Ex Gesam, Clara Mei: “Comune poteva e doveva fare diversamente”

La referente dei comitati dopo l'intervista dell'assessore Mammini a Lucca in Diretta: "Rinnoviamo l'appello a tornare indietro"

Lavori per i quartieri social all’ex Gesam, dopo l’intervista su Lucca in Diretta dell’assessore Serena Mammini torna a sollevare la polemica Clara Mei, referente degli Amici del Porto della Formica e del comitato per San Concordio.

Ex Gesam, Mammini racconta il progetto: “C’è bisogno di piazze coperte, ce lo conferma il virus”

Lo fa con una lunga nota in cui affronta una serie di questioni legate all’urbanistica del quartiere a sud di Lucca.

“L’assessore Mammini sa benissimo che, se fosse stato per lei – dice Mei – la costruzione dello Steccone sarebbe arrivata tranquillamente al tetto. Non fu certo lei, ma furono i comitati, dieci anni fa, con i loro numerosi esposti, a fermare quel progetto edilizio. L’assessore, allora consigliere di minoranza, promise che avrebbe “revocato e rivisto sostanzialmente il progetto” e sulla sua opposizione allo Steccone, partendo dai voti presi a San Concordio, ci ha costruito la sua carriera politica”.

“Da due anni questa amministrazione – commenta Mei – cerca di propinare ai lucchesi il racconto che la costruzione della piazza coperta è un intervento razionale, un “ottimo compromesso”, ma a sostegno di questo racconto non abbiamo mai visto portare degli argomenti validi, non hanno mai detto le cose come stanno veramente, sempre e solo delle mezze verità. Il progetto non poteva nemmeno rientrare tra quelli finanziabili con i fondi ministeriali per la sicurezza delle periferie (a Lucca rinominati “quartieri social”), perché quel bando individuava esattamente le tipologie di interventi finanziabili, e tra questa non rientra la nuova costruzione, ma solo “la manutenzione e riuso di strutture edilizie esistenti per finalità di interesse pubblico”: è evidente che la piazza coperta non era una struttura esistente, esisteva solo il piano interrato, ancora da finire, cui peraltro è stata ora data una destinazione commerciale”.

“Ma, soprattutto, secondo il bando ministeriale – prosegue la referente dei comitati – potevano essere finanziati solo gli interventi che non prevedevano “ulteriore consumo di suolo”. Come fa la Mammini a dire che con la piazza Ccperta “non vi è consumo di suolo”? Forse confonde il concetto di “consumo di suolo” con il concetto di “superficie impermeabile”. Dei 3600 metri quadri dell’area di progetto, 2400 metri quadri sono occupati dalla vecchia platea dello Steccone, e altri 1000 metri quadri sono occupati da strade, piazze pavimentate, scale, scivoli, rampe e vasconi di cemento. Le Nta del regolamento urbanistico considerano “superficie permeabile” delle tipologie di copertura del terreno che costituiscono a tutti gli effetti un consumo di suolo, secondo la definizione di “suolo artificializzato”che ne danno gli istituti scientifici della Comunità europea”.

“Mammini dice che sarà presente un archeologo – ribatte ancora Mei – ma non dice che le due aree archeologiche portate alla luce nel 2009, interne all’area di progetto, verranno completamene ricoperte dalle strutture di accesso e dalla strada di sevizio alla piazza coperta: “Copriremo i reperti archeologici con autobloccanti in modo che in un eventuale futuro sarà possibile riportarli alla luce”, ha detto. Una eventualità che non si presenterà mai, perché saranno seppelliti sotto l’unica strada interna di accesso alla piazza coperta, strada che, per motivi di spazio, non potrà mai essere smantellata. Stessa sorte toccherà al bacino vero e proprio del porto, mai scavato e mai indagato finora con la indagine archeologica, che verrà coperto con una piazza le cui mattonelle saranno di colore blu “per ricordare l’acqua”. La Mammini omette di dire anche che il progetto è stato trasmesso alla Soprintendenza per il parere non “preliminarmente” alla sua approvazione, ma addirittura dopo che l’appalto, il 30 gennaio, era stato definitivamente aggiudicato, e che questa trasmissione è avvenuta solo a seguito di un esposto del comitato che ha sollecitato un sopralluogo della Soprintendenza; se fosse stato per l’amministrazione, il progetto non sarebbe nemmeno mai stato trasmesso alla Soprintendenza, “non era dovuto”, è scritto nella relazione generale”.

La contestazione alle affermazioni dell’assessore prosegue puntuale: “Pianteremo siepi di alloro e carpini” – ribatte Mei – Ma non dice l’assessore che le siepi egli alberelli verranno piantati non nella terra, ma in “vasche di cemento” appoggiate sul suolo. Questo perché nell’area non si può scavare nemmeno un centimetro in profondità per due ragioni: la prima perché i terreni, esclusi quelli scavati per fare il piano interrato, non sono stati bonificati, la seconda perché, se si scava, deve intervenire la sorveglianza archeologica. Per evitare l’intervento dell’Arpat è stato trovato l’escamotage di non scavare affatto: tutto verrà fatto “in sopraelevazione”, infatti la piazza coperta si erigerà su un alto “zoccolo” fuori terra, cui si potrà accedere solo con rampe scivoli e scale, e il pochissimo verde che ci sarà, verrà fuori da vasche di cemento. La Mammini rivendica che l’amministrazione non vuole più fare “negozi e uffici” come prevedeva lo Steccone. Non dice però che il progetto che prevedeva la costruzione di negozi e uffici da collocare sul mercato, era già morto e sepolto da anni, almeno dal 2014, quando Lucca Holding lo valutò economicamente svantaggioso: tutte le varie versioni ridotte dello Steccone risultavano infatti sempre troppo costose rispetto alle probabili entrate, l’originario committente si era ritirato e nessun investitore vi avrebbe mai scommesso un centesimo. Tanto che il Comune ha tenuto surrettiziamente in piedi il permesso di costruzione dello Steccone fino al 2017 solo perché, cancellandolo, e assieme ad esso i ricavi attesi iscritti in bilancio, si sarebbe automaticamente aperto un buco di bilancio. Quindi, non è stata questa amministrazione a decidere di “non fare” negozi e uffici, è stato il mercato, e, soprattutto, il Comune non avrebbe potuto concorrere ai finanziamenti dei quartieri social, se l’utilizzo non fosse stato “pubblico”, a parte il fatto che l’attività speculativa di costruire a scopo di rivendita non rientra tra gli scopi di una amministrazione comunale”.

“Quindi, la scelta dell’amministrazione – commenta – non era, come Mammini, Tambellini e Lemucchi hanno voluto far intendere, tra “fare negozi e uffici” o fare “un centro civico”, non era tra “privato” o “pubblico”, quella del pubblico era una scelte obbligata: la vera scelta dell’amministrazione era tra “costruire”, portando a termine il piano interrato dello Steccone, e quindi la costruzione della “piazza coperta” che con il suo peso doveva ancorarlo e impedirne il sollevamento, oppure rinunciare a quel progetto, minimizzando il danno già fatto con lo scavo del piano interrato, così restituendo integrità e leggibilità al sito del Porto. Tambellini e Mammini, che nella campagna elettorale del 2012 avevano promesso che non avrebbero fatto Steccone, purtroppo hanno scelto la prima di queste due opzioni, tradendo brutalmente il loro elettorato. In sostanza, questa amministrazione ha sì cambiato la destinazione da privata a pubblica, ma, con i 6 milioni dei fondi ministeriali per la periferia “ha risuscitato” un progetto edilizio insostenibile che era già stato definitivamente bocciato e accantonato, decidendo di portarlo a termine nella sua parte più controversa, quella del parcheggio interrato. Poiché il piano interrato, da dieci anni colmo d’acqua il cui peso impedisce il sollevamento della struttura per la sottospinta della falda acquifera, deve essere svuotato se vuole essere utilizzato, diventava necessario collocarvi sopra il peso di una grande costruzione che sostituisca il peso dell’acqua che verrà tolta. Questa nuova costruzione, la piazza coperta, occupa una estensione che è più che doppia di quella dello Steccone, 1.494 metri quadri contro 690, ed è alta 16,25 metri, mentre lo Steccone era alto 13,50. La costruzione del piano interrato fu, 10 anni fa, un errore gravissimo, gravido di conseguenze, e la scelta della amministrazione Tambellini di portarne a termine la costruzione è una scelta economicamente e ambientalmente scellerata, perché per “non buttare via” il milione e 700mile spesi nella costruzione del piano interrato (in realtà costato molto di più), ne butta via altri 6, senza considerare che gli altissimi costi di gestione e manutenzione di questo “buco nell’acqua” graveranno per sempre sulle tasse dei cittadini lucchesi”.

“E’ un ottimo compromesso?” – prosegue l’analisi – Niente affatto, l’amministrazione poteva e doveva fare diversamente, come chiedeva quella petizione che la Mammini firmò (fu sottoscritta da 1350 lucchesi), forse senza leggerla. Vi era chiaramente indicato che le matrici della sistemazione dell’area Gesam sarebbero dovute essere il Chiesone, il sito del porto, le aree archeologiche, il canale e il verde residuo, e che per il “cassone interrato”, andavano trovate soluzioni condivise con i cittadini e scientificamente valutate con un concorso di idee e di progettazione. Ad esempio coprirlo di terra, farci un parcheggio di superficie, ricreare un invaso d’acqua, cento altre soluzioni erano e sono possibili, e tra tutte farci un parcheggio interato per 48 posti auto, dagli altissimi costi di gestione e manutenzione e che necessariamente doveva essere coperto da una pesante costruzione, era quella da scartare. Il progetto della piazza coperta è l’opposto di quello che chiedeva quella petizione del 2009 firmata anche dalla Mammini, riproposta l’anno scorso, cui il Comune non ha mai risposto: la matrice della sistemazione dell’area è diventato il cassone interrato, una platea di 2400 metri quadri che viene esaltata elevandola all’altezza di 16,25 metri, tre metri più dell’altezza dello Steccone; il Chiesone Gesam, che nel frattempo è stato vincolato come bene architettonico, viene lasciato andare in rovina, “ma verrà recuperato in un secondo tempo”, dice la Mammini, con la poco plausibile motivazione che “non era di proprietà del Comune al momento del bando”. Ma se lo è diventato pochi mesi dopo, ed era comunque di una sua partecipata di maggioranza, potevano farlo in convenzione! Ad esempio anche la canonica della parrocchia di San Vito non è di proprietà del Comune, ma è rientrata lo stesso nel bando ed è stata restaurata con i fondi dei quartieri social. Come ha fatto? Non poteva fare lo stesso il Chiesone? La costruzione della piazza coperta viene fatta in violazione di tutti i principi urbanistici, che impongono di recuperare prima l’esistente, e solo dopo, semmai procedere alla nuova costruzione. I costi energetici e ambientali, di costruzione e futuri di gestione e mantenimento, di questa opera, saranno enormi. Si pensi che solo per impedire il sollevamento dell’edificio per la sottospinta della falda, cioè, prima ancora di cominciare l’opera, verrà posata su tutta la platea, per una estensione di circa 2400 metri quadri, una soletta di cemento dello spessore di circa 40 centimetri e del peso di circa 1000 chili a metro quadro: 2500 tonnellate di cemento solo per ancorare la costruzione”.

“Dal 2016 questa smministrazione – conclude Mei – rimbalza come un muro di gomma tutti i tentativi dei comitati di modificare questo progetto, non a caso mai passato preliminarmente dal consiglio comunale e mai presentato pubblicamente alla cittadinanza. Petizioni, appelli, interventi in consiglio comunale, osservazioni, contributi al piano operativo, sono stati inutili: il Comune non ha mai voluto aprire un tavolo di confronto e un dialogo con i comitati, il progetto è rimasto tabù, e certo non ha aiutato l’affidamento della sua intera gestione all’Erp, soggetto che non ne ha la responsabilità politica. Con le mezze verità, assessore Mammini, non si va lontano, perché quello che verrà fatto sarà sotto gli occhi di tutti. Rinnoviamo l’appello a tornare indietro, finché si è in tempo, ad ascoltare quello che suggerisce il buonsenso, a modificare il progetto eliminando la nuova costruzione, fare un parcheggio di superficie e del verde, recuperare il Chiesone, salvaguardare le aree archeologiche e l’integrità del sito del porto. Mille persone lo stanno chiedendo con un referendum. I fondi non andranno tutti persi e la giunta salverà la faccia. L’alternativa sarà restituire allo Stato, che difficilmente potrà spenderli peggio, quello che ancora non è stato speso di questi 6 milioni di fondi ministeriali che provengono direttamente dalle nostre tasse. Con buona pace degli onorevoli che si sono adoperati per farli arrivare a Lucca, ignorando che sarebbero finiti nella mani di amministratori locali così impreparati a spenderli”.

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