Musica come misura morale: Morricone nel ricordo di Fabio Venturi

Parla l'ingegnere del suono, lucchese, che ha lavorato per 32 anni a fianco del maestro scomparso lunedì (6 luglio)

“Per Ennio Morricone il lavoro più importante era sempre il prossimo”. A parlare è Fabio Venturi, lucchese, ingegnere del suono che il maestro ha voluto con sé dal 1988, anno del loro incontro, fino all’ultima composizione. “Solo una settimana fa ero da lui, in ospedale, per perfezionare il brano scritto per l’inaugurazione del nuovo ponte di Genova. Ci siamo confrontati sulla velocità del pezzo, sulle voci più adatte”.

Il ricordo è sincero, provato. Riservato. Fabio Venturi lo onora con il lavoro, non interrotto, per Tante pietre a ricordare – questo il titolo del brano dedicato alle vittime del crollo del ponte Morandi. “Ma lui non c’è”, dice. E in questa osservazione essenziale e amara ci sono 32 anni di sodalizio professionale, fiducia e amicizia.
“Morricone non parlava mai del passato. Non si gloriava dei successi né percepiva di aver ormai dato qualcosa di talmente grande al pubblico da poter mettere un punto e vivere di rendita. La sua attenzione e la sua cura – dice Venturi – erano tutte rivolte alla musica”.

“Aveva più di 70 anni quando ha iniziato a fare concerti: lo ha fatto quando ha sentito di avere un linguaggio artistico, un’identità da comunicare. Per tutti era già un mostro sacro, ma non se ne è mai interessato. A lui importava la colonna sonora successiva. Quando nel 2007 ha ricevuto l’Oscar alla carriera – ricorda Fabio Venturi – ha subito voluto precisare che il suo lavoro era tutt’altro che concluso”. E infatti nel 2016 ne è arrivato un altro di Oscar, stavolta per la colonna sonora di The Hateful Eight diretto da Quentin Tarantino.

“La ricerca è stata la vera costante della sua arte. Una tensione inscritta in una costruzione morale profonda. Per Morricone – continua Venturi – c’era la musica, e veniva prima di tutto. Si è letto tante volte che il suo stare sul palco a dirigere mostrasse stanchezza, scarsa interazione col pubblico, un segno dell’età. Non è così: Morricone aveva orecchie, occhi, testa e cuore solo per la qualità della sua musica, anche a 30, 40 e 50 anni, sulla scena come in studio di registrazione. Era quello, è sempre stato quello, il suo modo di comunicare”.

Ed è quello che rimane. Oltre l’uomo che l’ha pensata, scritta, curata nel dettaglio, la musica vive di vita propria – e molto a lungo.

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