Carmen tra ossessione e femminicidio: al Giglio è sold out foto

Convince l'opera di Bizet nell'allestimento di Luca Micheletti. Domani (23 febbraio) ultima replica alle 16

Scene essenziali, minime, geometriche. E fumo, a sbiadire i contorni di una storia segnata da forze che non si vedono – eppure presenti, tutte, nella musica di Georges Bizet. È Carmen, la sigaraia della manifattura tabacchi di Siviglia protagonista di una novella di Prosper Mérimée e divenuta, nel 1875, opéra-comique in quattro atti. È Carmen così come è stata letta e restituita al pubblico del Giglio ieri (21 febbraio) dal regista Luca Micheletti. Una coproduzione che ha impegnato i teatri di Ravenna, Lucca e Ferrara e che ha chiuso la Trilogia d’autunno del Ravenna Festival lo scorso novembre.

Oggi Carmen è la seconda opera lirica più rappresentata al mondo dopo La traviata di Verdi; segue La bohème di Giacomo Puccini. Eppure Bizet non seppe mai di aver composto un capolavoro: morì 3 mesi dopo una prima accolta con freddezza dal pubblico e dalla critica parigina di quasi 150 anni fa.

Confrontarsi con un lavoro che può annoverare un buon numero di validi modelli di allestimento richiede la capacità di individuare un proprio tono di voce, una propria via di comunicazione. E Micheletti ci è riuscito: quella andata in scena ieri sera al Giglio era la sua Carmen – ossessiva e ammaliante. La storia di una donna diversa, una zingara, un’operaia, padrona della propria sensualità e libera di non ricambiare – di non farlo più – i sentimenti di un uomo. Perché le parole e le promesse degli amanti sono fumo: “c’est fumée, c’est fumée”, ripete il coro delle sigaraie nel primo atto. Non c’è giudizio: è un fatto, qualcosa che accade.

La libertà di Carmen è la coscienza di non avere scelta, di non potersi costringere al fianco di don José perché la natura della sue passioni, non addomesticabile, la conduce ormai verso Escamillo. Per questo sarà uccisa.

Carmen è la storia di un femminicidio e, al contempo, la tragedia del rifiuto. La caduta, inesorabile, di un uomo prigioniero di se stesso. Non è un caso se don José è l’unico personaggio non accompagnato da un tema musicale che lo renda riconoscibile: Bizet ne ha intuito la mutevolezza, la dicotomia interiore e lacerante. Quello che don José dice di voler fare non è quasi mai quello che fa.

Un’atmosfera stregata pervade lo sviluppo dell’opera, ben sintetizzata dall’uso delle luci pensato dal designer Vincent Longuemare e dall’eleganza dell’interpretazione di Martina Belli, nei panni della protagonista. E così rimane fino in fondo, nello spettatore, il dubbio di aver assistito a un grande bluff: come se l’energia tutta mediterranea dell’opera non potesse contenere le contraddizioni, violentissime, del ciclo di amore e morte che sorregge la partitura. Un incantesimo che l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, diretta dal maestro Vladimir Ovodok, ha saputo trattenere e rilasciare, con mestiere, a servizio della narrazione.

La vicenda della sigaraia di Siviglia ha fatto registrare il tutto esaurito al Teatro del Giglio e tornerà in scena domani (23 febbbraio) alle 16, quando la protagonista sarà interpretata da Clarissa Leonardi.

Dalle 15 la biglietteria metterà in vendita gli ultimi posti disponibili rimasti, quelli del loggione. Per facilitare la comprensione dei dialoghi – in francese, come da libretto di Meihlac e Halévy – sopra il sipario scorrono i testi in italiano. In alternativa, è possibile scaricare l’app Lyri live, che permette di visualizzare il libretto sul proprio smartphone senza che venga disturbata la visione dello spettacolo. Infatti, le parole scorrono, sincronizzate a quanto avviene sul palco, su uno sfondo nero con luminosità azzerata.

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