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L'Otello di Verdi strappa applausi al Giglio - Foto

 IMI8323Grande successo per la lirica al teatro del Giglio. Ieri sera (18 gennaio) si è tenuta la 'prima' dell'Otello di Verdi prodotto da teatro Alighieri di Ravenna, Ravenna Festival e teatro di tradizione cittadino.


Il capolavoro verdiano, assente dal palcoscenico lucchese da ben 55 anni – l’ultima rappresentazione risale infatti alla stagione d’autunno 1964 – è stato salutato con con grande entusiasmo dal pubblico che ha tributato lunghi applausi, per gli interpreti Mikheil Sheshaberidze (Otello), Elisa Balbo (Desedemona), Luca Micheletti (Jago), Giuseppe Tommaso (Cassio), e con loro Giacomo Leone (Roderigo), Ion Stancu (Lodovico), Paolo Gatti (Montano), Antonella Carpenito (Emilia) e Andrea Pistolesi (un araldo), l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, il coro lirico marchigiano Vincenzo Bellini (guidato da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina), i giovanissimi cantori delle Voci Bianche Teatro del Giglio e Cappella Santa Cecilia (guidate da Sara Matteucci) e i DanzActori Trilogia d’Autunno. Domani (20 gennaio) alle 16 in scena la seconda replica lucchese del capolavoro del Cigno di Busseto. Per acquistare i pochissimi biglietti ancora disponibili, è possibile rivolgersi alla biglietteria del teatro, aperta oggi (19 gennaio) dalle 15 alle 18 e domani (20 gennaio) dalle 15 alle 16.

La sinossi Penultima delle opere di Verdi, Otello - al pari di Falstaff che la segue sei anni più tardi - attinge all’amatissima materia shakespeariana: ne nasce un dramma lirico in quattro atti su libretto di Arrigo Boito, con il quale Verdi aveva già lavorato qualche anno prima alla seconda versione del Simon Boccanegra. Otello, segnato dal graffio del potere, dai suoi sottoprodotti e dalle sue conseguenze, trova nella sete di potere la ragione dell’inganno ordito da Jago. Il contrasto che unisce e separa Otello e Desdemona si traduce sul palco in una teoria di luci ed ombre. D’altronde è difficile immaginare Otello in un’epoca che non sia il tenebroso Seicento di Caravaggio o di Rembrandt: una lunga, lunghissima notte che si apre proprio con la tempesta che infuria su Cipro, immagine presaga del dramma a venire, del mondo oscuro e violento dove i personaggi, quando li cattura la luce, sono ferite aperte nel tessuto della notte.
La versione verdiana del dramma subito svela le tensioni politiche che oppongono l’alfiere Jago a Otello, il moro generale dell’Armata Veneziana: avido di rivalsa ai danni di Cassio, l’ufficiale che usurpa il suo grado di capitano, Jago coinvolge nella propria rete di inganni Roderigo, gentiluomo veneziano innamorato della sposa di Otello, Desdemona. Suscitando la gelosia di Otello, che abilmente convince dell’infedeltà di Desdemona proprio con Cassio, Jago ne determina la rovina: Otello presto perde il controllo di Cipro quanto di sé stesso, finendo per suicidarsi dopo aver ucciso Desdemona. In Otello il coro dipinge le situazioni, lasciando spazio assoluto all’individualità del personaggio: Ovvero l’uomo che, nelle sue infinite sfaccettature, può essere tutto e il contrario di tutto - nota la regista Cristina Mazzavillani Muti - come accade nella vita, e nel teatro più puro. D’altronde lo stesso Jago confessa Son scellerato perché son uomo; e sento il fango originario in me dissipando così l’illusione che la sua natura sia demoniaca; la sua crudeltà, la sua malizia sono completamente umane.

Le foto di Andrea Simi

Ultima modifica ilSabato, 19 Gennaio 2019 13:02

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