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Una lettura critica della fiction Zvanì: “Cruciale il ruolo del medico lucchese Severo Bianchini”

Lo studente lucchese Duccio Nencini sottolinea l’importanza della figura, cui nel film è stato dedicato solo un cenno

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’analisi storico critica della fiction Rai, Zvanì dello studente lucchese Duccio Nencini, grande appassionato della figura di Giovanni Pascoli. L’obiettivo è quello di sottolineare l’importante figura di Severo Bianchini nella vita del poeta. Una figura oggi in parte dimenticata dalla storia lucchese ma che fu uno dei medici più celebrati del suo tempo, pioniere della chirurgia cerebrale e della microchirurgia, come ricorda il monumento a lui dedicato all’interno dell’ospedale di Lucca di cui fu primario per quasi trent’anni.

Nel racconto dell’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli, il film Zvanì introduce un’ambiguità tra memoria poetica e verità storica, oscurando il ruolo di Severo Bianchini: scienziato e intellettuale lucchese che organizzò quel viaggio in ogni dettaglio e lo condivise come gesto di antica e profonda amicizia.
Un film che si presenta come storico deve scegliere: o dichiarare apertamente il proprio simbolismo, oppure rispettare i fatti. Quando non lo fa, il rischio non è l’interpretazione, ma la confusione. È ciò che accade in Zvanì, proprio nel punto più delicato del racconto: l’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli.
Il film esordisce con un’affermazione netta: sul convoglio erano presenti soltanto due autorità, il politico e il professore. È un dato tutt’altro che marginale, perché colloca subito la scena in una cornice storicamente riconoscibile. E quel professore, senza possibilità di equivoco, è Severo Bianchini. Le basi storiografiche sono solide: Bianchini, clinico di alto profilo e primario dell’ospedale di Lucca, era realmente su quel treno, accanto al poeta, e ne organizzò il viaggio in ogni dettaglio.
Eppure, nel corso del film – o almeno nella sua ricezione – affiora una seconda figura chiamata Severino, descritta come amico d’infanzia. Questo Severino sembra sovrapporsi a una persona che, al momento della morte di Pascoli, non poteva essere presente: morto da circa otto anni e già da tempo afflitto da gravi problemi di natura mentale, per questa ragione purtroppo sottratto alla vita sociale.
Il ruolo di Severino Ferrari fu senza dubbio importante nella formazione e nella giovinezza di Pascoli, ma non esclusivo né attivo negli ultimi anni; presentarlo come unico e presente riferimento affettivo, senza una chiara cesura temporale, finisce per produrre una sovrapposizione di identità che può risultare fuorviante.
Ed è proprio qui che la questione si allarga oltre il singolo episodio. Se un film che si propone come biopic può permettersi una distorsione di questa portata – rendendo “presente” un personaggio morto da anni senza farne percepire chiaramente la dimensione onirica o simbolica – allora è lecito chiedersi cos’altro possa essere stato piegato alle esigenze della sceneggiatura.
Nel saggio L’ultimo viaggio, pubblicato nel 1924, Severo Bianchini scrive in prima persona. Il tono è sobrio e commosso, privo di enfasi, lontano da ogni costruzione mitica. È lì che la storia ritrova il suo peso e la sua verità.
La poesia non ha bisogno di confondere la storia per essere vera. Le basta non tradirla.