Mare e inquinamento, al teatro di Greenheart la mostra fotografica di Florian D’Angelo

Domenica (5 luglio) alle 21 l'evento che ricorda l'importanza della cultura del riuso e del riciclo

Domenica (5 luglio) alle 21, nell teatro naturale di GreenheArt, una mostra che ricorda e sottolinea l’importanza della cultura del ri-uso e del ri-ciclo.

La ricerca MareMeerMarSeaMer intrapresa quattro anni fa da Florian D’Angelo abbraccia la complessità e la natura itinerante di processo di scoperta, acquisizione e studio delle dinamiche ambientali dedicate all’ecosistema marino. L’aggravarsi dell’emergenza ambientale legata allo spreco di risorse e ai temi legati al riscaldamento globale rendono l’opera di D’Angelo ancora più attuale.

L’utilizzo di mezzo fotografico per documentare l’inquinamento marino è andato di pari passo a quello della performance attraverso mezzi di comunicazione tradizionali come l’apposizione di manifesti pubblici e la presenza in gallerie e sedi museali istituzionali.

La sua ricerca ha incluso partner istituzionali, enti ed esperti in campo di conservazione della biosfera, includendo workshop e giornate dedicate alla conoscenza del problema dell’inquinamento che, partendo dalle spiagge toscane, si fa globale.

D’Angelo ci interroga sul ruolo della nostra specie e sull’impatto che abbiamo sul pianeta che ci ospita come ineludibile effetto collaterale del progresso economico. Con la sua opera denuncia lo stato dei mari attraverso il materiale ritrovato sulle nostre spiagge: macerie che appartengono all’uomo e che a questo ritornano come relitti di una società che produce più di quanto richiesto. Questi oggetti, scarto della nostra società dei consumi, sono riprodotti dall’artista  in maniera assoluta, decontestualizzati dall’ambiente circostante, come relitti senza tempo e senza spazio.

Nel suo lavoro c’è un tema iconografico che riguarda la natura e la sua mutazione in relazione all’uomo e sono ineludibili al confronto teoretico. La percezione che ognuno di noi ha sull’opera di D’Angelo è complessivamente varia ma lo spettatore è coinvolto e stimolato ad avvicinarsi per comprendere la relazione tra uomo e ambiente. Questo paradigma può essere sciolto in maniera attiva, prendendo come assunto l’uomo tiranno dei sui tempi o in maniera passiva, come teoria dell’abbandono perché si tratta di scarti rispetto a cui non è concepibile alcun riciclaggio ecologico, sociale, economico.

I rifiuti e il loro scarto sono il simbolo dell’accelerazione dei tempi e rappresentano ciò che a tutti i costi vogliamo rimuovere, fino a dimenticarcene: questi ci appaiono come rovine ineludibili delle nostra società per i quali proviamo una centra empatia in quanto ci appartengono ma verso i quali abbiamo già elaborato il lutto e creato una distanza verso questi.

La dimensione escatologica dei rifiuti, degli scarti è legata tanto all’archeologia dei saperi di Foucaultiana memoria, che ci dà il diagramma di stato di un’opera, quanto alla funzione sociale di attivatore sociale; anche D’Angelo vuole stimolare il singolo fruitore riattivando il pensiero critico, la sua opera diventa mezzo e fine di comunicazione sociale e l’artista diventa curatore e primo spettatore di se stesso.

Gli scatti di D’Angelo sono dispositivi di analisi che indicano come cartelli il pericolo prossimo lungo la strada di sviluppo da noi intrapresa.

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