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Chiuso il ciclo su giustizia, guerra e pace nella dottrina sociale della Chiesa

Il professor D’Arrigo sulle encicliche papali: “La pace va costruita giorno per giorno dalle istituzioni pubbliche e dai popoli”

Ieri (22 marzo) alla casa diocesana di Arliano c’è stato l’ultimo incontro su La giustizia, la guerra e la pace nella dottrina sociale della Chiesa. Sono stati evidenziati il superamento del puro neoliberismo, la necessità di uno sviluppo integrale e solidale per il conseguimento della pace, l’assurdità di ogni forma di guerra e di guerriglia, l’importanza dell’azione politica. Ma soprattutto è stato ribadito che la catechesi e la predicazione devono aprirsi alle riflessioni sociali ed includere riferimenti approfonditi al senso sociale dell’esistenza, alla dimensione fraterna della spiritualità, alla convinzione dell’inalienabile dignità di ogni persona umana (Fratelli tutti n. 86).

Commentando le encicliche sociali il professor Fabiano d’Arrigo ha detto che “oggi la politica sembra ‘una brutta parola’ e si diffonde la disaffezione verso di essa. La cultura individualistica che favorisce l’interesse immediato del più forte, il neoliberismo economico-finanziario che soggioga la politica, un certo paternalismo sociale, la corruzione e le inefficienze determinano una crisi più o meno profonda della politica. In altri termini il relativismo etico e la mancata centralità della persona umana causano la crisi della buona politica. Eppure i pontefici ritengono che la politica sia ‘la forma più alta della carità’ (Pio XI, discorso Fuci, dicembre 1927) e ‘una vocazione altissima [che] cerca il bene comune’ (Francesco, Fratelli tutti n. 180).  La politica deve armonizzare la ricerca di un equo profitto con l’esigenza sociale della promozione umana; perciò essa ha il primato sull’economia e sulla finanza”.

“L’azione politica – ha continuato a sostenere D’Arrigo – è propria ed esclusiva dei laici. Nella Populorum progressio si afferma che ‘l’ora dell’azione è già suonata’ e spetta ai laici agire ‘senza attendere passivamente consegne o direttive’ per ‘il rinnovamento dell’ordine temporale’ e ‘penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità’. Sempre nella Populorum progressio Paolo VI sostiene che ‘i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza’. Così la forbice tra la ricchezza di pochi e la povertà di molti continua ad allargarsi sempre più. Per il papa lo sviluppo integrale dell’uomo e quello solidale dell’umanità possono risolvere la questione sociale che ha acquistato una dimensione mondiale. Purtroppo il richiamo di Paolo VI, ripetuto poi da Giovanni Paolo II e da Francesco, non è stato accolto dai potentati politico-finanziari, né dalle opinioni pubbliche. Questo perché le logiche utilitaristiche di profitto e di consumo hanno represso e continuano a reprimere le culture di solidarietà. Anche il messaggio del Vaticano II sulla destinazione universale dei beni terreni per cui il diritto alla proprietà privata ‘non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto’ (Populorum progressio n. 23) fatica ad essere accolto dalle popolazioni occidentali. E papa Francesco ribadisce che ‘la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata’ (Laudato sì n. 93 e Fratelli tutti n. 120). Occorre, quindi, rispolverare l’umanesimo cristiano che riconosce il valore della dignità della persona umana e non considera la ricerca del profitto come il motore del progresso“.

“Infine – ha concluso D’Arrigo – va contrastata quella concezione, attualmente sostenuta – in modo spavaldo – da alcuni governanti ed esponenti politici, secondo cui la guerra è la continuazione della politica e va promossa una cultura per la pace duratura.
Papa Francesco nel capitolo settimo di Fratelli tutticondanna, senza se e senza ma, la guerra, poiché “la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa […] alle forze del male”. Nell’era atomica la guerra non può essere considerata uno “strumento di giustizia” e non si può più parlare di una possibile “guerra giusta”. La pace va costruita giorno per giorno dagli architetti (le istituzioni pubbliche) e dagli artigiani (i popoli) della pace: una pace basata sullo sviluppo integrale e solidale”.