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Da Lucca al Metropolitan: l'ascesa del baritono Cavalletti

 MG 9010 EditarLa strada che porta in corte Cavalletti, a Sant’Anna, è sempre lì che lo aspetta. E, ogni volta, il richiamo della famiglia innesca sentimenti di gioia ma un po' anche di tristezza, quando c’è da salutare per tornare in giro per il mondo. Perché Massimo Cavalletti, 37enne baritono di fama internazionale con 12 anni di carriera alle spalle ed oltre 600 rappresentazioni, è un figlio di Lucca, uno di quelli migliori.
Lo abbiamo incontrato, reduce dall’incredibile successo di Manon Lescaut al Metropolitan di New York, in occasione del suo ritorno in città. Massimo, infatti, si esibirà il 16 aprile prossimo (auditorium di San Romano, alle 21) per raccogliere fondi a favore dell’Associazione parkinsoniani italiani (sede di Lucca), nell’ambito di un evento patrocinato dal Lions club Lucca host, dalla Fondazione Crl, dal Teatro del Giglio e dal Comune di Lucca.
Oggi Cavalletti esporta in giro per il mondo opere di Puccini, Verdi, Donizetti, Rossini, Bizet e molti altri, riscuotendo un successo di pubblico che può soltanto inorgoglire la città: eppure trova il tempo per tornare e promuovere in prima persona, gratuitamente, un evento benefico di grande impatto.

Massimo, nella Tosca di Puccini c’è un’aria intitolata “Vissi d’arte”: tu quando lo hai capito, che la tua esistenza sarebbe andata così?
“E’ stato un percorso lungo e graduale, una passione iniziata a 6 anni e che non sente ragioni: c’è e basta. Ho avuto modo di confrontarmi con tutte le realtà musicali lucchesi, apprendendo i rudimenti necessari. Non provo vergogna ad ammettere che il mio è sempre stato un approccio ‘contadino’: i risultati vengono dal lavoro. Il talento da solo non basta: servono dedizione e testa”.

Poi, a 18 anni, la svolta: conosci il maestro Polidori e tutto cambia
“Ho studiato con Graziano per 3 anni: è stato un grande maestro di vita, prima ancora che un grande insegnante. Con lui sono salito di livello, migliorando l’impostazione della voce e cominciando ad imparare cosa significa fare il cantante lirico”.

Quindi ecco il Teatro alla Scala di Milano ed il debutto con la Boheme
“A Milano ho iniziato un percorso di crescita ulteriore con Daniele Rubboli: mi esibivo al Rosetum, l’anticamera della Scala. Quindi il debutto: non ti senti mai abbastanza pronto per la Scala, ma tutto è andato magnificamente e lì ho vissuto un periodo molto intenso, dal 2004 al 2006. E’ stato in quel periodo che mi sono reso conto delle mie potenzialità a livello internazionale. Mi dicevo: ‘Massimo, se reggi il confronto con altri 15 cantanti lirici eccezionali, provenienti da tutto il mondo, puoi reggerlo ovunque’.”

Hai messo via più di 100 recite di ruoli pucciniani in carriera: qual è il tuo rapporto con Lucca e con la figura del Maestro?
“La casa di Sant’Anna era già abitata dall’800: è la mia città, sono le mie radici. C’è un però: vedo tantissimi talenti in questo posto, ma manca l’apertura mentale per apprezzarli sino in fondo. Manca inoltre una sinergia profonda tra le diverse realtà che si occupano di proporre la figura di Puccini nel mondo: fossero tutti uniti, Lucca sarebbe imbattibile. Ci sono iniziative, come i Puccini days, che se studiate insieme sarebbero ancora più valide di quanto non lo siano già”.

Oggi abiti a Lugano: hai validi motivi per essere nostalgico?
“Più che nostalgia provo dispiacere. Non si tratta soltanto di Lucca, ma dell’Italia. Non avrei mai potuto fare la carriera che ho fatto, se fossi rimasto qua. Uscendo dai confini ho avuto una collaborazione fissa con il teatro di Zurigo, con cui ho iniziato a lavorare nel 2008 e dove continuo ad esibirmi come ospite. Oggi sono libero di accettare incarichi per esibirmi in tutto il mondo. All’estero i cantanti lirici italiani godono di una stima che non trova riscontro in Italia. Qui per ogni opera si chiamano due cast, con il risultato che manca una reale gratificazione economica: non c’è storia con quello che avviene fuori”.

Ma il Teatro del Giglio quante volte ti ha chiamato?
“Diverse, a dire il vero: ma mai per opere che sento realmente mie. Non era il momento giusto per quel genere di esibizione, ma non escludo che lo sarà in futuro. Oggi, del resto, esiste il teatro della novità: un cantante lirico non può concedersi il lusso di un repertorio fisso. Bisogna saper spaziare. Bisogna esprimersi ad altissimi livelli in molte vesti diverse, perché i direttori artistici vogliono giovani eclettici. Io però, se c’è un progetto serio, da parte di qualunque organizzazione artistica lucchese, sono pronto a collaborare”.

Da New York al Giappone, da Covent Garden a Parigi: ti sei esibito in tutti i migliori teatri del mondo, collaborando con i più grandi direttori d’orchestra. Vuoi ancora arrivare?
“Non si può mai smettere di provare passione per quello che ami e, in questo mestiere, non puoi mai smettere di evolverti. Per questo ho stilato un programma di massima fino al 2019 e, quest’anno, sono pronto a portare la nostra arte nei mercati nuovi: Cina, Kazakistan, Dubai. Sono frontiere che si aprono, dove c’è grande voglia di imparare per poi produrre in proprio”.

Ci vediamo il 16 aprile, quindi.
“Ci sono 400 posti, ma so che 100 sono già stati prenotati in un giorno. La biglietteria del Giglio lavora alacremente per soddisfare tutte le richieste. Credo che l’esperienza di ascoltare un quartetto d’archi accompagnato da un piano possa essere unica. Io proporrò un repertorio che spazia da Puccini a Verdi e a Rossini, solo per fare qualche esempio. Gli indecisi devono sapere che soltanto in provincia di Lucca sono oltre 500 i malati di Parkinson: significa che 500 famiglie vivono quotidianamente il dramma di una malattia degenerativa. L’Api lucchese merita di essere sostenuta: questa è l’occasione giusta per aiutare persone vicine, che lottano per un domani più dignitoso”.

Ultima modifica ilVenerdì, 01 Aprile 2016 15:08

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