I preti e i diaconi di Lucca: “Pazienza è prendersi cura di sé e degli altri”

Nuova lettera alla comunità dei fedeli

La parola chiave è pazienza, unita alla speranza che è stato il faro del Natale. I preti e i diaconi della diocesi di Lucca tornano a rivolgersi ai fedeli con una nuova lettera aperta: “Il nostro percorso attraverso questo tempo di Avvento e Natale si è lasciato illuminare dall’invito del nostro vescovo ad ‘allenare la speranza’. Fragile e preziosa la speranza, non possiamo generarla da noi stessi. E’ piuttosto un dono, una dote che si accompagna alla vita stessa in modo inseparabile. L’uomo comune, anche la persona più semplice o sprovveduta, sperimenta infatti che vivere è sperare. Così la speranza che non possiamo generare né costruire o fabbricare, ci chiede il compito più povero e più vero di un paziente esercizio o, ancor meglio, di un’umile coltivazione. Il messaggio del Papa per la giornata della pace si è incentrato quest’anno sul prendersi cura. Ecco un’ulteriore luce a rischiarare il nostro percorso sul training della speranza: fragile e preziosa essa ci chiede una costante cura”.

“Se ‘vivere è sperare’, la speranza risponde alle leggi della vita. Nasce – si legge nella lettera – da un seme piantato dall’amore che non cede immediatamente il suo frutto maturo, ma lo consegna all’attesa del prendersi cura. Niente che sia realmente legato alle dinamiche della vita e dell’amore si dà già nel suo stadio finale e compiuto, come realizzato all’istante e consegnato in modo immediato al nostro pronto godimento. Tutto ciò che è vita chiede il prendersi cura, impone l’opera paziente della coltivazione. Coltivando ciò che è buono e amabile, ciò che vale e merita, noi coltiviamo anche la stessa speranza, che trova alimento proprio dal prendersi cura“.

“Dio – aggiungono i preti e i diaconi – ha segnato la vita con la legge del seme, con il ritmo paziente della crescita che richiede la condizione della cura. Il contadino conosce questa legge; ancor più la conosce una madre nella sua dedizione quotidiana al proprio piccolo. Conosce questa legge chi ha a che fare con le sofferenze altrui, con il male fisico e mentale, cercando di fasciarlo col balsamo amorevole della cura. La conosce chi lavora per educare i piccoli, per consegnare un testimone autentico alla generazione che viene. Applica questa legge di custodia e promozione della vita chi cerca di preservare questo mondo da ogni forma di corruzione, nei suoi aspetti ambientali, etici e sociali, lavorando umilmente per la crescita lenta e silenziosa del bene. La vita, come la speranza è seme. Tutto ciò che è buono è seme, generato dall’amore, il cui frutto è affidato alla cura della mano operosa e rispettosa del’uomo”.

“Anche la parola è seme, quando la comunicazione si dà come atto di amore – proseguono -. Gesù ricorda che anche la parola di Dio si rivolge al cuore dell’uomo come il seme al terreno, portando frutto solo nella pazienza accogliente e perseverante. La parola della comunicazione vera, come la Parola di Dio, non si dà allora come ordine perentorio che ottiene per effetto l’obbedienza immediata, che fa appello alla pura efficienza, ma solo come energia nascosta che attende di sbocciare, attraverso la fiducia nel terreno riscaldato dell’amore. Quante parole antiche, della sapienza passata, frutto dell’amore di chi ci ha voluto bene, hanno attecchito in noi soltanto dopo lungo tempo, portando con sorpresa frutti tardivi in stagioni che ormai non attendevamo più. Continuiamo dunque a custodire la memoria del bene, le parole che ci hanno fatto bene e prendiamoci cura di tutto ciò che è piccolo: così crescerà la speranza che anima il vivere, sul terreno fecondo dell’amore”.

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