Tito Strocchi, un ritratto a 140 anni dalla morte

Nella prima piccola sala con cui si accede al Museo del Risorgimento di Lucca nel Cortile degli Svizzeri, il visitatore (a proposito, lettore, se non ci sei mai stato, perché non colmi questa lacuna?), incontra subito una stampa popolare di più di 150 anni or sono che ricorda, secondo il gusto un po’ mortifero degli anni tardo-romantici, la vicenda sfortunata di Mentana.

Al centro 4 versi senari:
Rimbomba, rimbomba
Terribil campana
Noi siamo la schiera
Dei morti a Mentana
Lungo la cornice della stampa, un ampio elenco di città e borghi d’Italia con i nomi dei garibaldini caduti appartenenti, appunto, a quei luoghi. Compare anche Lucca, con un solo nome: Alessandro Betti. Però noi sappiamo che in quella campagna militare c’è almeno un altro lucchese, Tito Strocchi, poco più che ventenne, quasi laureato in legge, “soldato garibaldino e anima mazziniana”, – come ebbe a definirlo Augusto Mancini – che, proprio a Mentana, conobbe il battesimo del fuoco, il sapore acre della sconfitta e la successiva detenzione nelle carceri pontificie.
Cosa c’è dietro questa impresa di Mentana, tanto generosa quanto sfortunata? Finisce male, Mentana e quell’esito negativo pone termine a ogni altra iniziativa del volontariato garibaldino in Italia. Poteva andare diversamente? Ora né Garibaldi, né i garibaldini si erano militarmente rammolliti! Lo avevano dimostrato l’anno prima nelle montagne del Trentino e a Bezzecca. E allora perché? Perché è così lunga la schiera dei morti a Mentana? Forse le spiegazioni vanno cercate altrove. Magari nella politica, di cui la guerra non è altro che la continuazione con altri mezzi. A Mentana non manca il tradizionale coraggio, il consueto ardimento dei garibaldini, né è solo questione di tecnologia militare: i famosi fucili a retrocarica Chassepot, il fusil model 1866, in dotazione delle truppe francesi, che sparavano dodici colpi al minuto, mentre le Camicie rosse usavano ancora vecchie armi da fuoco ad avancarica o a pietra focaia. Mancò la politica. Mazzini, dopo la guerra del ’66, si era convinto che la repubblica fosse più utile dell’unità e non voleva una liberazione di Roma monopolio dei Savoia; Garibaldi poneva avanti a tutto il ritorno di Roma all’Italia; Francesco Crispi si era defilato nel 1864 affermando che “la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide”; Antonio Mordini, altro importante luogotenente garibaldino, aveva intrapreso una lunga carriera politica ed era impegnato nella costruzione del Terzo Partito; Francesco Nullo era morto, da eroe, in Polonia nel 1863, battendosi per la libertà di quel popolo contro l’imperialismo russo. Punti di vista ormai largamente diversi, contrasti che erano arrivati a Roma, rallentando, l’azione di quella Giunta Nazionale Romana che avrebbe dovuto preparare l’insurrezione che avrbbe aperto le porte di Roma a Garibaldi: ne fanno le spese non solo Monti e Tognetti, i 76 di Villa Glori, la Giuditta Tavani Arquati. Il prezzo di quelle divisioni le paga l’intera spedizione garibaldina, mentre l’ondivago Rattazzi non ha certo le doti politico-diplomatiche di un Cavour per far accettare ai Francesi di Napoleone III e all’Europa il modello militare-politico-diplomatico sperimentato con successo sette anni prima: il fatto compiuto e l’intervento regio. Pressato dai clericali del suo Paese, l’imperatore dei Francesi, fin dal 1849 protettore del Papa-Re, non può tollerare che quello che rimaneva dell’ala marciante del Risorgimento italiano riscatti la sconfitta della Repubblica Romana. Quindi invia una spedizione di 6000 uomini, ben armati (artiglieria, cavalleria) che si aggiunge ai mercenari pontifici del generale Kanzler. Troppi per i 5000 garibaldini che, dopo il primo successo di Monterotondo (26 ottobre) mentre cercano di raggiungere Tivoli per fortificarsi, sono intercettati dai francesi e dai papalini a Mentana il 3 novembre. Nonostante tutto Garibaldi riesce a sbaragliare l’avanguardia pontificia: ma le Camicie rosse del ’67 non sono i Mille, sono più lente, forse meno determinate e più disordinate: le truppe papaline, quindi, si ricompattano e intervengono i Francesi che, forti di una superiore potenza di fuoco, scompaginano le file garibaldine che pagano il prezzo di quasi 200 morti, 250 feriti, 1800 prigionieri. E il nostro Tito? Così lo racconta il memorialista garibaldino Ettore Socci: “Viene fatto prigioniero e rinchiuso da prima in Castel Sant’Angelo, poi a Civitavecchia. Sulle mura del carcere scriveva poesie col lapis: erano per lo più inni ad Arnaldo da Brescia e imprecazioni contro il papato da levare il pelo. Non ci volle molto a scoprirne l’autore: lo misero per qualche giorno a pane ed acqua, e gli fu proibito d’allora in poi di tenere il lapis. Dopo più di un mese di prigionia i Garibaldini furono chiamati sul piazzale e fu loro detto da un pezzo grosso dell’esercito pontificio che sarebbero ritornati alle loro case, purché firmassero una dichiarazione che li impegnava a non prendere più le armi contro il papa. Per quanto vivo e potente fosse in tutti il desiderio di tornare in libertà e di rivedere la propria famiglia, non uno solo consentì a tale viltà. Tito Strocchi, sempre fervente nel suo apostolato per il carattere, avea incoraggiato i compagni a non piegarsi. A malgrado del loro diniego, i Garibaldini furono da ultimo rilasciati e scortati fino al confine”. Rientrato a Lucca, Tito si addottora in legge. Intanto nel Paese inizia un doloroso dibattito tra chi considera conclusa l’esperienza del garibaldinismo in Italia e chi ne rivendica ancora la validità. Si consuma il progressivo allontanamento tra Garibaldi e la monarchia, tra L’Eroe dei due Mondi e Mazzini. Il nodo della questione romana sarebbe stato sciolto tre anni più tardi dalle sole iniziative istituzionali, senza quella partecipazione di minoranze virtuose e generose che pure avevano accompagnato tutte le principali vicende del nostro Risorgimento. Un ulteriore elemento di debolezza nella definizione dello Stato unitario che lo avrebbe accompagnato per decenni e che, forse, lo accompagna ancora.

Luciano Luciani

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