Il dolore di Bergamo nei versi del poeta filippino che vive a Lucca

Carlo Rey Lacsamana ha scritto una poesia, bella, sulla città che sta pagando il tributo di vite più alto. La proponiamo nella traduzione di Roberto Pizzi

Non si deve parlare della poesia come se non fosse qui, come se parlasse di tempi remoti, come se preferisse l’uso di termini desueti o altisonanti. Lo sa bene chi è solito leggerla, e lo sanno bene i poeti. La poesia non è separata dalla vita, riguarda tutto e tutti e, spesso, parla di difficoltà, di inciampi, di cadute.

Con la poesia si è espresso Carlo Rey Lacsamana, giovane nato e cresciuto a Manila, nelle Filippine, e lucchese dal 2005. Scrive regolarmente contenuti politici, culturali e artistici per giornali filippini e collabora con riviste accademiche toscane. I suoi articoli sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Canada e Gran Bretagna. Lo scorso 11 febbraio il sindaco Alessandro Tambellini ha conferito a Carlo, visibilmente emozionato, la cittadinanza. Con lui c’era lo storico e amico Roberto Pizzi, traduttore dei versi che oggi proponiamo. Il titolo dato al componimento è il nome della città italiana che, a causa della pandemia di Covid-19, sta vivendo le sue ore più scure: Bergamo.

È la fine dell’inverno e il freddo sta solo iniziando…

Di notte i morti abbandonano la città senza lasciare traccia,
come ombre, non accompagnati, nessuno zaino sulle spalle,
nessuna lettera nel taschino della giacca, sfilano via intatti,
invisibili, nessuno conosce i loro nomi come nessuno sa
i nomi di coloro che caddero durante la guerra.
Solo il nome della città ondeggia come il drappo bianco della resa,
arruffandoci i capelli di noi solitari su una roccia in alto.
Niente cerimonie, niente lamentazioni, niente fiori
a diffondere il loro odore, nessuna orma dei soldati che marciano
nella densità dell’oblio.
E i lampioni tengono le loro candele verso il cielo,
i cani ululano per l’assenza dei loro padroni,
sciocche bandiere di “andrà tutto bene” svolazzano come bende
nella ferita aperta della notte,
il vento cammina lungo il viale deserto gridando
le notizie di domani.

Ecco come la storia ci accoglie: con una mascherina
e guanti, coi vestiti di bianco lattice, che riempiono le nostre
tasche di smarrimento e di distacco.
E noi, nei nostri vestiti della domenica, arriviamo tardi e impreparati,
storditi e smemorati, le nostre bocche si aprono per chiedere acqua:
la sete di ciò che non capiamo è profonda come le radici stanche della terra.
C’è un modo per imparare la storia senza tagliarci le dita?

Noi testimoni, in piedi sul balcone,
seduti di fronte allo schermo, guardando la lenta processione
di camion militari che si arrampicano al chiaro di luna,
accenderemo la nostra candela, quella che continuiamo a smarrire
e che raramente troviamo nel cassetto dei nostri anni non esaminati,
l’unica candela che ci aiuterà a trovare il filo che ci lega agli altri.
Nessuno sa chi resta e chi parte,
la nostra vita in punta di piedi sull’orlo della scomparsa,
lascia che i nostri polmoni si riempiano del ricordo dei morti,
impara ad assemblare il puzzle dei nostri giorni nell’oscurità,
impara a prendere ogni respiro come ultimo atto di desiderio.

Ci conceda Dio una lingua per nominare il nostro dolore,
ci conceda una grazia pari alla nostra perdita:
la morte è più eloquente con il suo ronzio nelle costole,
sopra i tetti delle città, mentre le stelle rendono il nostro
pianto senza risposta:
ci rimangono solo preghiere come se fossero risposte,
ci rimangono le ombre che seguono il tuo silenzio,
con la fame che segue il tuo sonno.

Mentre il dolore ritarda le foglie sui loro rami
ed i nomi restano sulle labbra,
i morti stanno portando il primo cesto di fiori
sul davanzale della finestra: una fetta di calore,
un rametto di speranza, un tocco di brezza che ricorda un bacio,
un nastro di assenza, una piccola vittoria sulla nostra morte.
Dopo questa guerra silenziosa, dopo questa leggera prigionia,
ricorderemo i saluti fugaci attraverso le finestre,
le canzoni sui balconi, i pasti condivisi, le code dentro
i supermercati, l’insonnia di medici e di infermieri,
la chiamata della sirena per il miracolo della vita.
All’alba, prima che il caffè del mattino esca sul balcone,
stringi un frammento della città nel tuo pugno,
piangi per la bellezza della primavera,
offri una preghiera.
Ancora una volta ricominceremo.

Carlo Rey Lacsamana ha un sito web (clicca qui) e un account su Instagram: @carlo_rey_lacsamana.

 

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