Piazza San Michele, e vado verso casa, e tutto intorno a me le luci sono soffuse, e c’è un silenzio incredibile, e non si incontra mai nessuno. In quell’istante mi riappacifico con il mondo. Con il caos, con la sporcizia, con le cose che mi fanno infuriare, con le persone che non capisco e con quelle che capisco troppo bene. Ed è una magia, ogni volta. Letteralmente.
Ha modo di seguire la cronaca locale? Vuole dare un commento sull’ultima tornata elettorale?
Mi auguro che la cultura, strumento di promozione territoriale e di creazione di un tessuto sociale coeso, diventi la scelta politica per proiettare concretamente nel futuro la città.
La sua ultima fatica letteraria, “Bellissime” parla di un tema che ciclicamente ritorna sotto i riflettori della cronaca ma che, probabilmente, non viene mai affrontato con la dovuta attenzione. Ce ne vuole parlare?
In Bellissime racconto il mondo della moda bimbo. L’Italia è il primo e più importante produttore mondiale di immaginario per quanto riguarda i più piccoli. Quello della moda bimbo è un segmento che vale quasi 3 miliardi di euro per il nostro Paese, ma rimane sottotraccia. Si tratta di un mondo in cui è difficile entrare. Un mondo che non vuole esporsi. Un mondo popolato da persone che hanno paura di venire demonizzate, di venire additate e criticate per le scelte di singole madri o brand. Eppure come c’è del buono, così esiste il negativo. Ci sono le mamme che fanno capire alle bambine che si tratta di un gioco, e quelle che le istigano a competere come se non ci fosse domani. Il risultato però riguarda tutte noi: perché le foto, le sfilate, l’abbigliamento, le movenze che questo mondo produce ricade a pioggia su tutti quanti. E tocca i più piccoli. I consumatori del futuro. Gli italiani e soprattutto le italiane di domani.
Lei che è molto impegnata sul tema, anche con posizioni non banali, come giudica la condizione della donna in Italia attualmente?
Deprimente. I recenti dati Istat ci restituiscono un Paese in cui 7 milioni 338 mila donne si dichiarano casalinghe, soltanto 518mila donne in meno rispetto a dieci anni fa. La mancanza di servizi d’assistenza e una mentalità profondamente patriarcale, intrisa di maschilismo e capace di produrre pressioni sociali asfissianti trasversali alle età e alle classi d’appartenenza, hanno creato un habitat assuefatto nel quale la donna continua a essere moglie, madre e struggente emblema dichiarato di gentilezza e accudimento. Questo tocca tutti noi. Faccio un esempio: sabato ero a Pietrasanta, una bambina di dieci anni raccontava del campo scuola da cui era appena tornata. Era in camera con due maschi, e questi le avevano domandato di lavare le loro magliette. Lei si era opposta, la maestra l’aveva obbligata a lavarle. Episodi del genere, si presentano ogni giorno. Ed esplodono fra le bambine, così come fra le adulte.
Ci vuole raccontare com’è arrivata a scrivere questo libro?
Una sera di diversi anni fa ho assistito a una sfilata di bambine. Doveva essere una cosa innocente, in un albergo della provincia toscana, invece davanti mi sono trovata piccole donne miniaturizzate, truccate come adulte e con atteggiamenti ipersessualizzati. Erano bellissime e magnetiche, estremamente sicure di loro. Allora mi sono domandata: ma in quale momento le bambine hanno smesso di guardare i cartoni animati e hanno iniziato a guardare i tutorial per imparare a truccarsi? Ne ho fatto prima un audiodocumentario per Radio3 Rai, per il programma Tre Soldi con il quale da anni collaboro, dunque ho pensato di dare una forma scritta alla vita e alla storia di queste bimbe, delle loro madri, e del mondo che popolano.
Nella stesura del libro ha avuto modo di rapportarsi con molte giovani e giovanissime (bambine praticamente) che cercano disperatamente di affermarsi nel mondo della moda o che, peggio, vengono costrette dalle loro famiglie. Vuole raccontarci qualche aneddoto?
Una bambina che mi dice che non le piacciono i photoshoting “perché non le danno da bere”. Un’altra che mi racconta di come le compagne di classe la considerino tutte una vip. Un bambino che “voglio fare sempre più cose per diventare famoso, così mi riconoscono per strada”. Una bambina che si vergogna di dirlo a scuola, ma lo fa perché “mamma è contenta”. Un’altra che vuole diventare una cantante e ammette “mi dovrò impegnare tanto”. Di contorno madri bellissime che cercano di spingere i figli a fare sempre di più. Di contorno, ancora, madri che cercano di spiegare ai bambini quello che succede, che vedono la moda come un’esperienza. Qualcosa di passaggio. Per la maggior parte dei bambini è così: appena crescono e non possono più indossare gli abiti in taglia, sono esclusi da questo universo. E difficilmente riprendono a lavorare con l’adolescenza, o con l’età adulta. Questo perché cambiano le ambizioni, le speranze, i desideri. O, più semplicemente, perché non è detto che una bella bambina sia una bella ragazza.
A suo avviso anche la nostra città è colpita da questo fenomeno?
Non ho mai assistito a sfilate del genere a Lucca. Ma non si tratta, come ho cercato di spiegare nel libro, di un fenomeno che si traduce solo in passerelle, rossetti e mascara. Si tratta di un fenomeno, quello della moda bimbo, che viene declinato soprattutto attraverso la creazione di stereotipi – dalla bambina che vuole le scarpe con il mini-tacco, a quella che domanda lo smalto per le unghie – e che riguarda tutti noi.
Lei che attualmente vive a Roma, sicuramente avrà seguito la vicenda delle baby squillo dei Parioli. Che idea si è fatta della vicenda? C’è un collegamento con il mondo della moda o sono due universi paralleli?
Ho conosciuto una giovane baby prostituta anni fa. Era minorenne, aveva relazioni con uomini molto più grandi, con i soldi comprava borse e vestiti. Sono due mondi molto diversi, che pescano da un’ipersessualizzazione imperante che fa di bambine e adolescenti delle piccole donne in miniatura.
Lei parla di ipersessualizzazione…
Altro non è che un processo che porta a mettere in evidenza i caratteri sessuali, in questo caso, delle bambine. Sfogliate una rivista di moda. Esistono piccoli angeli, cliché abusatissimo nella moda bimbo, esistono bambine della porta accanto (o del banco accanto) e piccole vamp. Per questo libro ho intervistato anche Lorella Zanardo, che ha raccontato come il corpo delle donne sia da tempo scomposto in parti: seni, gambe, glutei. Qualcosa di sinistramente e altrettanto preoccupante sta accadendo per le bambine. Purtroppo non si tratta di una demonizzazione gratuita, perché le eccezioni ci sono e vanno difese, ma di una riflessione che dovrebbe essere allargata e coinvolgere le madri, i padri, le autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Il possibile utilizzo di queste immagini nel dark web sono solo la punta dell’iceberg.
Che consiglio darebbe alle giovani lucchesi (e non solo) che vogliono affermarsi in questo mondo senza buttarsi via?
Non credo di essere in grado di dare consigli a nessuno. E, ancora peggio, ho sempre detestato chi dà consigli.
Infine, quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta progettando altri libri – inchiesta o tornerà ai romanzi?
Dopo Bellissime, che è stata una vera e propria corsa a ostacoli, sto lavorando su un breve documentario sul tema che spero sarà pronto per la fine dell’estate. Un altro documentario cui ho lavorato, che ha come focus l’Ilva di Taranto, andrà in onda su Rai1 a metà agosto. Sto poi terminando la curatela di una raccolta antologica su Irene Brin, la mia scrittrice preferita, che uscirà a settembre con Atlantide. Sono anni che sogno di restituire una voce ai suoi bellissimi racconti, negli anni Cinquanta e Sessanta popolarissimi, e adesso questo mi pare un sogno che finalmente si avvera.
Flavia Piccinni, scrittrice e giornalista, ha pubblicato tre romanzi (Lo Sbaglio, Rizzoli, Adesso Tienimi, Fazi e Quel fiume è la notte, Fandango ) e un saggio sulla ‘ndrangheta (La malavita, Sperling&Kupfer). Ha vinto numerosi premi letterari (fra cui il Campiello Giovani) e radiofonici (l’ultimo è il Marco Rossi). È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Luca Dal Poggetto

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