Donne, università, prevaricazioni: l’altra faccia del ’68

Non sono ancora spenti gli echi delle celebrazioni per il 50esimo del ’68, annus mirabilis, in cui scocca l’ora X della rivolta: gli operai si ribellano ai padroni, gli studenti ai professori, i figli ai padri. In ogni ambito sociale, che sia la famiglia, la scuola o la fabbrica, si lotta per la conquista di diritti e dignità troppo spesso negati. Ma in quel clima confuso e pieno di allegria persistono, ahimè, sacche di prepotenza, che proprio perché moriture (così apparivano allora) erano spesso più cattive e spregevoli di prima.
Prendiamo ad esempio le università, da cui partì il movimento.

Si provi a immaginare una studentessa che abbia scelto una facoltà prevalentemente frequentata da maschi: quanti sgambetti, quante perfide trappole, quanti scherzi a dir poco imbarazzanti da parte dei compagni di corso, dei professori e dei loro assistenti. Uno dei riti, per fortuna da tempo caduto in disuso, ma allora molto radicato nella struttura e nei ranghi degli atenei italiani, era quello della ‘matricola’, che comportava il dileggio e lo sbeffeggiando pubblico e privato del neoiscritto: gli si faceva la festa, in una parola, e alla fine doveva pagare abbondanti bevute a tutti gli anziani che lo avevano catturato. Particolarmente ricercate e stanate dal gineceo dove solevano rifugiarsi erano le studentesse del primo anno: i festeggiamenti per il cosiddetto ‘battesimo’ assumevano talvolta toni aggressivi tali da suscitare ansie e paure. Alle più indifese veniva chiesto spesso, oltre alla bevuta, anche dell’altro. Un caso ancora più grave era quello della ricerca della tesi di laurea, operazione che comportava umiliazione da parte del laureando e sfoggio di potere da parte del professore. Infatti, prima di concedere la loro assistenza, i baroni richiedevano lunghi e noiosi lavori di ricerca, esclusivamente funzionali alla loro docenza, ma sostanzialmente inutili alla tesi concessa. Nel caso delle laureande, come al solito, questa fase conclusiva degli studi talvolta offriva possibili scorciatoie, o se volete trappole, a seconda delle reazioni. Poteva capitare, per esempio, che una studentessa, con la scusa di ricevere consigli, suggerimenti, pubblicazioni – altrimenti introvabili – fosse invitata dal docente di turno nella sua biblioteca personale e, una volta varcata e chiusa la porta di casa, fosse sbattuta sul letto. Anche questo era il ’68. Naturalmente si era agli esordi di quella grossa conflagrazione che pervade tutto l’occidente, da un continente all’altro: da essa di lì a poco prese le mosse anche il femminismo che puntò soprattutto alla parità dei diritti della donna, un po’ meno, forse, alla difesa dalle prevaricazioni degli uomini. Purtroppo la storia più recente ne è una drammatica conferma.

Dafne Bernardini

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