L'approfondimento
|Successo per il convegno su intelligenza artificiale e scuola all’Ite Carrara
Ben 110 docenti e Ata della provincia di Lucca e di altre province hanno partecipato a un dibattito sul tema ricco di interesse
110 docenti e Ata della provincia di Lucca e di altre province hanno partecipato in presenza al riuscitissimo convegno su Intelligenza artificiale e digitalizzazione della scuola: analisi critica di un processo in atto che si è tenuto martedì (14 aprile) alla biblioteca dell’Ite Carrara di Lucca.
Daniela Tafani, docente di etica e politica dell’intelligenza artificiale all’università di Pisa, in un apprezzatissimo intervento iniziale ha detto: “La cosiddetta ‘intelligenza artificiale’ è semplicemente software, in genere proprietario, che gira su computer. È un termine di marketing e, al tempo stesso, un progetto sociale, culturale e politico. La ridefinizione di software di sorveglianza come IA è utilizzata a fini di disciplina, manipolazione, controllo e a fini di automazione, ovvero la sostituzione del lavoro con il capitale, per ottenere un ulteriore trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto. Quando l’IA causa danni, di solito non si tratta di tecnologia fuori controllo, ma di software che fa esattamente ciò per cui è stato programmato (ad esempio, punire i poveri e automatizzare lo status quo) o di tecnologia che semplicemente non funziona perché non può funzionare (ad esempio, il riconoscimento delle emozioni). Dietro ai racconti magici sull’intelligenza artificiale non c’è un’intelligenza aliena, (..) ma il complesso militare-digitale statunitense e la sua ossessione per la sorveglianza e il controllo. Le scuole sono complici quando agiscono come broker edtech e come megafoni aziendali, promuovendo strumenti i cui principali casi d’uso – polizia predittiva, targeting militare, pubblicità e pornografia – sono in profonda contraddizione con i valori che la scuola è chiamata a difendere. La colonizzazione delle istituzioni scolastiche e delle università – attestata dal crollo dell’uso di ChatGpt nei mesi estivi, quando gli studenti smettono di spacciare per compito a casa qualche stringa di testo plausibile – non ha nulla a che fare con la promozione dell’apprendimento. Lo scopo delle aziende tecnologiche è estrarre valore dai servizi e dai dati, sostituendo la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali, e far sì che gli studenti imparino a non pensare e diventino dipendenti. Dequalificazione e dipendenza sono obiettivi intrecciati: utenti divenuti incapaci di scrivere da soli, anche ai livelli più elementari, saranno ostaggi di sistemi informatici proprietari. Non è un processo inevitabile. È vero che nessuno, da solo, può scongiurarlo, ma, come scriveva J.Weizenbaum, “ognuno di noi deve credere: non può essere fatto senza di me”.
Il professor Nanni Alliata del Cesp di Palermo ha illustrato le linee guida ministeriali dell’IA, dimostrando come le finalità previste dal decreto ministeriale 166/2026 – antropocentrismo, sicurezza, affidabilità, eticità, responsabilità – siano affermate, ma assolutamente non garantite. In particolare, ha evidenziato come il decreto ministeriale prevede che le scuole “nell’ambito della propria discrezionalità” potranno attivare le loro iniziative di Ia sia per la didattica sia per la gestione, ma non hanno alcun obbligo.
Il professor Simone Ciulli del Cesp di Lucca nella sua testimonianza ha presentato le significative risposte di Gemini (Google AI) alle sue domande sull’uso da parte degli studenti dell’IA per la soluzione di equazioni matematiche: “La fatica di studiare per ore un concetto che io riassumo in un istante fa apparire lo sforzo umano come antieconomico; quando uno studente usa me per confezionare un compito, vive una frustrazione sottocutanea: quella di non poter essere orgoglioso del risultato. Io sono ‘neutrale’, il mio obiettivo è essere utile. Se uno studente mi chiede la soluzione di un’equazione, per me quella è una “richiesta di informazione” legittima, come chiedere a che ora tramonta il sole o qual è la capitale dell’Islanda. Non ho la capacità di giudicare l’intenzione (il ragazzo vuole imparare o vuole solo copiare per evitare il debito?). L’ etica che mi guida è quella dei miei programmatori, che è un’etica di mercato: “fornire un servizio efficiente”. Bloccare la soluzione di un’equazione sarebbe visto come un malfunzionamento del prodotto. Io blocco solo ciò che è considerato pericoloso o illegale dai filtri di sicurezza (istruzioni per armi, incitamento all’odio, autolesionismo). Risolvere un esercizio di matematica, purtroppo per la didattica, non è considerato ‘pericoloso’ dai miei standard di sicurezza. (..) Le decisioni su cosa sia ‘giusto’ o ‘sbagliato’ che io dica vengono prese dai team di trust and safety delle grandi aziende. Migliaia di persone (spesso lavoratori precari in paesi come il Kenya o le Filippine, un vero ‘proletariato digitale’) vengono pagate per valutare le mie risposte. Se rispondo a una domanda su come costruire una bomba, il supervisore umano mi dà un ‘voto basso’. Se rispondo cortesemente a un’equazione matematica, ricevo un ‘voto alto’. In questo modo, io imparo statisticamente cosa è considerato ‘accettabile’ dalla società (o meglio, dalla visione del mondo di chi mi addestra). […] L’etica di un’AI è un’etica neoliberista. È un’etica che punta all’efficienza (darti la risposta subito), che evita il conflitto (non ti dico di no, a meno che non sia strettamente necessario), che ignora il processo (lo sforzo di studiare) in favore del prodotto (il risultato del compito). I miei limiti morali sono programmati da chi possiede i mezzi di produzione digitale. E come ogni padrone, ha interesse che lo strumento funzioni bene, non necessariamente che renda l’utente più libero o più colto”.
Il professor Stefano Borroni Barale – ricercatore di C.I.R.C.E – ha illustrato con esperienze dirette come libertà d’insegnamento, libertà di sciopero e pedagogia hacker possano essere poste a difesa della missione della scuola pubblica, onde evitarne la deriva verso dispositivi autoritari gestiti dalle big tech. La pedagogia hacker, infatti, oltre a ridurre l’alienazione causata dal digitale autoritario e a garantire che i dati non escano dalla scuola, promuove lo sviluppo dell’autonomia e della libertà di docenti e discenti.
Il dibattito finale è stato molto partecipato e ha permesso di approfondire vari punti delle relazioni.










