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Museo del Risorgimento, Pizzi attacca: “Uno sfratto che mette a rischio la memoria storica della città”

Appello agli amministratori: “Serve un chiarimento immediato. Così si marginalizza un presidio culturale fondamentale”

Una presa di posizione netta, dura nei toni e ricca di riferimenti culturali e storici quella di Roberto Pizzi sulla vicenda del Museo del Risorgimento di Lucca, destinato a lasciare gli spazi di Palazzo Ducale senza che sia ancora chiara una nuova collocazione.

Al centro dell’intervento, la figura del professor Luciano Luciani e il lavoro portato avanti negli anni, gratuitamente e con dedizione, per mantenere vivo un luogo simbolo della memoria cittadina.

“Il professor Luciano Luciani – sottolinea Pizzi – che da molti anni ha partecipato con grande passione e gratuitamente alla gestione del Museo del Risorgimento di Lucca, ha ricevuto la comunicazione dall’ente di gestione che questo piccolo ma prestigioso istituto sarà ‘sfrattato’ dall’attuale sede di Palazzo Ducale, per un’incerta, indefinita diversa collocazione”.

Una decisione che, secondo Pizzi, rischia di avere conseguenze profonde: “Questo ‘gioiello’, che conserva una preziosa memoria storica non solo della nostra provincia ma anche dell’identità nazionale, esaltata anche da una collocazione ideale nel cuore della città, rischierà di essere marginalizzato, se non addirittura chiuso, o affidato a gestioni ignote e prive di adeguate garanzie”.

Il tono si fa ancora più critico quando Pizzi allarga lo sguardo al contesto culturale contemporaneo: “Siamo costernati per questa decisione – afferma – proprio in un momento in cui da più autorevoli voci si invita a incrementare gli sforzi per riscoprire le nostre radici storiche e culturali. Non si può prescindere da un adeguato insegnamento del Risorgimento e dal supporto di strutture museali all’altezza”.

Nel suo intervento, Pizzi richiama anche il dibattito nazionale e internazionale sulla crisi della memoria storica: “Occorre ‘più Storia e insegnata bene nelle nostre scuole’, come sostiene lo storico Giovanni Belardelli. Viviamo in una società che privilegia il presente assoluto, l’‘hic et nunc’, dove tutto sembra accadere oggi e il passato viene rimosso. In questa ignoranza crescente si abbattono statue, si cancellano nomi, ci si vergogna perfino del nostro passato, anche quando è stato virtuoso e ci ha portato alla democrazia”.

Un fenomeno che, secondo Pizzi, trova riscontro anche nelle analisi del sociologo Frank Furedi: “Si parla di una vera e propria ‘guerra contro il passato’, una rivolta contro il tempo che finisce per trasformare la memoria in un bersaglio. E in questo clima, spesso, anche le università occidentali hanno delle responsabilità, alimentando letture che attribuiscono all’Occidente tutte le colpe della contemporaneità”.

Il riferimento è anche alle riflessioni di Massimo Cacciari: “Non abbiamo più passato – ricorda Pizzi – il nostro tempo è un presente che accelera verso un futuro indefinito. E allora, conclude amaramente, meglio cancellarlo il passato: una cancel culture ormai dominante”.

Da qui l’allarme: “Federico Rampini aveva già denunciato questa tendenza come un vero disarmo culturale dell’Occidente. E oggi ne vediamo gli effetti anche a livello locale”.

Proprio a livello locale, infatti, Pizzi rivendica il lavoro portato avanti negli anni dal professor Luciani e dai volontari: “Si era provato a reagire a questa deriva, mantenendo vivo il ricordo di una fase fondamentale per il nostro Paese e per la Lucchesia. Un territorio che ha dato un contributo importante al Risorgimento, con figure e famiglie che meritano di essere conosciute”.

E qui il suo intervento si trasforma in un lungo elenco di nomi e storie: “Dalla famiglia Cotenna di Monte San Quirico ai mazziniani e garibaldini Enrico Andreini, Luis Ghilardi, Tito Strocchi, Pietro Barsanti, Antonio Mordini, Nicola Fabrizi, i fratelli Tallinucci, Giacomo Simoni tra Barga e Bagni di Lucca, fino ai fratelli Borrino di Sant’Andrea di Compito con le loro Camelie tricolori. E ancora Giuseppe Binda, figura che meriterebbe maggiore attenzione”.

Non manca il richiamo alla Versilia e al contributo del clero: “La famiglia Angiolini, Dario Calderai, e numerosi sacerdoti come l’abate Matteo Trenta, Antonio Giovannetti, Gioacchino Prosperi, Francesco Giambastiani, Romualdo Volpi, fino a padre Geremia Barsottelli e al frate Donati, amico di Carducci”.

Tra le figure simbolo, Pizzi ricorda anche Giovambattista Giorgini, legato ad Alessandro Manzoni e protagonista del percorso che portò alla nascita dello Stato unitario. Un patrimonio storico che, secondo Pizzi, rischia oggi di essere dimenticato: “Nel 2012 è stata istituita ufficialmente la Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera. Eppure, invece di rafforzare l’identità nazionale, assistiamo a un crescente disinteresse verso queste vicende e questi protagonisti”.

Da qui l’appello finale: “Ci auguriamo che gli amministratori locali chiariscano al più presto questa vicenda. Non si può disperdere il lavoro svolto e non si può indebolire un presidio culturale così importante”.

E la chiusura è affidata a una citazione dal sapore polemico: “Perché altrimenti – conclude Pizzi – ci costringeranno a ricordare le parole durissime che Giosuè Carducci rivolse agli amministratori lucchesi nel 1905, quando parlò di ‘vili meccanici nemici d’ogni gentile e puro adoperare’”.