La produzione
|Fra Lucca e Londra il primo documentario della giovane regista Giulia Vannucci, ‘Il paesaggio invisibile’
Il film nasce da un’indagine sui meccanismi della visione e sulle premesse stesse dell’osservare intrecciando neusroscienze, filosofia e arte
“Il paesaggio non è solo ciò che vediamo: è lo spazio che abitiamo, percepiamo e osserviamo. Guardarlo è un atto creativo, in dialogo costante con memoria e presente”. È il messaggio che intende esprimere Il paesaggio invisibile (2025), primo lungometraggio documentario della regista Giulia Vannucci, attualmente in fase di realizzazione tra Italia e Regno Unito. Il film, nasce da un’indagine sui meccanismi della visione e sulle premesse stesse dell’osservare, trasformando il paesaggio da semplice sfondo a organismo vivo, stratificato di simboli, memorie e continue trasformazioni.
Le riprese si svolgono tra Lucca, Genova, Roma, Aberdeen e Londra, e intrecciano neuroscienze, filosofia, antropologia, arte e urbanistica per filmare l’invisibile: ciò che sfugge allo sguardo superficiale e richiede una percezione lenta e attenta. Il documentario si interroga sul significato del paesaggio oggi, chiedendosi se sia una cornice inerte o una forma viva con cui dialogare, se resti un orizzonte romantico o ecologico o se possa diventare esperienza corporea e interiore, capace di riflettere il nostro modo di abitare il mondo senza cadere né nel sentimentalismo né nell’ambientalismo ideologico.
Il documentario dà voce a figure di spicco nei rispettivi campi, intrecciando riflessioni e esperienze diverse per esplorare il paesaggio in tutte le sue dimensioni. Tra i protagonisti delle interviste figurano Francesco Careri, architetto e docente all’Università Roma Tre, che indaga il camminare come pratica estetica; Tim Ingold, antropologo noto per i suoi studi sulla percezione del paesaggio; Monica Gori, neuroscienziata presso Istituto italiano di tecnologia di Genova; Massimo Vitali, fotografo di fama internazionale; Joyce Townsend, scienziata conservatrice alla Tate Britain di Londra; e Alexandra Loske, storica dell’arte e curatrice al Royal Pavilion di Brighton. Grazie a questi contributi, il film intreccia arte, scienza e filosofia, offrendo una visione approfondita di ciò che costituisce il nostro rapporto con il paesaggio.
Il movimento diventa chiave di lettura. Camminare si trasforma in una forma d’arte, capace di interpretare e reinventare il paesaggio rivelandone il carattere collettivo e mutevole. Questo non si esaurisce nella visione ottica: ci si domanda allora come venga percepito il paesaggio da chi non vede. L’assenza della vista non costituisce solo un limite sensoriale ma significa anche esaltare gli altri sensi portando la persona al centro dell’esperienza. In questo orizzonte, il paesaggio si costruisce come un intreccio fatto di suoni, odori, tatto, memoria e immaginazione.
“Guardare è un atto complesso e creativo – spiega Giulia Vannucci – Non è mai neutro né passivo: significa costruire un dialogo con il paesaggio esteriore e interiore, scoprendo i suoi significati nascosti e re-immaginandolo continuamente come un’opera aperta.”
Il film è prodotto da Keep Diggin Productions di Modena, con la collaborazione del team di Movie People di Roma e grazie alla disponibilità delle Film Commission di Genova, Roma e Toscana.


