Linguaggio inclusivo nella P.A., una dipendente pubblica: “No alle discriminazioni, ma si lasci stare la lingua”

Lettera all'assessora Ilaria Vietina dopo l'annuncio della riforma della comunicazione dell'ente in senso antisessista

Linguaggio inclusivo e non sessista nella pubblica amministrazione e un corso ad hoc per i dipendenti per impararlo. Dopo l’annuncio dell’assessora Ilaria Vietina a intervenire sul tema è una dipendente pubblica. Che si rivolge direttamente all’assessora Vietina.

“Sono in servizio oramai da qualche decennio – dice Elisabetta Samek Lodovici – nella pubblica amministrazione e in questi anni ho potuto toccare con mano i molti problemi che affliggono la P.A. e di riflesso i cittadini. In merito devo, altresì, prendere atto che molti di questi sono causati da leggi e leggine spesso oscure, incorenti e inapplicabili che imbrigliano gli enti e rendono complicata la vita alle persone. In ogni modo la pubblica amministrazione ha sicuramente margini di miglioramento che devono essere seriamente perseguiti. Accolgo tuttavia con un certo stupore l’iniziativa che ha recentemente reso pubblica sui media di voler “riformulare” il linguaggio amministrativo per renderlo “inclusivo” e “antisessista” e di prevedere, a tal fine, la predisposizione di linee guida e di un corso di formazione per i dipendenti pubblici dell’ente”.

“Francamente – dice – faccio fatica a comprendere questa operazione… In primo luogo per il periodo che stiamo vivendo: il Covid, la morte di tante persone, il penoso isolamento e distanziamento sociale, il dramma economico delle famiglie e delle imprese portano a credere che il sudddetto intervento di riformulazione degli atti amministrativi per presunte discriminazioni di genere non possa essere percepito dai cittadini come una priorità. Secondariamente per la fondatezza o meno del problema: il nostro linguaggio discrimina? Qualcuno si sente discriminato per veder scritto e dover scrivere: il ministro, il sindaco anzichè, come sarà suggerito dalle linee guida: “la ministra, la sindaca, la assessora, la medica” e via dicendo?”.

“Provengo – prosegue l’intervento – dal liceo classico e questo percorso di studi mi ha consentito di apprezzare e gustare la bellezza della nostra lingua e di conoscere il significato profondo di ciascuna parola. Lì ho potuto apprendere che esistono termini indeclinabili al maschile e al femminile perchè sono rappresentativi di una funzione istituzionale come, tra i tanti: medico, ministro, assessore. Sono regole che ci hanno orientato nei secoli e nulla hanno a che vedere con le discriminazioni. Perchè, dunque, si devono modificare, coniando nuovi termini? Perchè si vuole forzare e violentare una lingua così bella che esiste da secoli ? Chi danneggia? Chi discrimina? Chi decide che il plurale che si declina con la “i” sia sessista e quindi debba andare sostituito con un asterisco? (esempio tipo: “Car* cittadin*…” ). E come ci si dovrà comportare con i sostantivi che terminano in “a” come “astronauta e pediatra” se la femminilità deve essere un imperativo categorico? “Astronauto e pediatro” per un uomo?”.

“Non sarà, invece – commenta – che vi sia una più generale tendenza a rappresentare un problema più immaginario che reale per far passare un linguaggio ideologico o “politicamente corretto” ( la cosiddetta neolingua di orwelliana memoria)? La parola ha una forza dirompente dal punto di vista culturale:  pensiero e parola vanno di pari passo. E come già acutamente sostenevano gli antichi: “Chi detiene il potere della parola (del linguaggio) detiene il potere del pensiero”. Non voglio pensarlo, voglio credere anzi che l’iniziativa del Comune di Lucca sia quella lodevole di eliminare le cosiddette “disparità di genere“. E in merito sono dell’opinione che tale obiettivo si possa attuare efficacemente con la promozione di una educazione alla parità dei sessi intesa come “parità di opportunità, diritti e dignità”, senza che questo apra ad una contrapposizione tra genere maschile e femminile a danno dell’identità sessuata ma piuttosto favorisca una alleanza tra uomo e donna nel rispetto della diversità dei sessi”:

“Pertanto, gentile assessore – conclude la lettera – sono con lei nella battaglia lodevole di eliminare le discriminazioni, ma quelle che realmente affliggono le donne. L’italiano però no, quello per carità sia lasciato così come è, se non altro per rispetto del sommo poeta Dante e del grande Manzoni, che lo ha già risciacquato efficacemente in Arno, infine, e mi si consenta questa nota personale, per la mia cara professoressa del liceo che già vedo agitare la penna rossa e blu…”

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